Cover: Numbers

Durante gli ascolti primitivi della mattina di ieri ho scoperto una band molto interessante, Cardnl. Ho ascoltato il disco disponibile su Bandcamp e alcuni singoli e ho trovato bellezza nella manciata di brani. Preso l’appunto su alcune canzoni mi sono deciso a realizzare la mia istantanea di Numbers, un brano asciutto per chitarra acustica e voce e con un testo diretto.

Succede più o meno sempre così con le cover, senza piani e ripiani. Si presentano quando non ne ho bisogno e questo è un gran segno al quale ho imparato a credere. Avremmo tutti bisogno di qualcosa quando non ne abbiamo veramente bisogno, fino ad estinguere le scuse. Ma è il contesto in cui si autoconvocano ad essere suggestivo, ci sono risposte, e non nego che questa connessione ininterrotta di informazione benefica mitiga la noia del tempo di passaggio. Qualcosa ancora mi diverte.

Numbers, by Cardnl.

I’ll try to be someone better than me

I’ll try to see there’s someone else for me

you said not to cry

did you really think I would

sometimes I wish I’d die before

I lose it all for good

but you don’t ever need to worry

if I want you

would you ever worry

or would you ever want me

or could you never see it

or would you ever want me

I think that we could dream it

one night together we’d sleep in a night together

we’d sleep through it

yeah we’d sleep through it

you made me promise

I wouldn’t wait for you

find somebody else

fuck that, I want you

fuck that, I want you.

 

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Margini

Il margine è il punto più vicino all’uscita ed io sono nato lì. Non ho mai subito esclusioni o rifiuti, solo ho sviluppato una labile e via via sempre più spessa presa di coscienza che quella posizione era assolutamente vantaggiosa per ciò che avrei scoperto di me in avanti. Ogni rinuncia è una mia decisione. Nessuno ha il potere di buttarmi fuori. Perciò la febbrile caducità delle cose, che neppure cominciavano, o il loro lontano destino. Questo mi ha protetto, mi ha evitato di disperarmi per i disturbi psicologici degli altri camuffati da bisogni, mi ha evitato di sprecare amore di una potenza indefinibile. Non ho nemmeno avuto un mio centro per quelle poche vaghe rette che ho tracciato, perché il mio centro sta oltre la mia ombra. C’era questo desiderio di assomigliarmi a qualsiasi costo, anche al costo di non ottenere quella che in tanti chiamano vita e che è invece la soddisfazione degli scarabocchi di qualche più o meno segreto padrone pagata un tot al mese. Essi si azzuffano lungo la discesa, dove si va forte, ci sono emozioni e colpi di scena, senza pensare che i tanto sudati trionfi si tramutano in un attimo in solide prese che li terranno su questo piano disgraziato chissà per quante vite ancora, come se non avessimo sufficienti prove e dimostrazioni quotidiane che il disegno che individuano come futuro fragrante, progresso, indipendenza e rispetto sociale è un puzzolente malato meccanismo che li precede di chissà quanto. “Avresti una soluzione, Alessandro?” Non ho soluzioni. O nasci da una natura che ti toglie quelle troiate e te la ricordi e ti spieghi come agisce vietandoti in tutti i modi che i canti delle sirene ti raggiungano, anche a costo di porti in una difficoltà o mancanza apparente per tenerti pronto e leggero al momento decisivo dell’uscita dal gioco, oppure ti ingrassi di mondo e precipiti. Chi vive questo, sa quanto equilibrio e maestria occorrano per attraversare senza farsi prendere dalla furia un piano abitato da un numero enorme di pericolosi ipnotizzati eterodiretti pronti a scannarsi fra di loro a tutte le ore per prevalere, difendere, avanzare, rubare, ingannare, mentire, far valere vaghe ideologie, nascondere in generale la farsa che si sono costruiti con le loro mani. Soprattutto chi ha compreso come stanno le cose vive il pericolo di essere aggredito nei modi più accesi, perché se è vero che il concorrente è l’antagonista, chi ha le carte della vittoria è il nemico numero uno.

Non ci sono soluzioni, ciascuno a questo punto è o non è la propria soluzione. Il setaccio in corso, fortissimo ed implacabile che distrugge ogni idea manutentiva del videogioco e manda a gambe all’aria chi sta giocando sporco anche minimamente, ce lo sta raccontando.

