Guinea pigs: i suoni delle cavie

Non sono un esperto di animali da compagnia né di umani da compagnia in generale, ma voglio intervenire per dare una mia interpretazione personale riguardo alcuni suoni e versi emessi dai Guinea pig o cavie. Quando vedo i filmati su YouTube a volte mi sembra di assistere a delle torture inflitte alle povere caviette che strillano a più non posso. I protagonisti umanoidi, non esattamente dei novizi in tema di cavie, insistono: “Non vedi quanto è contenta? L’ho messa sulla schiena e le piace che l’accarezzo!” Lo stress, il dolore anche e l’inopportuno trattamento, sono la sola cosa che trapela dal barbaro filmato.

Ma…è possibile osservare una cavia? Sapete quanto è fragile una  cavietta, come è fatta, quali sono i suoi movimenti naturali e le possibilità e i limiti del suo corpo, oltre alle abitudini e alle esigenze igieniche e della cura delicate che richiede? Sapete come va tenuta fra le mani, se ne ha ovviamente voglia? E quanto male può farle anche solo lo stiramento del manto in alcune parti del corpo?

Brevemente, perché sono pochi gli accorgimenti da attuare. Ho avuto varie cavie con me e sono state tutte bene, vivendo la loro età media di 5 anni e più.

Non c’è niente di trascendentale nei loro versi! Sono gli stessi che emetterebbe qualcuno sottoposto a stress o quando è felice ed lasciato in pace, rallegrato, curato e apprezzato.

Quando la cavia è quieta e rilassata e contenta, o quando sta esaminando senza essere disturbata qualcosa che le piace, emette un borbottio basso, continuo o intermittente, a volte intervallato da piccoli altri suoni piacevoli. Quei suoni sono molto precisi e gradevoli al nostro udito. Certo, lo emette specie quando viene coccolata, non c’è dubbio, ma questo non vuol dire che voglia però essere disturbata o voglia essere sottoposta a qualsiasi manipolazione in ogni momento della sua giornata. Le cavie sono esseri gregari che per indole e per come sono strutturate non possono reagire o scappare in modo decisivo davanti ad una incognita o un pericolo. Non ci vuole un esperto per capire il momento giusto in cui interagire: osservate cosa combina, come sta, cosa le state facendo, verificate le vostre intenzioni e il suo stato!

Quando è a disagio i suoni iniziano a diventare più acidi, striduli, e di tonalità più alte, fino ad arrivare a piccole o grandi grida acute. Un lamento umano è così diverso? I movimenti cambiano e anche il famoso ipereccitamento del popcorning io non lo trovo così divertente (anche la postura e i movimenti possono dare indicazioni sul suo stato). Oltre nei momenti in cui non sta bene o qualcosa le sta facendo male, come una presa sbagliata, un pettine che le scorre addosso, carezze violente e in punti delicati fino a veri brutti scuotimenti, può emetterli quando ha fame, quando nel suo spazio c’è un oggetto o un altro animaletto che non le va a genio, quando è stata lasciata troppo tempo da sola o distaccata dai suoi compagni, quando si trova in uno spazio che la espone a pericoli, quando sente tonfi e botti e rumori sgradevoli come quelli prodotti dalle buste di plastica,  e per favore, smettete di tormentarle agitando quelle dannate buste di fieno puzzolente! è come se mi mettessi a far stridere convulsamente le posate su un piatto a tavola, stessa cosa! Ci vuole molto a capire?

Infine, non accendete fuochi vicino alla vostra amica cavia, non puntatele addosso quei fottuti laser cinesi o led. Lasciatela dormire quanto vuole invece di fotografarla per i vostri amici inconsapevoli del baracchino. Tenetela pulita e tagliate per bene le unghie. Datele del cibo vitale, fresco e semplice e non quelle porcherie aguzze.

Fate lo stesso con la vostra persona e capirete cosa intendo.

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Anteprima: Letters in the box

Senza più strade e sentieri, convoglio ora la seconda sezione di Surmont e do spazio al suono e alle soluzioni incrociate. Creare questa Letters in the box è stata una avventura divertente giocata a sabotare andamento canonico di un pezzo dalle molte melodie. Erano troppe, ne ho tenuta nessuna a guidarlo.

-Letters in the box. Water is flowing outside of the cookies box/ In my opinion I learnt how to open it/ I’m singing all your songs/ but you don’t know the words/ We’re playing something true/ Beautiful times are in my pockets/ They are not going to be alone/ and I keep breathing.

-Lettere nella scatola. L’acqua scorre fuori dalla scatola dei biscotti/ Secondo la mia opinione, ho imparato ad aprirla./ Canto tutti i tuoi brani/ ma tu non conosci le parole/ Bei tempi che tengo in tasca/ Non saranno soli/ e continuo a respirare.

 

 

Cover: I lived on the moon

Ci tenevo a realizzare prima o dopo una cover di I lived on the moon, brano spettacolare della band francese post-rock dei Kwoon. Questa è una delle canzoni alle quali sono più affezionato e non mi so spiegare come mai non l’ho creata prima. Avevo comunque inciso la loro altrettanto bella Swan. 

