Cover: Space Monkey

Avevo appena svuotato l’impegnativa seconda tazza di caffè delle 14:00, quando la mia antica complice, la splendida Federica, l’artista che anticipa la sua vivente bellezza, è apparsa nella forma comune, quella migliore, e mi ha costretto con un discreto ricorso all’uso della forza a creare la mia versione del brano dei Placebo, Space Monkey. Non ricordavo più la canzone, relegata in pochi ascolti sparsi nel tempo, e non conoscevo affatto il testo. Ma ho dovuto accettare e controfirmare in bella la resa, le cui spinte fondamentali restavano nascoste. Uno risponde alla chiamata, si vede che non c’è niente da fare. Eppure stavo per cominciare ad incidere una nuova linea sghemba delle mie, che avevo già quasi per intero impostato e nella quale avevo sperato i giorni scorsi, ma ho ceduto, rimandato.

Siamo al momento successivo la ricostruzione dei fatti. Il gentile invito di questa messaggera è sempre cosa gradita presso il mio ufficio e l’ho ringraziata tantissimo. Infatti il brano mi è ri-piaciuto immediatamente e ha richiesto qualche ora di impegno per venir fuori, per alcuni motivi semplici. Nel chiostro in bassa fedeltà, non c’era tutta l’attrezzatura a portata di mano, salvo la mia VM Jag del 2014, che adesso è nuovamente accordata all’in giù e ha anche un nuovo amplificatore autocostruito con cui discorrere a suon di Muff.

Lo spirito. Cameratismo, continuità e semplicità ci guidano oltre il comprensibile legame di stima reciproca, lo sciolgono. Non mi piace quella cattività preparata. In questa discorsività, che è per nulla un’ottica e nemmeno istinto ma il dono nascente della vista nuova e pura, mi posso dedicare all’ignoto apparente. I giorni che chiedo, se ce ne sono degli altri, sono così.

-Space Monkey, by Placebo.

Space monkey in the place to be
Lying in a rocket to a planet of sound
Shooting the man, playing dominoes and drag
An increasing population of 100 percent
Space monkey in the place to be
With a chemical appeal and a picture of Mary
Out on a limb in the carnival of me
Raising the temperature 100 degrees

We’re sewn together
She’s born to Mesmer
Beside I stride her
I die inside her

Space monkey in the place to be
A mass of contradictions in a golden frame
Raising the roof in a calamity way
Completely meretricious of a poke in the eye
Space monkey in the place to be
Talk of the town with a Columbian walk
Out on a limb in the carnival of me
Raising the temperature 100 degrees

We’re sewn together
She’s born to Mesmer
Beside I stride her
I die inside her
Its far to sacred
Don’t ever fake it
And don’t don’t don’t let me down

Like you let me down before
Like you let me down before

Space monkey in the place to be
With some free association and a hole in her head
Out on a limb in the carnival of me
Raising the temperature 100 degrees

We’re sewn together
She’s born to Mesmer
Beside I stride her
I die inside her
Its far to sacred
Don’t ever fake it
And don’t don’t don’t let me down

Like you let me down before

Like you let me down before,
Like you let me down before,
Like you let me down before.

Anteprima : La salita

Le informazioni scorrono, anche due composizioni al giorno, complete. Le fermo, trascrivo, e le mollo. Gran parte di questo esercizio di dogana verrà sepolto, come al solito, dal flusso maggiore che arriva nelle ultime giornate di lavoro. Ma non ho affezione per queste musiche, con le quali discuto alla pari.  Appena sento che vogliono restare, che tirano fuori certi gioielli che mi è abbastanza facile replicare nelle mie tasche, apro la porta e le caccio in strada. Ho abbozzato altro suono per poter avviare un breve flirt di un paio di settimane verticali, solo scrittura e incisioni continue e non convenzionali da riporre fra le stoviglie non mostrate, e l’ho presentato. Se ne parlerà nei mesi prossimi.

A fine Gennaio ci sarà l’intera manifestazione di questo primo episodio della serie 2017 in bassa fedeltà. Non so di preciso come verrà, perché ogni elemento è diverso dall’altro e mi sta un po’ spiazzando. Tutto più veloce e più intenso. Posso intuire i temi, che non sono altro che i miei compiti fondamentali del periodo.