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Due parole su Lone Leaf Lp2018

Possibilmente anche meno di due, ma qualche cosa la dovrò pur dire. Ne ho già parlato introducendo varie anteprime in queste settimane e comunque, dopo queste poche righe, non ci tornerò più sopra. In generale, anche questo Lone Leaf, mio capitolo 11 della serie 2018, non si discosta dal solco che da due anni in qua ho, o credo di avere, adocchiato, quello di una musica rarefatta, certe volte astratta, molto poco strutturata, combinata ad alcune intuizioni  e ganci melodici all’ascolto interessanti. Che lo abbia centrato oppure no, può dirlo l’ascoltatore. Mandatemi un fax appena lo scoprite. Per me è però soddisfacente ed efficace quello che svolgo praticamente ogni giorno, nella riservatezza e nella calma che evoco. Soddisfacente perché nella ciccia delle cose, per uno come me che non brilla esattamente per tecnica negli strumenti e in pazienza è sbalorditivo lo scorrere di questa esperienza in drone ed in folk insieme, con annessi rumori, svarioni e altra bigiotteria. Penso che tecnicamente non potrei spostarmi molto o fare evolvere questo in altre identità. Va bene questo, perché è efficiente, cioè mi somiglia, ed è il punto su cui batto. Presentare oggi Lone Leaf non mi interessa, sono qui per ricordare e ricordarmi di questo, che cerco in me e anche quando ho una conversazione di musica e altro con le persone o i loro resti. Non sempre è possibile proseguire a parlare perché emergono le atrocità e la dissonanza che sta mangiando la persona comune e che ricade anche su questo tema, fra i tanti, e dunque le classifiche, i ragguagli, le statistiche, le misurazioni, i sogni, l’invidia. Non faccio distinzione fra lividi e bagliori in assenza della spinosa risposta che ciascuno deve sapersi dare da solo, e qui la musica non c’entra nulla. Qualcuno accenna a stabilire un parallelo fra ciò che crea e ciò che sente, fa appello alla letteratura e ai bei vecchi tempi andati, forse invoca quello che sente o sa di essere, ma c’è pudore attorno a ciò, si rischia la squalifica. Non se ne può parlare, o quelli che stanno in stato di assenza si sentono scoperti. A tal riguardo non mi sono posto problemi: ho squalificato tutti coloro che non danno voce alla propria canzone interiore, l’ho fatto con terribilità. E da questo muro di fuoco che mi sono sollevato attorno e che dissolve i paraventi armati o meno posso osservare qualcosa di buono  in tutte le cose, ma guai ad avvicinarsi senza avere acceso il proprio.

Una serie di scampoli non contenuti in Lone Leaf stanno apparendo via via sulla mia pagina YouTube. Vi invito a seguirne la pubblicazione perché in Ottobre li raccoglierò in un capitolo di outtakes che precederà il nuovo episodio.

Lone Leaf Lp2018 è on line

Copio e incollo più sotto le note interne del librino per spiegarvi questo Lone Leaf, mio titolo numero 11 della serie 2018 in bassa fedeltà. Unica nota, ho tagliato molti brani e l’ho asciugato ad un numero di 15, dunque non è più un doppio. Il resto uscirà più avanti. Detto ciò, ve lo regalo, come sempre in free download dal solito link Mediafire, con annessa preghiera di girarlo a chi conoscete apprezza questi safari. Grazie per l’attenzione. A presto.

http://www.mediafire.com/file/tcu7as9uiqbdin0/ALESSANDRO+MURESU-LONE+LEAF+LP2018+MP3.rar

LoneLeaf/Lp2018

Dedicato ai pochi.

Inizialmente concepito come un doppio, Lone Leaf è un capitolo standard che ho creato fra i mesi di Agosto e di Settembre del 2018. Ho ridotto a 15 il numero delle tracce dalle 26 scolpite ad oggi, più altre remote bozze andate perse in fase di trascrizione, dopo che mi sono accorto che stava diventando plastico e disinformativo. Bisogna portare all’estremo un certo tipo di notizia e coerenza per vedere dove sfociano e poi mollare la presa; non è più interessante quando reclamano nuove forme in cui adagiarsi per creare specchi e altre illusioni. Ce ne sono abbastanza anche nel paradigma precedente. Comunque adesso è terminato. Ho usato i miei soliti apparecchi minimi, i soliti spazi minimi e il solito fedele silenzio. A tal proposito, a proposito del silenzio e di altri reami, segnalo che non ho più un account né una pagina su Facebook, il baracchino più blasonato al quale ricorrere per i contatti. Ho trovato più utile smettere con quello. Questa è una musica segreta, come sottolinea la mia amica Mandie la quale è sempre nei miei migliori pensieri, ed è stata una mossa che rientra nel piano che sto creando adesso e del quale parlerò più avanti nel blog.  Dunque, seguite il blog, semmai, dove scrivo sempre, dove presento la mia musica ed il mio punto di vista e da dove non sparisco. Per il resto, sto organizzando le idee per un nuovo capitolo, il numero 12 della serie 2018. Mi piacerebbe anche formare una band per portare in giro la massa di creature che ho catturato nei miei mari, ma è sempre così complesso, per le ragioni che conoscete, trovare qualcuno che non sia intrappolato nella logica musicosociale, nei sogni di gloria, nella catena psichica, nei cazzi che non gli riguardano più. C’è tempo…e anche se non ce ne sarà, io sono contento così come sono.

