Pensiero

Ma in realtà tutti quelli che chiedono il consenso sono inaffidabili, fin dall’inizio. Non possono essere pericolosi, solo posticci e claudicanti. Perciò, che gli vada in porto il progetto o che vada a ramengo, sempre di una cosa fuori da loro si tratta, che prende energia a loro e agli altri, che distrae e non azzecca l’esempio. Se fossero i rappresentanti di qualcosa di compiuto e potente, non andrebbero in giro a chiedere ai loro fratelli di cedere la propria energia per alimentarla, si farebbero gli affari loro, forse qualcuno intuirebbe e lavorerebbe dentro di sé per creare la sua versione, e comunque andrebbero piuttosto a godersi pacificamente ed elegantemente le bellezze di questo o di altri reami.

I miei difetti

“Alemu, secondo me dovrei mollare tutto.”

“Sì, è una cosa buona. Una cosa molto buona.”
“Una buona cosa? Ma sei pazzo????”

“L’hai appena detto tu che è quello che vorresti. Se avessi coscienza che sei un mago…”

Questa storia va incarnata, o nulla; non te la si può spiegare.

Farò una breve lista oggi.

Quindi ti amano e ti stimano:

se rinunci alla libertà,

se soffri con/per/al posto loro,

se ti conduci all’esaurimento nervoso,

se resti lamentoso e/o vulnerabile e/o arrabbiato,

se accetti la sfida,

se firmi il contratto,

se dai il consenso,

se fai il morto a galla in un mare di debiti,

se credi che le cose stanno così come ti dicono,

se arraffi o freghi,

se esegui senza fiatare,

se gli porti altri gonzi da fidelizzare.

Eventuali (…)

E dopo tutto questo giro hai ancora risorse per dire le bugie, che non sei solo, che hai degli amici solidi e leali, che sei realizzato, che rappresenti a volte l’eccellenza e l’operosità, il genio, l’efficienza, che le porte si aprono, le opportunità aumentano, che l’amore ti sorride sempre. In quale castello delle streghe? Questi sono i parametri su cui ti misuri? Ancora ti misuri? Questo è il tuo senso? Su tutto questo splende la tranquillità e la realizzazione? E dici che non puoi rinunciarci e che no, non ti posso capire. Lo so che io non posso, lo so.