Come ogni altra cover in cui mi sono rappresentato, ho fatto rientro alla memoria di quell’istante, cioè non ho ricalcato strutture o declinazioni precise del brano originale e non ho preparato nulla. Alcuni spezzoni sono più brevi, e nell’andamento generale non ho fatto fuochi d’artificio. Anche il testo non è fedelissimo. Ma al di là di tutto questo e di quanto intensa o dozzinale sia venuta, l’ho fatto perché lo faresti anche tu se ti venisse voglia di farlo. Ah, già, ho letto cinque volte il testo e non mi entra nella testa!…Beh, lascialo fuori. Ci sarà un motivo per il quale non ci vorrà entrare, ci sarà un motivo per il quale ci si sente meglio altrove. A me interessa, forse, che quel motivo abbia una voce, che col brano non c’entra nulla e potrebbe parlare da una vita sconosciuta. Forza, manifestare la tua virgola, il tuo punto a una frase rimasta per troppo tempo a metà, non ammazza nessuno; al massimo, una idea esausta di sé. E se avessi la fortuna di non avere una produzione alle calcagna, che sventola cedole e foglietti di glifi, verrebbe addirittura bella. La mia proposta, che siano i miei rovesci temporaleschi e nebbioline o che siano rimestamenti d’altri, è quella solita.

-I lived on the moon, by Kwoon.

Dear little lad/ Here’s the story of my life/ I lived on the moon/ I lived on the moon/ Grey flying snakes along/ Mountains of destiny while/ The three tailed moneys/ Were drawing the stars/ Light from the Sun and I/ Hide myself/ on the dark side,/ alone/ I’ve run so far/ To find my way/ Then I dream again…/ Alone/ Dear little boy, listen/ To voices of your soul/ It showed you the way/ of Silence and peace/ Follow your thought and fly/ Choosing all the things that you desire/ Giant waves,/ fireflies…/ Your dream will be your only shell/ Your secrets,/ your hiding place,/ my son/ Don’t let them try/ To crush your brain/ Let you go far…/My son.

 

 

 

Il suono che cambia

Come la musica, ho amato ascoltare la sua storia che cambia, questo mese, e pochi giorni fa ho incontrato un vecchio amico che era di ritorno da un bel concerto tenuto molto lontano. Mi ha detto che ha ritrovato il piacere reale di suonare da quando col suo gruppo di punk radicale hanno determinato di esibirsi soltanto dove sono desiderati, dove sono accolti, dove esiste la voglia di ascoltarli, dove c’è un posto che somiglia a quella famosa sensazione di casa.
Sentire queste impressioni, che vengono da performer navigati che hanno battuto i bar più allucinati, mi ha reso molto felice perché si è innestata una coscienza differente.
In tutte le circostanze, il cuore conduce dove si sa alla perfezione di poter creare e condividere la bellezza e liberare una energia progredita, scambiarla, invece di rincorrere l’incognita o subire il peso di una costante riserva e doversi accaparrare un anemico plauso, una briciola dimenticata di attenzione.

Anteprima: The blue building

Tragitto di tenui polaroid e secchiate di casino. Continuerò così fino alla fine di Surmont, questo è il titolo del mio nuovo pianerottolo in corso d’opera, direttamente dal quale presento oggi una soffice e breve diapositiva intitolata The blue building.

A riguardo, tiro dritto senza sparare nel mucchio. Metà Ottobre mi sembra un buon periodo per chiuderlo. Ci saranno anche stavolta tanti brani e vari punti di vista. Sto pensando, in parallelo, a qualche cover da mettere in giro.

-The blue building. If this fall wants to stay on its feet/ everytime I like to go around/ and I feel high/ We were the One/ We are the sun/ which is high/ In vain the roads they swear again/ and close the eyes while memories of days/ are in the mud/ Touch my heart, dear amplification!/ I free my soul through the gentle wires/offshore/ na na na….

-Il palazzo blu. Se questo autunno vuole andare a piedi/ io ogni volta amo starmene a zonzo/ Mi sento gasato/ Eravamo una cosa sola/ Siamo il sole/ che si slancia/ In vano le strade giurano di nuovo/ mentre le memorie dei giorni/ sono nel fango/ Toccami il cuore, cara amplificazione!/ Libero la mia anima tramite i suoi cordiali cavi offshore..na na na..

 

 

 

 

Lascia fare

Anche oggi abbiamo fatto il punto sulle energie. Sia ben chiaro, le energie funzionano da sole e di quello che vogliamo se ne fottono. Basta non mettersi davanti ad impedirle altrimenti si accorgono di noi e ci troncano in due. Meglio non farsi vedere, meglio non dire niente e lasciare fare. Ci sono e funzionano da sole. Inutile aspirare, scommettere, organizzare. Prenderanno il sopravvento al di là di qualsiasi previsione e certezza matematica, fuori dal cartellone e dalle liste di favoriti, o rovesceranno quello che c’è, se stesse, alla faccia di chi vuole il potere ed il controllo, spalando via la granulosa identità che si dispone lungo il percorso delle cose per paura di perdersi in esse. Guidano meglio al buio, bendate, o quando ci si è persi, almeno non trovano alcun esperto in tragitti turistici  il cui segno durante la tratta non sarà altro che un nugulo di ditate lasciate sul vetro e la carta di una pizzetta sul cruscotto.

Non ho più voglia di definire qualcosa o preoccuparmi di che fine andrà a fare, di che fine farò. Ci sarà una fine a tutto questo, o no? Se lascio fare alle energie, salterò la fermata, non vedrò il capolinea e, come è già successo, al momento del passaggio del controllore, mi ritroverò un biglietto in tasca. Molti diranno: L’ho visto scendere. L’ho visto fermo a fare pipì. L’ho visto discutere con una guardia. Ha attaccato una gomma sotto al sedile. Baciava una donna davanti alla biglietteria, le teneva una mano sul sedere. Tutto vero, nel ciclostilato che delibero dal mio ufficio. Così, in segreto, lascerò fare.

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