Detto questo, grazie per l’ascolto di Lone Leaf,  che vi dono gratuitamente e del quale non può essere fatto un uso commerciale (nego il mio consenso). Ci risentiamo alle prossime.

ALESSANDRO MURESU-LONE LEAF LP2018 COPERTINA

Anteprima: Chirp

Se questa fosse stata musica, in qualche misura, fioccherebbero le classifiche, mulinerebbero i nomi, si ergerebbero gli ispiratori morali, i corridoiisti, le ispezioni fiscali, i denari amari, le tumefazioni, le processioni e i processi e tutti i ricorsi per starci su. In generale, il tono sarebbe sentimentale ed eroico.

Qua di musica ce n’è sempre stata poca, ad oggi niente. Questo silenzio è la più grande casa discografica della storia. Questo niente è la foresta che nasconde gli alberi.

Sta per finire anche la sessione di incisione per Lone Leaf , il mio disco 11 della serie 2018 che mi congederà e potrò passare ad altro finalmente. 20 brani, dai quali ho estromesso outtakes che vedranno la luce o il buio nel volume 5 di Nubi che metterò in giro ad Ottobre. Sono sorpreso dal tanto cantato che è emerso. Molto suono compatto e disadattato ma anche tante voci e testi rotondi nella loro zigrinata indifferenza. Chirp fa al caso. Firmata ieri in una fluente sera, assomiglia al ceppo di drone folk che amo ascoltare, un profumo lontano di biscotti e tepore a cui nessuno in particolare è invitato. Non amo invitare. Ciò aiuta anche ad accelerare il passo di coloro che già andavano via. Ognuno riconosce da sé se avvicinarsi o andarsene, ognuno riconosce da sé di che pasta è fatto.

-Chirp

Was this awful?

Was this beautiful?

Was this awful?

Was this beautiful?

Or both? Or not?

It wasn’t for the memories

they claim

How is hard this going out of here?

Was this awful?

Was this beautiful?

Empty reactions

in the music hall

I took the door

before the midnight hell

It wasn’t for the enemies

I had I wasn’t fool in losing my smell

I wasn’t fool

-Chirp

Era orribile?

Era bellissimo?

Era orribile?

Era bellissimo?

O entrambi? O no?

Non era per i ricordi che essi sostengono

Quanto è difficile questo uscire da qui?

Era orribile? Era bellissimo?

Reazioni vuote nel music hall

Ho preso la porta prima dell’inferno di mezzanotte

Non fu per i nemici che avevo

Non sono stato sciocco a perdere il mio odore

Non ero pazzo

 

L’onda più alta

Arrivasse sulla spiaggia l’onda più alta, cosa faresti? Perderesti tempo col maledetto telefonino per farci una foto? O goderesti quei venti secondi che si asciugano in una schiumetta davanti alla punta dei tuoi piedi?

Quando sono ispirato esco e non faccio assolutamente nulla. Non penso a niente. Forse faccio un giro, forse vedo qualcuno con cui stare in silenzio, o in mezzo ai suoni irriconoscibili di uno strumento. In tutti gli altri momenti sto invocando quell’intercapedine e dunque posso suonare concisamente, scrivere, fare ricerche o avere una telefonata su argomenti complessi, ricavando quello che si può conoscere di me. Ma quando sono ispirato non deve restare traccia. Qualcuno dirà che di me sa poco, e ha ragione. Quel poco è inoltre inutile e lo sarebbe anche se fosse tantissimo o tutto. Ecco perché non mi informo su nessuno. Non mi è mai stato chiaro perché debba essere mai esaltante dal momento che alla nostra essenza non riguarda affatto quello. Sta qui il punto di vertigine di tutti coloro che hanno compreso, hanno ricordato, hanno integrato, hanno trasmutato. Si trovano in un momento in cui anche le loro migliori espressioni e i più alti ideali ed intenzioni diciamo materiali sono insufficienti ad aggiungere qualcosa a quello stato continuo, silenzioso, infinito e prioritario al quale sono pervenuti sì grazie a uno spirito puro ma anche attraverso una foresta di guai e capovolgimenti, riflessioni e passaggi fra le dimensioni. Potrebbero fare qualsiasi cosa di grande, e spesso le fanno, davvero le realizzano, ma il mondano non li vede più, hanno passato il segno e non sono più nel cerchio percettivo dei normali. Quando ascolto qualche loro storia, comprendo il piccolo o anche grande dolore che ancora resta e resterà fino a totale assimilazione ed uscita da questo piano. Soltanto, non c’è cura, non c’è rimedio al vero amore che disintegra le maschere. Avere vicino chi non prosegue nella tua essenza con la sua, e non può comprenderti neppure coi più grandi strumenti intellettuali o valori morali dei quali dispone, è una prova molto intensa, più intensa di avere a che fare con qualcuno che ti attacca anche in malafede per distruggerti e farti del male. Per quanto ci si possa spiegare, è inutile e non è possibile passare ad un altro essere un tratto che deve riconoscere da solo. Quando arriva quell’onda, non è niente di speciale, è lì per raccontare come se ne va, come se ne torna al mare.

