Stanco e indifferente

Una delle pietre angolari della mia produzione finalmente trova casa nel nostro esperimento in corso, cominciato ieri a cavallo fra decadentismo e cibo da strada. Stanco e indifferente è un pezzo del 2009 che non si è mai prestato ad una interpretazione definitiva al di fuori della sua prima apparizione, cioè i 4 minuti e mezzo nei quali l’ho fermato subito dopo averlo scritto. Probabilmente è il pezzo che più mi somiglia e noi lo abbiamo provato per delle settimane e gira.

Nel tempo, le parole di questo brano sono state interpretate in vari modi. Il più diffuso è l’associazione tumultuosa dei versi a storie sentimentali terminate. Era una delle mie intenzioni che venisse intrepretato anche così, come le mie versioni di me; come ogni altro materiale che creo, sogno che possa avere una sua multidimensionalità. La mia, non del veicolo che al tempo mi ha permesso di affacciarmi nella sua piccola collezione di speranze. Ora lo so, ma in quel periodo, come ho scritto altre volte su questo blog, ero al buio. I brani erano crepe da cui filtravano messaggi da piani diversi, solo in quel momento, ed io li prendevo per belli e basta, sottoponendoli all’urgenza di avere una scaletta decente. Davanti a ciò che arrivava ero senza spiegazioni e poi rimpiombavo a vivere rotolando in tutt’altro. E Stanco e indifferente, nell’osso, discute della necessità di combattere questo assenteismo e di andare oltre i compromessi. Come? Non certo speculando sulle mosse del vicino, ma facendo riferimento soltanto alla propria esperienza. La mia esperienza che mi interessa è quella che si svolge libera, specie una volta tolto il consenso, l’attenzione e l’energia alle mie idee disequilibrate e fameliche di attenzione e plauso. Guizzano impazzite certe volte, simbolizzate dalle grinfie ricurve degli altri ed io devo stare attento, non a farmi fare del male o del bene, ma a riconoscere che quei segni, quelle decorazioni o qui pasticci addosso alla mia pellicola sono sempre e soltanto opera mia e posso cambiarli. Questo mi ha permesso di cambiare. Non so quanto, non so se in meglio. Tuttavia mi capita meno di trovare scuse e questo per me è bello.

Ora non mi metterò a scavare nelle parole. Il senso del brano è questo e ci tenevo a dare la mia versione. Presto la sua rinnovata e penso azzeccata veste sonora che gli abbiamo cucito sopra sarà pronta a ricordarlo.

La mia risposta estorta sai che non servirà

Una domanda è una sorpresa quanto è più frivola

Non chiedo troppo se ti chiedo cosa sembro

Non chiedi troppo se mi chiedi cosa intendo

Se torni o non vuoi restare, è indifferente per me

Ho altri tagli da fare alla mia stanca pelle

che non riconosci più

Se torni o non vuoi restare, è indifferente per me

Ho avuto giorni migliori andando verso il niente

Mi spiace non sia più il tuo,

la chiamano distrazione

E vivi sopra un fiore da cui poi scenderai

Ti stavo stretto come un cappio ma meno comodo

La fine comincerà da te

Pensiero del mattino

Stando in sala e facendo del nostro meglio questo primo mese dell’anno mi sono accorto dei motivi che impedivano la medesima confidenza in tutti i periodi precedenti. Sono le canzoni e l’effetto che hanno su di noi questi brani. Che sono più arditi di quanto pensavo, me ne sto accorgendo. Quando li ho scritti ero sveglio: dormivo il resto del tempo. Come mi è successo in momenti di presenza bruciante, in tempi non sospetti; ripiombavo poi nella casacca ordinaria del detenuto planetario. Quello che avevo scritto e che avevamo particolareggiato, a margine e forse al centro anche delle nostre scorribande del passato, era troppo invadente per le nostre difese. Ipocriti, provinciali, sognatori, indifferenti, interessati, belli, brutti, molesti, sono categorie e termini privi di senso perché a mio parere il migliore o peggiore umano sempre una finzione rimangono. Inutile girarci attorno, è un carnevale.

Su disco le sensazioni di oggi potrebbero benissimo manifestarsi un fiasco a cavallo di una estetica ritrita e poco convincente, come succede in qualsiasi altro tentativo di fermare impressioni e mutamento d’altronde. Appiccicarci sopra un prezzo e lucidarlo un po’ aiuta a smussare la cosa ma non cambia l’essenza. Tuttavia la chiave che ha aperto il passaggio è inserita e sto guardando solo a quello, giusto in me. Sto controllando, divertito e un po’ allucinato, come si può comportare una certa coscienza in un programma apparentemente ordinario come il nostro, fatto di un quasi gradevole rock alternativo.