Squadre compatte e disperate davanti al bagliore di un gesto semplice

Come pretendere di essere compresi sotto questa tensostruttura blu quando il ruolo del suo abitante è stare nell’oblio ancora non lo so. E’ ridicolo. Il dispiacere più grande del quale gioire da dare a questo mondo è essere te stesso e l’offesa minore da ricevere in cambio è non essere capiti, uno scambio gustoso. Sei a tavola con gli dei, lascia che il cane abbai, cerca di smettere di mangiare dalla ciotola e vai al tuo appuntamento. Erano 12 anni che non andavo al mare. Da dove sto scrivendo adesso la prima discesa dista 2 minuti e 10 secondi di bicicletta. Dovevo andare, una volta, ma dopo un po’ penso di essermene dimenticato insieme a molte altre cose. Sono arrivato presto e mi sono seduto in alto per ritinteggiarmi e per stare lontano dall’acqua, che mi ucciderebbe, e da lì, senza nessuno attorno, ho iniziato a rivedere tutto, le rocce, i cormorani, il sole mezzo finto, i pescatori di frodo, l’odioso traffico. Ho fatto una gran bella mattina, ieri, replicata oggi. In 12 anni possono cambiare delle situazioni eppure questo non da la garanzia di portare a qualcosa, come succede nel pantano dell’illusione, perché quasi sempre cambiano solo le intestazioni delle cambiali e i cognomi sui campanelli. Cambiano le coste, c’è il ciclo ed il riciclo delle maree, le montagne si abbassano, però quello che rimane è la memorabile vittoria in ditta per scroccare un giorno di ferie in più, con la disperata voglia di rientrare, perché senza quello, chi sei? Dove stai andando? Gran parte delle mie attività spuntano fuori, o si ritirano, dal catino di quella che al n-osservatore comune pare una epica strampalata e priva di uno scopo, anche se dovessi indossare un cappello. Succede non perché c’è una amplificazione, ma perché è un’altra energia a sospingere il gesto, incomprensibile al contestualizzatore, al controllore della qualità dell’industria mentale planetaria. Sicuramente, un menu di pappa che il cyborg non può mandar giù. Si incazzano. Per me è solo la grammatica che ho inventato per trascorrere un po’ di tempo in questa epoca su questo pianeta, come loro hanno quella che creano. Il momento chiede di non nascondersi e di parlare a voce alta di questo. Nel momento in cui siamo, l’energia va schiarendosi dai bianchi e dai neri e fare anche cose molto molto semplici, come sorseggiare un caffè al bar, può diventare micidiale se l’operazione AVVIENE a bagno della giusta presenza, della giusta energia, nella sua irripetibile visione e potremmo dire sua verità. A me piace inventare la bellezza e lasciarla al suo cammino. Ne traggo nulla o tanto in termini materiali? Non lo posso specificare e di rado me ne accorgo, perché sono concentrato sul lungo termine. Specie quando sono da solo e non devo farti l’elenco dei cazzi miei. Oggi ci stava. Una volta ogni cento anni….una volta ogni milleduecento secoli…Chi lo sa. Sono successe nel frattempo tonnellate di cose che stanno fra me e i protagonisti assoluti di quelle vicende e ciascuna ha avuto il suo impatto su mondi lontani che si fanno sempre più vicini. La bellezza, la durezza, l’addio, solo fra me e te. Gli uffici andranno avanti, i giornali strilleranno ancora, i vicini appassiranno in una brutta nevrosi tanto rimandata perché niente di questo sa dove stiamo sparendo noi due. Ho scritto un bel pacco di dischi in pochi mesi. Ogni tanto qualcuno mi ha offerto di suonare in giro nel proprio club e ho dato la mia risposta: impossibile. Questi dischi non si possono suonare, perché io non li so suonare. Quelli là hanno pensato che sono un po’ scemo, e potrebbe benissimo esserlo, inefficace nei cantieri continui dell’orizzontalità; ma è vero. So come li ho composti e quali forze li sostengono, qual è la natura. Li ho composti mentre li incidevo, ho ascoltato quelle voci la prima volta mentre le cantavo e sono state forme uniche come quelle disegnate dagli stormi che accarezzano l’aria, al tramonto, il giorno prima di cambiare continente. Benché allo sbando, il mondo ha offerto tanto. Portarlo in vita, in qualsiasi momento, lì per lì, poi, è quasi un’arte. Passa anche tantissimo, tantissimo tempo, e per certe esperienze non ce ne sarà mai più, certi gesti si sono avverati qui e da nessuna altra parte. Ho trovato bello il giorno in cui questo è tornato a me dopo essere stato diviso e rincorso, sostituito e negato, rifiutato. Gli anni, i secoli, le vite che possono trascorrere fra un evento ed un altro sono giusto l’attimo in cui stare sovrappensiero.

Non ho più nulla da fare di particolare. Se sapete che l’energia scorre, se siete qui per essere fra gli interpreti iniettori di un felice cataclisma, nessuno, niente, può fare fronte alla realizzazione di questo mandato.

Madge Midgely-Quattro miglia, per miglia…

Ero senza connessione nelle ultime 48 ore, così ho fatto un viaggio dal quale sono ovviamente tornato e del quale parlerò più avanti. Ma ora bando alle ciance.

Stiamo parlando di Madge Midgely, al secolo Mandie Shattuck, artista americana, artista della vita. Quando avevo il profilo su quel social network, ogni tanto ho fatto conoscere assaggi dei suoi funambolici pezzi ai miei contatti tramite delle traduzioni selvatiche, e chi voleva gradire ha gradito. Per la poesia, per la luce, per il buio, per la volontà.