Anteprima: Screen

Mi trovo alle ultime battute di Lone Leaf, che metterò in giro al completo verso la fine di questo mese. Ancora qualche giorno, poi i inizierò a togliere, accorciare, eliminare, riscrivere e continuare a chiamare in causa nuovi brani. A questa tornata ho proceduto con più lentezza perché volevo essere più lineare con un suono e una serie di colori che ho individuato e ciò mi ha suggerito di non abbandonare il piano, anche se alla fine dovesse rivelarsi ripetitivo o non aggiungere svarioni interessanti alla scatola. Non ho intenzione che sia interessante, e forse neppure efficace, ma deve fotografare bene una essenziale intimità a più livelli verticali. In un certo senso mi sono mosso  in varie direzioni nei lavori scorsi, più orizzontalmente anche, e se ogni tanto mi rassereno (in apparenza) un attimo non muore nessuno. Ho cercato un buon distillato.

Probabilmente ridimensionerò il numero di brani poiché ho creato molti doppi quest’anno, incluso un triplo, e in un periodo di tempo troppo breve, troppo veloce, troppo urgente. Non sto cercando di dire che sono affaticato, mi accorgo però che molto bene ai nervi di chiunque non fa sostenere tutta questa tensione auditiva a lungo. Se guardo che fra l’anno scorso, coi suoi 12 titoli fra i quali diversi doppi, e questi ultimi 9 mesi, che compreso Lone Leaf  contano 11 titoli al momento, non c’è stata nessuna pausa, mi viene una vertigine. Venti mesi che sto sulle punte.

Un brano che ho avuto piacere di firmare ieri è questo Screen che voglio presentare oggi. Non riuscivo a suonarlo benissimo, per via di accordi complicati da svolgere sulla baritona e di una situazione di suono difficile, ma volevo assolutamente averne un dagherrotipo, sporco, tremolante, eppure coerente, anche grazie ad un fortunato ricamo di voce che ho liberato senza intoppi. Ne è venuto fuori un ritratto antico dove il senso si svolge ancora una volta nel dialogo fra le dimensioni. Nei testi impersonali che sto curando è sempre presente questo aspetto, una o più voci che discutono su e fra una matassa di densità frazionate, senza identità, fra appunti, suggerimenti, divieti e passi indietro od in avanti. Autointerviste agli spiriti.

Più che altro sto pensando al capitolo 12, anche se ovviamente non ne ho buttato giù neppure una pezza. Sarà polveroso e di frontiera, concepito in forma demo, letteralmente più abbozzata ed evanescente, meno curata di questi poco curati segni che conoscete ed ambientato in una confidenzialità sottovuoto.  

-Screen

No one wants to play

in the end of the day

They don’t…

It must become a wave

invisible and sure

Numbers on sale

Until I won’t be the twin of me

and of you

My mind is the forgettable dream

All the things I’ve done

they become a joy

They don’t…

I must remember what

is invisible and old

Moments of shame

Endless and plain

Forgive my skin

and my complaint

Until I won’t win the fight with me

and with you

Dust is thee proper screen for this

movie

-Schermo

Nessuno vuole giocare

alla fine della giornata

Loro non vogliono

Deve diventare un’onda invisibile e sicura

I numeri sono in vendita

Finché non sarò il gemello di me e di te,

la mia mente è il sogno da dimenticare

Tutte le cose che ho fatto diventano una gioia

Loro non…

Devo ricordare cosa è invisibile e vecchio

Momenti di vergogna

Infiniti e semplici

Perdona la mia pelle

e la mia lamentela

Finché non vincerò la lotta con me e con te

La polvere è lo schermo giusto per questo film