Anteprima: Novità assoluta

Altro brano apripista riassemblato stamattina. Ricordo l”antefatto: siamo nella dimensione della bassa fedeltà, a seguito di un mese di incisioni, sono avanzati svariati pezzi, provati prima su carta. Un episodio raro. C’è un intero album di avanzi sparpagliato su carta, nessuna traccia è stata incisa, e bisogna ricostruirlo con mezzi d’emergenza. Sto immaginando com’era. Alla fine di questa settimana si scoprirà.

-Novità assoluta.
Ti ho vista dentro
una poesia
che filtra piano
dal pendolo
Immagino…immagino
quello che sei
Mi sembra strano
ma sono anch’io
intento a scegliere
Ricordo che
la notte è alta
ed invisibile
cosicché
noi qui
sognamo il suo
senso inverso
Penso che ho perso
il senso di questo
contatto

 

Anteprima: Somiglianze

Le mie operazioni di scavo del suono proseguono indisturbate in questo terreno movimentato in bassa fedeltà. Questa mattina ho ricostruito la musica preromantica intitolata Somiglianze, della quale erano rimaste delle idee comprensibili sul testo, quasi del tutto ricomposto, e alcuni accordi che suppongo aver suonato in modo diverso quando l’ho scritta. A metà mattina avevo comunque finito di inciderla, ho dato un giro di mix minimo e adesso può essere ascoltata. Probabilmente era questa l’atmosfera appartamentizia, più che appartata, che volevo manifestare.

Vorrei riuscire a rendere disponibile l’intero insieme di brani recuperati Lighthouse per la fine della settimana che arriva, aggiungendo magari brani creati per l’occasione. Ci sono però degli appuntamenti, le trascrizioni da fare, idee, o somiglianze, per un breve disco acustico che volevo fare da tanto e non ho avuto tempo di farlo per bene.

Tempo. Dove c’è tempo? Devo serrare i ranghi adesso e dedicarmi completamente soltanto alle cose che mi somigliano, aumentare la mia durata. Ancora non sento di star facendolo del tutto e ciò mi disturba e mi fa restare scisso, anche se di poco, anche se meno di quanto potessi sperare.

Tutto questo è autoinformazione. Per accedervi, devo continuare ad accompagnarmi anche con la scrittura, di più, con più varietà e livelli.

 

-Somiglianze-

Abito nell’abito che non mi sta già più
Oggi ho ritrovato nella mente cosa fa
evitare il traffico
delle mie scoperte
Quando andiamo, dove andiamo?
Meglio non saperlo,ci potrebbero anche dire
che c’è stato un ostacolo,
e in quel piano è un classico…
Abito nell’abito…
Oggi ho riposato stranamente
Abito nel mio cubicolo che non c’è più
e non amo a caso
Se mi chiami a caso
Non ero chi eri tu
Non ero dov’eri tu
Non ero chi eri tu
Non ero dov’eri tu

 

Si ritorna all’opera: Shine

Per diversi giorni, forse tre o quattro, il tempo storico per concedere un sussulto alla salma, ho ritenuto impossibile avvicinarmi agli strumenti. Davo un’occhiata, mentre andavano avanti i tanti ascolti quotidiani di nuovi dischi e di nuova musica, ma non i miei processi a testa bassa, che reputo interminabili, niente e nessuno può interromperli. In realtà guardavo attraverso, nel paesaggio finto dietro alla finestra, e mi tenevo bene alla larga. La scalanatura fra me e il registratore rotto era però troppo evidente per non produrre una nuova serie di pensieri e rinfacciare qualcosa. Evidentemente devo aver colto che coi mezzi che ho assemblato e dimenticato potevo peggiorare la situazione e ho riaperto il quaderno di Scritto sull’acqua, il mio terzo disco della serie 2017 e nuovo di questo mese, dove giace abbandonato un tesoro di 10 brani rinnegati e altre schegge. Un intero, frammentario, dissotterrabile disco che non so bene come sarà, quando sarà, se sarà. Non tengo conto delle canzonacce che avevo già inciso e che ho brutalmente cancellato. Comunque, una trincea dove fare trattative. Per farmela pagare, di questa leggerezza prepotente che va avanti da quando mi conosco e che mi fa sacrificare qualche decina di unità all’anno, il registratore è allora entrato in sciopero.