Presento oggi qui la mia resa italiana, spero gradevole e rispettosa dello spirito originario, del suo ultimo report, che è una danza delle impressioni intitolata Four miles, for miles. Quattro miglia, per miglia…Mandie ha già approvato e dato ottime indicazioni per migliorare il testo e le sono infinitamente grato. Anzi, oggi che torno con la connessione a tutta birra scopro che ci sono ben due nuovi suoi articoli, che vi invito ad esplorare insieme a questo sul suo blog. Lei scrive, scrive e danza insieme. Io ve l’ho detto.

Il link all’articolo originale: http://madgemidgely.com/2015/06/23/four-miles-for-miles/.

Quattro miglia, per miglia…

Le mie cosce si appiccicavano fra loro.

Sono sicura che c’era una irritazione.

La pelle che sfregava sulla pelle bruciava come un inferno.

Trovarsi in uno dei luoghi per signora più sociali; nel bagno, ho interrogato un altro patrono femminile.

“Hai della cipria, per caso?”

Rispondendo con un gesto alla mia domanda, tirò fuori dalla borsa un astuccio.

“Ho bisogno di quel tanto che basta per rimettermi le cosce alla giusta distanza,” rispondo, con più aridità delle mie impiastricciate vicine di Vagina.

“Ohhh, tesoro .. questo non è talco … E’ coca”.

Immediatamente mi immagino altri tipi di sollievo.

“Roba caruccia per le mie esigenze, ma scommetto che per l’effetto anestetizzante ne valga la pena,” immaginando la scena aggiungo, “Ho bisogno di quattro miglia di  “calma-secchezza”.

Mi fa, “Quattro miglia?”

Sono abbastanza sicura a questo punto che lei è già strafatta e il suo cervello sta equivocando a più non posso.

“Sì … quattro miglia fino a casa. Penso che in taxi fanno circa quindici dollari … davvero troppo per me, per questa città di merda … comunque, troppo per me. Nonostante io abbia questo problema.” A quel punto  cerco di gestire il dolore con un sorriso … Sono una bugiarda e questa merda fa male.

Sopracciglio inclinato, testa inclinata, chiede: “Un problema?»

“Roba da donne…”

Per un attimo getta uno sguardo incredulo, fino a quando una scintilla di comprensione esplode sui suoi muscoli facciali già contratti.

“OOOoooohhh, ti sono venute!”

Vedo che ora si è un poco raddolcita per la compassione e la comprensione.

“Uhmm … No.” Non posso fare a meno di fermarmi un attimo, sapendo che se fosse quello il caso, sarebbe l’ultima delle mie preoccupazioni; ed è per questo che Dio ha creato la carta igienica.

“No?,” ripete lei, ma un po’ impaurita … come stessi per rivelarle che ho appena scoperto di avere un cancro al seno, o che mi è spuntata una ciste ovarica.

“No. Ho le cosce orrendamente sudate, e … uhm … una massiccia irritazione.”

Non so perché mi trovo in imbarazzo per questa cosa di fronte a una persona che trasporta abbastanza cocaina da finire incriminata per un reato, ma è così che rispondo, comunque.

“Oh. OH. OooooOOHHHHhhh!” Le immagini percolano nella sua mente e gli occhi le diventano grandi. Che sollievo, FINALMENTE  ‘c’ha preso’.

“Già…”

“Oh, cara … che schifo!”

Senza perdere un colpo…

“No, è disgustoso!”

Le ho suscitato un po’ di empatia indotta dalla coca, e lei annuisce consapevolmente. “Sì …beh, è per via di questo schifo.”

Ancora un po’ disperata e disposta a tornare al bar, chiedo “Allora, in quella grande borsa magica hai nient’altro che possa aiutarmi?”

Comincia la famigerata ricerca nel guazzabuglio della borsa. Scava in profondità nei suoi meandri per trovare qualcosa di significativo o (nella sua mente) utile.

