Setacci

I setacci corrono avanti e indietro e adesso aumenteranno sia la velocità che l’accuratezza del movimento. Da questo gioco devono uscire i creatori, non correntisti, cittadini, candidati, votanti, trust-ullatori, sicofanti, servi o altri penitenti. L’esperienza prelibata a cui si punta è una, la realizzazione, schiacciante e definitivamente annichilente, di aver contribuito personalmente ed in totale responsabilità illimitata non alle mascalzonate esteriori della teppa vagante nelle dimensioni, ma al tradimento dell’essenza. Roba grossa. Davanti a ciò, la piccola vita fatta di inviti social, cocktails, carta igienica, boiler da sposare e con cui accoppiarsi, macchinette, corna, parate di siringhe, diplomi animali e più diffusamente musica di merda dietro cui nascondersi e frignare o pomposamente alzare il volume del rantolo, che diventa?
In questi giorni di pressioni molti conoscenti sono come piombati nell’ulteriore dissonante catatonia puntigliosa. Lo stadio di sfascio dell’illusione sembra essere posizionato placido sull’orizzonte come la bocca di un cannone. Potete immaginare, è lì che li ho caldamente indirizzati. Quando dico ‘Va all’inferno,’ è questo trionfo che intendo e spero, anche in quell’altro posto là. Non esiste miglior cura e questa inflessibilità deve essere manifestata e applicata. Non puoi fare questo? Allora smetti da adesso di prendermi in giro, perché è questo che fa chi si prende in giro da solo, considerando il prossimo la sua sponda robusta dalla quale rischizzare nella mischia  maleodorante del carnevale, razza di mammoletta dai problemi inesistenti. Gli umani, quelli bloccati vita dopo vita allo stadio di default, mentono sempre.
Dopo quanto appreso, mentre assemblo e disassemblo rumore alternato a scheletri lirici, ho fatto una riflessione e volevo ringraziare alcuni dei miei setacci. Fino a quando sto qua, in questa forma e sostanza, comprendo che i miei non sono ancora svaniti; svaniranno con me e con chiunque altro, ad un certo punto, dopo che avranno spazzolato per bene il campo. Il loro andare avanti e indietro mi fa rimanere sveglio e cancella, piuttosto che riscrivere e correggere, le mie storie, lusinghiere e malandate. Lungi dal sentirmene immune, li osservo scorrere e ne intuisco le maglie che affettano i miei spigoli e cerco di fare qualcosa per agevolarne il flusso, ma non rinvio, non mi sposto. Dicevo, ne ho rivisto i fondamentali e intendo ringraziarli.
Il setaccio che mi ha portato l’amore più grande, tutto sommato molto presto, il caro Io Sono. Grazie, per avermi risparmiato strada inutile da fare in più e mi ha strappato dalle sicurezze di destinazioni e moltiplicazioni affettive, famiglia, complici, compagne, tutto quel transitorio psichico raffinato, seducente ed invadente.
Il setaccio che mi ha illustrato la composizione della palazzina locale del pianeta, con le sue norme condominiali idiotiche e lo sgherrame così efficientissimo. Grazie per avermi negato terreno radioattivo edificabile dove allestire la mia baracca.
Il setaccio della mente. Grazie per avermi messo in guerra contro una mente forte.
Il setaccio degli egoismi. Grazie per avermi preso a calci e avermi reso un tramite, non il titolare, del tuo messaggio.

Stabilità o cambiamento

Non ho detto e non dirò a chi conosco: “Sei cambiata, sei cambiato, non ti riconosco più.” Che cosa mi aspetto, quale contratto ho in esclusiva e che paura posso avere, domani, oggi, fra un’ora, di non riconoscere più quel ruolo che avevo io per primo fino a un secondo precedente? Me lo auguro, di frantumarlo, significa che i miei sforzi stanno dando risultati, perché so dentro di me che qualcosa ho percepito d’ulteriore. Francamente, non m’impressiona, dunque non vedo perché dovrei frignare davanti al cambio di una prospettiva, di un modo di pensare e agire, meglio sentire, il cambiamento di tutti i modi per poi essere e basta,  che certe volte potrebbe offrire manifestazioni impetuose opposte alle mie esperienze. Quando sono volte a venire fuori dal dedalo sono azioni costruttive che invece di allontanarci ci rendono ancora più familiari, se è quello che sentiamo davvero. Anzi, quando si cambia, chi assapora quelle energie nel suo percorso neppure ci bada a vederle così disseminate in giro e attive: è una trascrizione e continuazione esteriore del suo repertorio più conscio. Sicuramente ne gioisce quando accade anche a chi comincia a muovere le proprie. Finalmente! Io mi rallegro quando strade inedite si sbloccano e ci portano da un’altra parte.