Shine è una manifestazione finalmente sulfurea, colta nel suono e timbriche che volevo combinare da diverso tempo evocando la grana incerta del nastro, anche se il nastro non è detto che ci sia. Andrà, spero a breve, all’interno del disco numero 4 di quest’anno. Parla di cose da lasciare ed è costituita da una sola strofa introduttiva, due ritornelli, due assoli, un intermezzo camuffato. L’ho reimmaginata in brevissimo tempo, mentre la trascrivevo, ed incisa facendo veramente poche ripetizioni. Una sorta di vendetta estetica nei confronti di quel traditore in valigia che ora non mi azzarderò a far riparare.

-Shine.
I speak slow now
‘cause time runs fast
Burnt my house
in the case of fire
The lake is in a meltdown
and the sun got freezed
I speak slow now
so you can understand
Stop with our war
it doesn’t fit for us
Stop with talking
It doesn’t fit for us
And I’d rather be confused
than impossible
And I’d rather be
confused than unreachable

-Splendi.– Parlo lentamente ora/ perché il tempo corre veloce/ Ho dato alle fiamme la mia casa/ in caso d’incendio/ Il lago si è sciolto/ e il sole ghiacciato/ Parlo lento ora/ in modo che tu mi capisca/ Smettiamola con la nostra guerra/ Non ci dona/ Smettiamola con le discussioni/ Non ci donano/ E preferirei essere confuso piuttosto che impossibile/ E preferirei essere confuso piuttosto che imprendibile

Perfezionamento

Alcuni dicono che bisogna guardare avanti, al massimo di lato, 

con la coda dell’occhio;

altri che bisogna comprendere il passato ritornandoci

a più riprese,

ma io penso che è una scusa per continuare a stare chini,

supini,

per continuare a brucare.

Lì si migliorano o peggiorano, in un campo relativo e piano,

orizzontale,

astratto.

Anche noi abbiamo camminato fra le esperienze

e dopo un po’  guardammo meglio in alto

e prendemmo a muoverci in alto.

Certe volte procedendo anche in avanti, e di lato,

sbandando, oppure indietro

ma sempre risalendo.

Per questo quelli in basso, quelli di prima, noi di prima,

sentono viva l’ansia di questa performance

a loro non ancora del tutto rivelata.

In alto si trovano le essenze fondamentali,

è una situazione ed una azione verticale, salire,

mentre sotto, sotto al comando di un avanti

o un indietro

è la mimica terrena, orizzontale.

Andando nell’alto non incontreremo di nuovo

l’altra unità con la quale ideare un gioco.

Ma se ci sarà o se non ci sarà,

noi adesso procediamo nell’alto.

E chi va fin lì, non ha la preoccupazione di farlo da solo o in compagnia,

è conscio che sta sperimentando

una comprensione di sé in un altro piano già nato.

Perfezionamento e risveglio.

alex

 

Il bisogno di una vetrina

Attualmente ho varcato il limite nel considerare interessante sia la mia esperienza sia quella dei fantasmi la cui testa ciondola sconsolata sulla spalla di questa era al termine. Non posso però fare altro che incitare a trasmettere qualche cosa. Emettere questa coscienza, anche in silenzio e senza parole e pensieri.  Io ad esempio nel pratico e sconclusionato tavolo di intrecci del suono posso farlo meno adesso che le mie attrezzature hanno preso stranamente a fumare. Ma, trasformandolo, posso farlo qua, anche se è ininfluente. Posso farlo nel pomeriggio, così denso di appuntamenti ed incontri. Posso farlo al mio rientro, quando qualche scema, vedendomi discutere confidenzialmente con una aggraziata e molto intensa signora, mi chiederà conto di ciò tramite una lettera veramente vergognosa. Cosa ci facevo lì, a quell’ora, le ho guardato attentamente il sedere, ho constatato la sua presenza e il suo volume, immaginando e tramando di esplorarne meglio i lineamenti in separata sede? Mi avrà fatto delle domande con tono accaldato, con poco tatto, tipo su di me e sulla mia vita? Posso farlo quando la prossima settimana avrò sistemato le mie cose in una sorta di sala, avrò dato altro volume ai miei strumenti, e anche quando risponderò per le rime alle altre insinuazioni che mi vogliono alla guida di qualche cosa, per fare non so cosa, per mostrare muscoli, scroti, tentare carte e via dicendo.