“Uhm, beh, che ne dici … Preparazione H? O … uh .. Advil? “

“Sembra che tu abbia tutta un’altra serie di ‘roba da donne’.”

Sono delusa&afflitta, ma lei è veloce a rispondere, “Dannazione! Non lascio casa mia così impreparata. “

Buon Dio, deve essere una Vergine … So di cosa sta parlando, perché di solito, quella signora SONO IO.

Agitata con le mie osservazioni, aggiungo sussurrando “Apparentemente …,” con troppo giudizio e sarcasmo.

Segue un silenzio imbarazzante e trovo che questa sia l’anteprima per filarmela. E poi, non ha quello che mi serve.

Scommetto che se avessi bisogno di una spilla da balia, là ne troverei una a galleggiare.

Forse, forse è solo questa la mia colpa.

Forse se mi trovassi in una trattoria avrei più fortuna con le mie esigenze rispetto a questo oscuro bar qua.

Forse in altre circostanze troverei una simpatica mamma cicciottella, col suo bambino piccolo e la borsa del bimbo bella fornita di tutto.

E chiederei il suo aiuto e lei frugherebbe per bene nel sacchetto del bimbo per tirare fuori giusto UNA di quelle bottigliette da viaggio di talco da dieci; e me la allungherebbe con amorevole cura, dicendo “Tienila. Sai che dovrai riapplicarla più volte lungo la strada.”

E mi farebbe l’occhiolino ed io mi sentirei sicura e protetta.

Vorrei rispondere con un sorriso e un umile “Grazie,” pensando che il mio buon karma deve essere tornato allo stato di autoconservazione, e farei ritorno a casa tutta bella incipriata.

Invece di cercare una trattoria con una madre responsabile e una borsa per il bambino ben fornita, tornai al bar con l’intento di farmi la sola cosa calmante che conosco …un whisky.

Qui mi conoscono e il barista chiede se mi prenderò un altro doppio Jameson con ghiaccio. Dico “Sì, e mettici pure una pinta di Fat Tire.”

Il mio cuoco preferito siede alla mia destra, e dice: “Questi sono i miei. Mettili sul mio conto.”

“Oh, non devi farlo … li pago io,” rispondo con timidezza.

“Bah… hai dato quel caldo cappello che hai fatto a maglia alla mia amica che stava male … e quel cappello le ha tenuto calde la testa e le orecchie per tutto l’inverno.”

Non posso ribattere ad una tale logica, e lo ringrazio per la bevuta.

Il mio buon karma non sta autoconservandosi in questo momento; o forse è solo il mio punto di vista … momentaneo. Ho bisogno di questi drink adesso, se non altro per distrarre il mio cervello dall’eruzione cutanea che si sta formando sulle mie cosce.

“Beh, grazie ancora. Lo apprezzo molto, davvero.”

E lo apprezzo appena scivolo fuori dalla porta posteriore che da sul patio dove vado a pensare un po’ a più di una prospettiva.

I buddisti Zen dicono di “non giudicare nulla”. Di vedere tutto come vita, senza dualità.

Così adotto questa prospettiva, per il momento, e mi faccio un lungo sorso di whisky. Lo tengo in bocca per un po’, lasciando che l’alcool inzuppi  tutte le mie papille gustative. Lentamente, ingoio il suo dolce ardore nella mia gola.

Ho lasciato che l’alcool sostasse nella mia bocca come una tintura; permettendo alle sue proprietà medicinali di penetrare nella membrana porosa della mia bocca.

Chiunque osservi, può pensare che sto contemplando gli stormi. Si domanderanno perché il mio processo è meno dolce e disperato del loro, vista l’urgenza con la quale ciucciano dal collo delle bottiglie la blanda birra annacquata. Bevono come se avessero bisogno di acqua, come un bambino affamato al capezzolo.

Io me ne sto fuori, e nessuno è qui. Nessuno che guarda o giudica.