Non m’impressiona perché è dunque l’essenza la simpatica compagnia costante a cui ci interessa rivolgerci e alla quale ridare ospitalità, e quella ci rende immediatamente riconoscibili e, via via, sempre più in comunione anche se non solo abbiamo piani diversi, o maschere residue diverse, ma pure quando ci perdiamo di vista per tutta la durata di una vita. Non è niente, un passaggio qua.

Questa frase allarmata è invece molto in voga e tipica di chi suona la rumba con le proprie catene, pensando che, se proprio non sono più condivise, siano almeno sufficientemente lunghe da dare l’apparenza di una certa mobilità che non ventriloqua libertà relativa ma, per l’individuo immerso nella materia, è spiccia speranza di esercitare influenza e controllo abusivi sui presunti compari di cella.

Sei cambiato, dov’è andata a finire la maschera che ho cotto per te impastando la mia bava coi residui dei miei desideri? Non c’è più quella, e son vinte pure le altre, la tua officina chiude. Come la mettiamo? Finite, niente più maschere.

Niente più maschere significa enormi problemi nel sottopiano per chi ha solo quelle e ha smesso di indirizzarsi alla ricerca, non semplice, del proprio volto. Ma la questione è ancora più profonda e si avventura a supporre una natura scomparsa. Cioran scriveva che oggi la gente non ha più una faccia: perché portare una maschera quando non si ha più una faccia?

Anteprima: Stars of Cardigan Olcott

Fra le manifestazioni che vanno e vengono giornalmente in questo laboratorio senza tempo, ho scelto di rendere pubblica Stars of Cardigan Olcott. Si tratta di un brano delicato e dai tratti anaerobici che ho teso sulle spalle di alcune nubi fatte col monotron e una chitarra crepuscolare. Una chitarra terzina calante fa il suo dovere sui due canali e la voce dipinge a più livelli di tono una narrazione costante, mentre alcuni rumori di fondo sono disseminati agli estremi. Il testo è in inglese e come faccio di solito dividerò le liriche di Cardigan Olcott fra italiano e inglese. Non avrei nessun problema a trasmigrare tutto in italiano all’occorrenza, tuttavia quando questi apporti giungono in un linguaggio io mi attengo a quello e non mi azzardo a cambiare neppure una virgola.

Anche se è semplice, anche se non ha una struttura per darle variazioni e colori spiazzanti, è una esplorazione credo sincera di una andatura verticale delle impressioni. Può apparire affettatamente naif, l’intenzione, e lo è perché io sono anche quello, ma questo modo, più che questa trascrizione precisa, è uno dei punti più significativi di quest’anno e lo svilupperò ancora molto. Volevo tenere in equilibrio più elementi senza esagerare con le accelerazioni o con le trovate melodiche e gli effetti speciali. Le trovate melodiche le scarto ogni volta che tentano una incursione perché non mi interessa quella cosa. Per quanto riguarda il rumore, il rumore è tutto. Devo solo spostarne e ordinarne un po’ per inserirci dentro quello che voglio essere e dire, senza cambiarlo o provare a farlo mio e da lì posso risalire a significati differenti.

Questa dimensione mi rappresenta più di ogni altra e somiglia alle avventure che si svolgono quando le apprecchiature sono spente. Silenzio ma non assenza, come un rumore che si svolge lontano; armonia placida non timorosa di trasformarsi in pochi passaggi in disfatta irrecuperabile e/o cambiamento.