-La salita-
In un attimo sarai
quello che non riesco a dire
In un attimo vedrai
cosa non è giusto se fossi al posto tuo
oppure al mio
Eppure il mio
non era il tuo
In un attimo verrai
presa dalle braccia del cuore
di cui non sai,
che credevi di un altro
In un attimo verrai
schiacciata dal pensiero
che tutto è finito…
che tutto è finito…
ed è finito davvero…
è finito
In quell’attimo saprò
essere con te
In quell’attimo saprò
essere con te
e anche con me

Post-it

Questo è un pacco di post-it appena aperto. Ogni giorno, appunterò sul foglietto il titolo dell’album che sto ascoltando, preferibilmente un disco al giorno, e il titolo del libro che sto leggendo in quel periodo.
Voi direte: “Sir, a noi non ce ne frega un cazzo.”
Lo direi anche io, ricorrendo allo stesso tono, e poi in segreto imiterei la storia.

dscn9970

Sincerità

A meno che non si tratti di qualcuno che veramente mi sconvolge i sensi e la memoria superiori, io non amo avere attorno gli altri o svolgere qualsivoglia attività con loro, né fra le frequentazioni né fra i componenti della famiglia terrestre. Anche quando ero piccolo, lo dicevo ad alta voce. In questi anni l’ho ricordato e devo dirlo ancora. I membri miei pari della mia brigata so chi sono, vicini o lontani, e quasi per nulla fanno parte della compagine allestita in anni di commedia terrena. L’espressione della mia volontà non è un mistero, lo sentono e vedono attraverso manifestazioni che non comprendono e inoltre lo sanno, gliel’ho spiegato con le parole più chiare e la presenza più radiosa e serena. Qualcuno si è offeso, qualcuno ha protestato, altri si arrabbieranno tantissimo, ma io non c’entro coi loro malanni, io sono per niente importante, se non per me. So cosa sto facendo con la mia elegante presenza, basta questa a stroncare ogni principio di discussione, poiché mi richiede altrove. Altrettanto vorrei chiunque riuscisse a combinare con la propria fantastica presenza, che tante volte applaudo e pochi si accorgono, ed io non mi offendo mai se questa ci separa, almeno sul piano delle sciocchezze temporali. Essa che non prevede questo generico stantio ‘voi’ ed ‘io’, che non prevede nemmeno elementi di me sui quali potrei adagiarmi e gozzovigliare come fa il comune soggetto tanto amato e ricercato, così richiesto perché assicura di poter continuare  a fare finta.

Non ho permesso a me di fingere, non ho permesso ai più di fingere, e ciò ha complicato avventurosamente il paesaggio. Ma non è questo che li ha turbati; pesa di più che non sanno, per il momento, come ripeterlo da loro stessi. Una cosa che si impara da soli, come respirare, vedere, sentire, collegarsi.

Ad essere se stessi, nessuno ci rimette, a meno che uno non si faccia delle illusioni. Ecco cosa sono le belle istantanee delle quali per un po’ proviamo ad esser fatti, e voglio ricordare che tutte le illusioni verranno smontate. Perciò, nessuno si azzardi a usare mai questi artifici della mente piccina per ricattare moralmente e mentalmente il prossimo, perché il convoglio dell’essere non può essere arrestato e, benchè remota, la possibilità che qualcuno renda all’istante pan per focaccia c’è, qualcuno che sappia leggere i pensieri e la radici e i semi della pianta. Se succede, è un aggiornamento di coscienza da una parte certo auspicabile, ma quasi insopportabile se assunto tutto in una sola tranche.

La fine dell’esperienza

Stando in giro per le linee del tempo e per le dimensioni, nell’istante presente ci si imbatte anche in questi numeri che urlano fra di loro, o davanti ad un apparecchio audiovisivo, comunque sempre all’indirizzo di un certo specchio, le parole del periodo storico in corso. Sempre in quantità maggiore, viene richiesta della merce di rapido consumo, vera e propria sostanza allucinogena: sicurezza, lavoro, diritti, Europa, sorveglianza, dati, trasparenza, tasse per tutti, politica, istituzioni, protezione, onestà, Costituzione, resistenza, moralità bancaria, comunismo, amministrazione, accesso al credito, buon governo, voto, economia, risparmi, tagli, limitazioni, previdenza, sanità, educazione, controllo, rigore. Insomma, si potrebbe andare avanti per dieci righe, ma la sostanza la conoscete. Tutto questo purchè provenga dalla casa del pastore, nulla che possa essere immaginato e creato ex novo, specie sotto la propria responsabilità personale.