L’aria è carica di umidità e le nuvole si addensano in alto in una cappa grigia; si avvicina sempre di più un bel temporale, i tuoni cominciano ad incedere.

Sorrido alla antiquata visione di Dio e del suo esercito di angeli che rotolano giù come palle da bowling su una pista da bowling infinita. Ogni rombo di tuono, una palla. Ogni scarica di fulmini è uno strike di tutti e dieci i birilli. Dopo un po’ di tempo, inizia a grandinare. Forse questo è un segno del gioco celeste di 300, e la grandine è fatta da confetti celesti che cadono sulla superficie della Terra.

Fischi, boati, nuvole vibranti che riverberano gli applausi per una bella giocata. Il team Celeste ha vinto il campionato.

A loro sconosciuti, ci sediamo come angeli caduti, osservando i nostri fiori che perdono i petali e la nuova geografia delle ammaccature sulle nostre auto.

Alcune persone sono ora accorse sotto alla pensilina. Discutiamo del tempo, evitando conversazioni che vanno molto più a fondo. Ma va bene… Sono venuta qui giusto per distrarmi dai miei acciacchi, che con successo quasi tengo a bada, fino a quando non ricordo a me stessa delle imminenti quattro miglia.

Quattro miglia … per miglia…

Non l’infinito, ma nella mentalità sbagliata è così che potrebbe apparire.

Ho bisogno di utilizzare il mio buon karma per evitare le vesciche. Ho bisogno di scarpe celesti per condurmi a casa … qualcosa che mi faccia fluttuare direttamente attraverso un portale, un modo per scansare il mio dolore imminente.

“Mi sono ficcata io in questo pasticcio. Diamine. BRUCIA. Maledizione. Il mio maledetto narcisismo, la mia dannata inettitudine a vestirmi in modo appropriato, oggi. Maledizione.”

Muovo il mio primo passo incerto verso casa.

Oggi più di ieri

Sono qui in attesa della risposta di una brava creatrice e amica per la quale oggi ho firmato, di mia iniziativa, la traduzione italiana del suo nuovo fantastico articolo. Avrei potuto già lanciarlo qui, ma attendo la sua verifica, per correttezza, e credo arriverà domani. Intanto, a metà giornata ho incontrato una vecchia conoscenza. Anni fa questa aveva abbozzato alcuni sentieri inediti in cui esplorarsi e la ricordo accesa contestatrice dei metodi tradizionali di gestione dell’umanità, negatrice del consenso e via dicendo. Sono passati due anni, tantissimo, oppure è ancora troppo presto. Si è sentita di scusarsi, rattrappita e goffa; scusarsi non so con chi, perché, per avere forse nel mentre intrapreso la carriera politica nella sua città. Troppo, troppo imbarazzo. Perché vergognarsi di quello che si fa? Probabilmente era scomoda ‘prima’ e forzare la mano su strade complesse e delicate, spesso da percorrere di notte, è dannoso rispetto a pestarsi le dita coi martelli di gomma del miraggio offerto dalla mondanità in dissolvenza. E forse è scomoda anche adesso, ma  tu vai, fai. Noi comprendiamo. Ci sarà tempo per quello. Dirigerà noi altrove; a ben vedere lo ha già fatto ed è un segno preciso. Eppure sento la apprezzo e capisco più oggi che ieri. Quante sono le anime che apprezzo eppure tutto sembra averci rovinati e diviso? Con alcune è proprio la forte continuità sottile che impedisce di dedicarci ad intese più molli. Più è forte, meno è tangibile il segno nel mondo di prima. Però non si possono tenere capre e cavoli e nemmeno fermare la barca in mezzo al fiume, ed è il paradosso e il trend operativo, spesso doloroso, tipico di questo periodo di scelte, di ritorni, di capovolgimenti, sconfitte, abbandoni, decisioni e tendenze. Osserviamo. Stiamo vivendo tempi molto strani.

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