Tutto ciò non ha a che fare con le mie intenzioni e non è in linea con le attività che per me contano davvero e che si svolgono altrove. Questo altrove che ritorna così spesso, dov’è?

Sono  normali confusioni di una inattività coltivata in solitudine o meno.  Si dice che uno deve prima stare bene da solo per stare bene con gli altri. Ma come fa a stare bene da solo se non sa nemmeno chi c’è dentro a quella massa corporea?  La scorta di indicazioni e abbellimenti proposti dalla cultura e dal senso comune servono a trattenere ancora le galline nel pollaio, come quando ti dicono che camminare fa bene. Non correre, cammina, cammina. Fai le cose piano, mettiti sotto le regole.  Ma, diamine, forte del sentimento antichissimo e della conoscenza intima ed esplosiva che hai di te, della memoria di chi sei, tu vuoi correre, tu vuoi andare davvero lontano e fare ampi respiri, non vuoi andare a confonderti fra le pance, pance piene di tanti aspetti, di attese, di fermenti e alimenti, piene di futuri schiavi, non vorrai gareggiare coi passeggini e i guinzagli, fare lo slalom fra le cacche mimetizzate e i toccati che agitano i telefoni, o interrogarti su cose non tue dietro agli incolpevoli che affrontano con dignità un’età avanzata o una infermità in una delle prime mattine decenti di fine inverno. Certe volte nemmeno vuoi correre, perché hai quasi la sicurezza che uno di questi giorni volerai e basta, e lo farai da solo.

Il bello è che se stai bene da solo, di quel bene alato che sicuramente non è di queste lande e concezioni, l’idea di andarti a raccattare in giro chicchessia non ti sfiora. Perciò, uno si da risposte, da solo. Si valuta da sé, crea visioni per sé.

Mentre affonda un po’ tutto, gli ultimi giorni hanno dato un giro di vite alle energie sottili e osservo la intensificazione delle sortite. Mai vista così tanta attività spettrale. Sono irreali, sono irreali i loro temi e le recriminazioni e le soluzioni. Ancora una volta, quelli che stanno alle prese con le cazzate del piano di sotto, sono ora pressati davanti al muro invisibile dei vari piani che slittano. Sembra che abbiano accesso ad un momento di chiarezza ma è una illusione, non risalgono. Se prendi un limone e lo schiacci sul muro, la pressione lo fa scoppiare e gli schizzi vanno in alto, in basso, dappertutto. Hey, c’è del limone qua. La sua essenza, certo, uno schizzo sul muro alle prese con la gravità, il profumo che esala, nel caso. Ma il limone, giallo, ovale, intero, la sua idea originale, si era fermato anima e corpo dove stava prima e non ha passato lo stress test.

Scelgo, anzi, non ho vera e propria scelta, mi manifesto per me e tu per te, usando la stessa energia comune. Questa accensione silenziosa della luce avviene innanzitutto perché è vera, per sé, non per gli altri. Se non fosse così, andremmo a caccia di metodi, ci metteremmo in coda ai vari centri servizi. Ora mi accorgo che questo già succede da tanto. Per gli altri, l’energia di cui parlo al massimo può apparire come un aspetto fluttuante o qualcosa di glamour abbandonato sulla scrivania di un esperto,  probabilmente da curare, come una vita passata, ma di rado è un dettaglio che si sente come una interezza di proprietà e, ancora, come una cosa che conta.

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