Per molti è agghiacciante verificare, esperienza quotidiana alla mano, come ad ogni angolo siano sistemati più o meno in posizione eretta questi ripetitori biologici di suoni e idee morte. In alto numero e profondamente programmati, muniti di un rapidissimo relè che scatta appena fiutano l’eccezione, si occupano di mantenere costante la carica batterica sul pianeta più tossico mai apparso nell’eternità. Una vasta filmografia può spiegare bene l’automatismo di fondo, così come biblioteche intere disseminate nella storia. Ma penso che la verifica diretta e la sensazione personale siano quanto di più alto e completo si può realizzare a livello di comprensione totale di quel certo tipo di esteriorità, dopo la comprensione di sé stessi, naturalmente.  A volte è quasi atroce, perché colpisce chi è vicino a noi, e non possiamo farci niente. A quel livello, la nostra contiguità è apparente e comincia a svanire quando prendiamo coscienza di chi siamo e di cosa è in corso.

Tutto ciò io lo trovo esaltante. Mi mettessi nei loro panni, sentendo nel profondo imminente l’arrivo della fine dell’ennesimo giro di giostra e verificando quanto maggiore ed impossibile da coprire sia la distanza che mi separa da un altro tipo di comprensione ed essenza, non mi rimarrebbe che nuovamente sostenere la piccola vita ben rintuzzata dal materiale, la piccola organizzazione, il piccolo schedario del racket cultologico planetario e le sue menzogne terribili ma adeguate, pur di tirare avanti. Una volta alla frontiera, scoprire di dover tornare nuovamente daccapo non sarebbe nemmeno così drammatico, dopo una vita passata in mezzo a compromessi estremi e, in generale, aver prestato anima e corpo ad una cosa che non esiste. Tornare a zero per un po’ è un sollievo. Sarei animato dallo stesso fuoco che mi anima ora e mi porta, in modo naturale, a disfare tutto ciò che è comunemente accettato a capo chino. Non ci vuole molto, basta alzarlo quello sguardo pulito e profondo, e tornare a scintillare. Questo potrà disgustare molti e allontanarli, potrà fare anche paura; non è un caso che come ratti siano finiti a rintanarsi nella zona più oscura dell’esperienza. Va però ripristinato e sta venendo ripristinato.

In qualche misura ci siam passati tutti, a turno. Dunque ho la pace che non mi fa dispiacere in nessun modo per chi c’è dentro ora. Incito chi si sforza per capire un minimo, e osservo. La domanda di quelli che hanno fatto qualche passo in più, ma si badano bene da cantare a pieni polmoni la canzone per intero, è abbastanza banale: Ma allora cosa facciamo?

Se uno sa che quel che fa concorre a quanto di più oscuro ed intossicante abbiamo sotto agli occhi in questo tempo straordinario, conosce anche la risposta. Questo sapere le cose e comunque chiederle pur di fare il giro lungo, è tipico di questo piano, è elementare. Sanno che stanno trafficando in qualcosa di spregevole, e quindi eccitante, ma se gli altri non se ne accorgono, per un po’ va bene. Per questo, il tempo in corso è favoloso: sappiamo chi siamo e chi siamo stati, sappiamo cosa hanno fatto, li stiamo osservando. Al momento esatto, cadrà la mannaia e non sarà  per straziarne le membra o sottoporli a punizioni: ci dividerà del tutto da questa finzione e basta. La risposta è elementare. Cambiare prospettiva, azioni, servizio, energie, intenti, nel tempo che ci vuole ma con la costanza inscalfibile di chi vuole, dal cuore, fare progressi. Non è possibile fare questo? Allora bisogna accettare quanto arriva e, importante, provare a non imporlo al prossimo.

Mi sento in linea con quanto è detto, che da qui devono venir fuori i prossimi Creatori, che creeranno possibilmente meglio e non saranno in grande numero.

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