Comodità

La bicicletta da corsa è un mezzo altamente comodo. Io ho sempre pensato che se con essa si eseguono uscite costruttive, diventa ancora più comodo. Chi legge qua e non è mai salito sul mezzo, dovrebbe farlo e scalzare di ruota le proprie convinzioni in merito. Per esempio, è più comodo del divano dove si muore di tv color, del letto in cui si crepa di compagnia e pensieri contabili, dei locali indicizzati per larghi sterminii nel week end e via dicendo. Per praticare bene la bicicletta, ma si può anche stare fermi come salami in spiaggia in questo periodo e sfoggiare una barba da re, secondo me servono attenzione e presenza e per essere attenti e presenti bisogna impegnarsi. La presenza così spesso scambiata per fatica e sacrificio, quella cosa che comporta l’abbandono del jingle e dei saliscendi della testa. Non è faticosa una attività che piace. Dunque, la bicicletta è comoda e più si va con grazia e vigore, più è comoda. Ma per andare in quel modo bisogna amare uno stato di esistenza inedito e molto raro rispetto a quello in cui è immersa la gente di solito, la vera scomodità.

Poco fa per un soffio non sono entrato in una macchina in sosta, o forse chissà dove altro. Procedevo a buon passo in città quando dalla fila di destra del parcheggio una ragazza ha spalancato lo sportello pochi metri prima del mio passaggio. Ho frenato rapidamente e con la mia manovra seguente, plateale e tragica, sono finito sull’altra corsia, vuota, scongiurando l’imbarazzante impatto per pochissimi ben distribuiti centimetri. Il cigolio delle vecchie cerniere della portiera ha rimbombato nel silenzio della via e sulle pareti della sintetica plastica pièce che ha avvicinato i nostri corpi. Non sono riuscito a vederla benissimo, lei, con tutto quel destino di fuori. Un filo sottile di viso dietro al tendaggio noir lungo dei capelli, di profilo, giovane. Il resto è stato una amalgama della moda, materia fusa in una gamba, stracci di cuoio e fuseaux, legno di un tacco; il culo, quello nemmeno a parlarne, permaneva ritirato nel sottotraccia. Lei non si è palesata, è rimasta un’altra volta nascosta nel suo sogno lasciando me alle prese con la gimkana e la fine.

Succede molto spesso, si svolgono anche altre scene pericolose, rischiose, brutte, frutto in generale di poco buon senso, succedono molto ma molto più di frequente rispetto a pochi mesi fa e all’anno passato e ad alcune vite fa. Mi accorgo che le energie della fine del tempo sono enormi ed insostenibili anche per piccoli movimenti e chi non ce la fa a reggerle si vede ad occhio nudo, fino ad avvicinare sé e gli altri a tumefazioni e nuovi lemmi che parevano lontani o impossibili. La sala d’attesa è stracolma, sono troppi e non vogliono più stare qua, sottoposti ad un lavoro interiore di cui non si rendono conto e che è immane. Così, impazienti come pazienti, iniziano a sfasciare praticamente tutto. O io, o nessun altro! Forse essi non sono più qua da tempo e quelle che rischiano di mandarmi per terra e rinunciare di loro a porzioni di membra, quelle che mi attraversano con lo sguardo annegato mentre abbozzo la mia parata di passi soletti la sera, sono ombre maculate, sfumate appena in un po’ di profumo.

 

Cibo da strada

Non mi va più perfetto
il vestito che ho
Dell’intento ora conta più il comfort
Ti conosco per quello che sei
e del resto non hai
che la tipica banalità
di una moda che va
Si farà prima se
ci leviamo le scarpe
Ho un’idea che fa in tempo
a tagliarmi in due
Ti rivoglio per quello che sei
e d’altronde sarai
Evidente che non lo sai
come quando non c’eri
Ti detesto per quello che sei
o che non sarai mai

Trespassers William-In a song

What if all i want is not so hard after all
I’ve spent too many days wanting
If it’s just wildflowers that we could pick
And set on the table and look at in the morning
I see it when you do just what i said
And i don’t feel then that my heart knows the difference
“let me sleep” is all that you ask of me
But i can’t remember a dream that didn’t scare me
So what if it’s just one sentence
That you must not have heard in a song
‘Cause it’s too honest and flawed
I see it when you do just what i said
And i don’t feel then that my heart knows the difference
Next time will i not imagine i know
How you could save me and love me enough
Next time will i not imagine you have
Something to soothe me that i’ve never had

L’anello

Un anello prezioso va sfoggiato al dito giusto, va curato e pulito sempre e il rispetto di questi criteri aumenta la felicità di chi è felice di indossarlo e lo abbina ad altri elementi importanti ed anche ad altre sfumature di umore. L’intenditore che viene da fuori è un  ricercatore di eleganza che conosce il valore e coglie la nobiltà del totale. A chi non si intende della bellezza, sarà invisibile, sarà l’anello che fa sparire. Oltre al dubbio se indossarlo o meno, vi terreste un anello del genere in tasca, in mezzo alle cicche, alle sigarette, o lo ficchereste dentro una scarpa per martoriarlo coi calli? Varrebbe la pena lasciarlo disgregarsi in una scatolina per poi struggersi quando non lo si trova? Un ricordo che vive nel cuore ed uno sepolto nella mente.

Invisibile

Insistere per contare
in extra lusso accampamenti al mare
E sorvolare piano
il piano terra in cui sei nato
Avevo delle belle simmetrie
che ho sciolto per il gusto del tempo
Ed ecco che ritornano
e mettono radici lunghe
Mi appari come eri
Mi appari più di ieri
Chi sono adesso?

 

 

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