Sono postille alla stessa dichiarazione di battaglia che ho mosso contro di me e contro chi conosco, alle stupide scuse e approssimazioni. Se qualche caldo nascondiglio è sopravvissuto, meglio non abbandonarlo e sfruttarlo alla fine di tutto, che ne so, come mausoleo, perché siamo in tempi nei quali una volta messo il piede fuori dalla tana subito essa crolla. Per questo ripeto, occhio a chi imbroccate, perché chi vi porta una storia che non considerate indegna abbastanza per rifocillare la tradizione invasata che pare indissolubile su questo piano, poi vi costringe a ricredervi atomo dopo atomo, particella dopo particella, vuoto dopo vuoto.

Soul Jail: inizio registrazioni

Ultimamente ci siamo dedicati a sondare alcuni dettagli del nostro repertorio di gruppo, in vista della creazione di un disco. La stagione di registrazioni dei Soul Jail non è semplice da spiegare e non la riassumerò qua. Rivelo soltanto che nella nostra penultima assemblea del 2014 abbiamo impiegato la registrazione di varie canzoni come nostra terapia sottile, all’interno di divertenti mesi di chiarimento in musica dopo anni di strade diverse intraprese. Ancora oggi questa fantastica comunicazione favorisce il tempo creato assieme e abbiamo trovato più parole e concetti migliori da passarci senza dover preoccuparci. Dunque ora avvieremo un momento per buttare giù le linee guida di circa 10 brani. Ho una buona sensazione riguardo ogni istante e comprende anche questo schema preliminare. Mi dice che se già quelle tracce saranno forti, se rispecchieranno l’energia che riusciamo a stabilire dal vivo, per me saranno buone e penso che sarà esattamente quello il nostro disco, quello che abbiamo in mente, vivo e irrequieto come lo ascoltiamo ogni volta che ci incontriamo, sia in sala che fuori.

Di diverso rispetto a quello che combino col mio materiale c’è parecchio. A partire dai brani che sono ovviamente collaudati. Serve più ragionamento e perizia perché le sezioni sono tante e si trovano in un certo equilibrio formale. Anche la resa sonora sarà differente. I miei attrezzi soliti e altre fortune galleggianti aiuteranno la traversata e sarò molto preso dalla regia e dalla parte tecnica, mentre sulla colorazione e design ognuno di noi conosce le sue ideazioni e il proprio gusto che già fanno funzionare bene i brani durante le prove.

Nessuna scadenza. Terrò degli appunti, faremo delle foto. Vorrei parlarne anche nel blog.

Il bel tuffo che abbiamo deciso di fare non è una prova di forza né è un manichino da sottoporre all’ufficio della macchinetta discografica. Ho un altro progetto, se così si può dire, che indirettamente estendo anche a loro, perché no? Se vorranno avvicinarsi per condividere con noi la stessa movimentata e nuova prospettiva, faremo delle cose insieme molto belle, senza compromessi e clausole. Ho conosciuto delle persone speciali in quegli ambienti, purtroppo assillate da perimetri nei quali perfezionavano le loro lezioni personali. Non dimentico mai questo. Nessuno ha colpa. Come ho espresso tante altre volte e in tanti contesti, io non sono in quelle cose, ma le ho attraversate, anche io alle prese con gli stessi dritti e rovesci. Lo spirito che ci visita sorvola le teste, calde o fredde o tiepide o brillanti od offuscate, per venire a noi e fare sempre festa.

Una serena riflessione

“Leggo per legittima difesa.” (W. Allen) E poi cosa farai? Paghi le tasse. Vai a votare. Intaschi tessere e titoli. Accetti d’ufficio servizi non richiesti. Firmi solo soletto contratti che non comprendi. Ti metti nell’abbraccio di chi ti dimostra fatti alla mano di non conoscersi. Quando il dolore è più grande stringi la testa fra le pagine? La lista è lunga nella piana degli elefanti, perché non è nemmeno più un salotto lo spazio in cui la coscienza di massa è ranicchiata nell’angolo e volge le spalle al suo epitaffio.