-Stars of Cardigan Olcott
In the space I am still
encouraging stars
there’s a hole inside a fear
to become a sky
In the empty space of tears
air is burning light
Angels’ anger won’t be paid
at this turn we say
that we only disappear
and we did not live
I exchange my little box
of experiences
I’m excited to meet me
under my skin
through the noises in background
I’m the noises in background

-Stelle di Cardigan Olcott
Nello spazio, ancora incoraggio le stelle
Un buco nella paura di farsi cielo
Nello spazio vuoto delle lacrime
l’aria brucia di luce
La rabbia degli angeli
non pagherà
e a questo giro noi diciamo
che scompariamo e senza aver vissuto
Baratto la mia piccola scatola d’esperienze
entusiasta d’incontrarmi sottopelle
attraverso i rumori di fondo
Io sono un fondale di rumore

Cover: As we were

Una mia visione, periferica e fuligginosa, asciutta, di un brano noir del grande gruppo A Whisper In The Noise, As we were. Ogni tanto, dopo 10 o 15 miei elaborati, ho deciso di creare una cover di brani che mi piacciono e la inserirò nel capitolo in corso, che in questo momento è il lungo e difficile Cardigan Olcott di 17 brani che metterò fuori a metà del mese prossimo. Mi trovo accerchiato da stracci di suono e pezzi completi e suites che mi fanno pensare che sono prossimo a finirlo, ma sto anche prendendo in considerazione di continuare a trascrivere e allungare il percorso perché sento di non aver detto tutto.

Mi ronzava nell’intento da un po’ fare una mia versione di questa As we were, per fattori soprattutto di personaggio vocale torbido e lunare che sento vicino al mio. Soltanto mi ero fermato a contemplare la incendiaria ritmica dell’originale e il senso ritmico drammatico del pezzo, che avrei voluto ricalcare, ma avendo io una inesistente cultura di batteria e percussioni non riuscivo ad andare verso una mia diapositiva del brano che non prevedesse tamburi. Ho strimpellato un po’, pestato sulle pentole e cantato tutto alla prima e in breve avevo finito.  Il risultato, sporco e sfilacciato, lo trovo interessante.

In questa fase di piccoli o grandi azzardi devo credere maggiormente alla insuperabile utilità e urgenza, per me e i miei traffici, del mio mondo che ho scoperchiato con tanto impegno e constatare che è già istantaneamente reale, ed è ciò a cui mi educo, in termini sottili ma anche di semplice-mente, ogni qual volta attacco alla scalata dei miei momenti di luce e di ombra.

-As we were
as before
comes to be
nevermore

the fool
to regret
to repent
to forget

as our hurt
devestates
as our hopes
dissipate

turning joy
into pain
as our love
turns in vain

so we now
close the door
as we were
nevermore

day of birth
be alive
leaning now
to survive

to move on
without ache
humbler
within grace

within hope
dawn of spring
to the start
all that sadness brings

Anteprima: Non mi sono dimenticato di te

Scorcio metafisico dalle trascrizioni degli ultimi giorni, quelle del mio nuovo capitolo della bassa fedeltà in corso di ispirazione ora. Sarà esteso, 17 brani, e non sarà pronto prima di metà Giugno. Si tratta del sesto lungo del 2017, l’ottavo momento contando anche le due brevi escursioni di questo mese che insieme costituiscono in un certo modo un episodio a sé. Il brano che presento oggi, e che per me è rilevante, si intitola  Non mi sono dimenticato di te. Al di là del titolo dal facile palpito contemporaneo, l’interno dei versi un po’ desnosiani rivela una speciale ode alle manifestazioni sottili da ricordare e alle quali andare a congiungersi. La musica fotografa la scena dell’arrivo dietro la quale scorrono i quadretti dei ricordi e dell’esperienza.

-Non mi sono dimenticato di te
Quanta novità da prendere e lasciare qui
Spero in un’eternità che abbia tutto incluso
Sarebbe bello per noi
dimenticarci
di tutto questo, ma noi
ci passeremo
uno sopra l’altra, come gocce di pioggia
per l’eternità, col muso di chi non sa
che è sempre bello per noi
allontanarci dall’illusione per poi
ricominciare
La libertà
arriverà
per toglierci
da tutto quello che noi
non siamo stati
Ed è già stupendo per noi
che abbiamo gli occhi
per non fissarci
E abbiamo gli occhi
in cui non perderci

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