Non nascondo che il mio trip sono quelli che ci danno un taglio con molte delle schifezze e smettono coi casini, propri e degli altri. Mi piacciono. Semplicemente sanno che per fare il lavoro decente e alto devono troncare con chi è qui per spingere un’altra carretta e non ne sa nulla di purezza, grazia, anima. Io sono costituito così, c’è scritto quello sul mio biglietto e non si può fare altro. Con buona pace dei non adeguati. Più di una volta, ogni giorno, sono chiamato a mettere in chiaro che non mi faccio riempire della spazzatura degli altri. L’ho fatto e ancora vibro nell’aria le mie cesoie all’occorrenza. Questo mi ha portato a tremare in seguito a decisioni pazze ed impopolari che io ho preso, mi ha portato fierezza e brutti sguardi, mi ha cacciato nei guai e nel silenzio più nero, mi ha fatto perdere amici, ma anche distruggere sogni dentro ai quali è insano dormire. E, come si dice quando si fa quello che davvero si ha piacere e intenzione di fare, mi ha reso più contento e più sereno, mentre tutto mi continua a crollare dentro ed intorno. Come rende più sereni altri assecondare, senza farsi domande, ogni comandamento di una giostra che non si conosce. Impedire lo sgretolamento delle false certezze è impossibile. Questo deve continuare a succedere fino a quando non si è pronti per l’aula successiva, altrimenti è un falso avanzamento. Vorrei sempre poter incontrare chi è pronto per altro, me lo auguro. Nel frattempo non chiedo agli altri di smettere con le proprie prove. Me ne vado io da loro però e cerco le mie. Chiedo solo che ogni tanto si accenda in essi un punto luce sotto il quale leggere per una volta il proprio animo e fare scorrere l’onesta ammissione che è vero, che quello che in automatico gli fa comodo delegare è una stronzata, che qualcosa non quadra e che arriverà il tempo e la circostanza precisa per decidere. Giusto per smettere di pretendere. Solo questa ammissione fa assaporare una novità sconcertante nel proprio modo di intendersi, invece di rincorrere carote sperando di risolvere e salvare e difendere usando mezzi e parametri forniti da chi libero non ti vorrà mai. In più, rende più simpatico un addio.

Lunga attesa: la mia versione

Due giorni dopo la chiusura dell’iniziativa dei Marlene Kuntz, della quale ho parlato negli articoli precedenti a presentazione del brano che ho creato per i Soul Jail, mi sono fermato a pensare a come l’avrei prodotto se avessi partecipato da solo. Uno dirà che, trattandosi di una operazione ad alto tasso di perizia autoriale, doveva essere la prima considerazione da fare, non quella fuori tempo massimo! Sì, è ragionevole, ma io non sono molto normale. Fra l’altro ho già inciso e consegnato un mix che contiene la linea vocale col nuovo testo, il mio, facendo diventare il brano a tutti gli effetti una nostra nuova canzone. Dicevo che anche se mi eseguo come l’autore su entrambi i versanti, riesco ad essere a sufficienza dissociato per non fare intralciare i due bastimenti. Un po’ come succede coi casini degli altri, glieli lascio sbrigare. Ma ieri sera ero abbastanza in ritorno da me, per via di una serie di questioni personali. Avevo avuto una settimana durante la quale mi ero sentito attanagliato dal grigiore, da mancanza di forze e di disponibilità generale. Motivi esterni non ne ho trovati, perciò valuto che può esserci stato un attacco invisibile. Coi tempi che corrono, metto in conto le imboscate di questo genere e non indago sui mandanti. Nonostante il sicariato, ho continuato con le mie faccende e non ci sono state flessioni. Solo una strana sensazione di nebbia dentro. Ieri sera questa nube ha iniziato a dissiparsi e prima della notte stavo suonando nuovamente la mia chitarra acustica per provare ad abbozzare delle idee, senza incidere nulla. Così è nata, sempre molto rapidamente, la mia seconda visione di Lunga attesa. Il sogno notturno che ne è seguito è stato speciale e gratificante: dall’alto della mia stanza appariva un cerchio di materia impalpabile che si trasformava in una bella collana di perle di fiume. Senza farmi pregare l’ho subito presa fra le mani e indossata. Era reale e bello e ho pensato che si trattava del regalo inatteso per non essermi lamentato in questo periodo. Appena ho avuto del tempo libero oggi ho inciso tutte le parti del brano, fino a poco fa, cercando di essere più diretto possibile ed evitando i fronzoli. La presento qui stasera. Come al solito, invito l’ascoltatore a tenere conto dell’esperienza di una certa simultaneità nel materiale che rilascio, che non prevede prove e non si avvale di laboratori e centri servizi della discografia. Chiamatela come volete, è per me la corrispondenza neanche troppo in codice, istantanea, fra me e me.

Lunga attesa, testo di Cristiano Godano (Marlene Kuntz) e musica di Alessandro Muresu.

 

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