Una montagna di fame

Vi sarete resi conto che viviamo sopra una bagnarola dove, mentre affonda nell’infinito, l’opera fondamentale dei passeggeri è verificare che ognuno si specializzi  a diventare lo sgherro di qualcun altro, il suo sorvegliante. Questo piano d’esperienza fornisce un efficiente  sgherrificio. L’incontro casuale col dormiente potrebbe attivare una conversazione che inevitabilmente verte su temi di assoluta concezione carceraria e/o funeraria: Ciao, (wow, sei ancora vivo) stai lavorando? stai ancora con quella là? quando finisci quell’impegno? quando realizzi quel contratto? quando ti sposi? quando fai un figlio? quando ci vediamo? Oppure vengono sottolineati gli aspetti visibili non conformi: quella barba fa schifo, quei capelli fanno schifo, sei vestito come mio nonno, la tua macchina è una carretta.

Intravista la differenza di passo, vengono scandagliate, in automatico, le varie possibilità di far dissonare il più possibile la situazione e ristorarsi dunque al nettare della musica psicotica generata. Infatti, in genere le risposte  dei malcapitati sono blande e mediocri, imbarazzate, di circostanza sì-no-guarda-mah-lascia stare. E anche se fossero serie, aderiscono al menu della casa. Aderenti alla mappa nota fornita dall’azienda sociale. Nessuna ostruzione, nessuno sforzo, nessuna infrazione dei regolamenti interni, nessuna novità, nessun turbamento, massima mangiata, e ciò avviene prima ancora e tutto sommato al posto di sincerarsi, o anche constatarne il fulgore, della preziosità dell’aura in quegli istanti, che uno potrebbe essere invece contento e soddisfatto di quello che in quel momento egli è,  piuttosto che delle finzioni e convenzioni alle quali aderisce, indipendentemente dal fatto che stia sotto a qualche scemenza corporativa, indipendentemente dalla condizione di abbondanza o meno in cui ci si possa trovare, compagnia, lusinga, plauso, successo. Naturalmente, non si rendono conto, i conduttori di questo carotaggio, di quanto stupidi e scimmieschi appaiano e siano. Io penso che essi soffrono di pancia e di appetito senza fine.

Sembra che in tanti siano felici di appurare che, dal piccolo molto piccolo ruolo mortale che interpretano in quel momento, si trovano in compagnia nella cella, o magari con comodità sconosciute a chi incontrano. Ma che privilegio è essere così stupidi e così timorati della coscienza di massa? Che privilegio offre non conoscere nulla di se stessi, al punto di tentare di rompere l’anima al prossimo pur di anestetizzare  questo, sì vero e sacro, dolore di fondo?

Tutto è livellato al basso. In molte occasioni è anche un tentativo di riuscire a rasserenarsi al sapere che per esempio quel qualcosa che avevano saputo avevi cominciato non è andato bene, che hai rinunciato ad un certo posto al mondo, che sei uscito dalla gara, che non stai trafficando in creazioni comuni, che non ti fili quella signorina che fa gola. Insomma, che ti sei levato dal porcile dove ora c’è una piazza e mezza in più di merda su cui rotolarsi. Non chiamerei queste tecniche espressione di invidia, ma uno degli aspetti più comuni che un vampiro deve coltivare se non vuole morire di fame e se vuole farsi un posto nell’azienda sanguisuga.

Togliere il cibo ai vampiri non è sufficiente. Lo sterminatore ha il sole dentro di sé e sa maneggiare mazza e paletto all’occorrenza nel suo processo di evasione da questo manicomio. Io penso che ci troviamo nel periodo adeguato in cui quando, fra le altre e credo più urgenti faccende, anche queste circostanze si verificano, e vedo che vanno moltiplicandosi sia per esperienza diretta che da osservatore di altri,  focalizzarsi e rispondere scaltramente rischiarando su due piedi la scena di sovrana radiante presenza, stando sul pezzo, senza mostrare il fianco, sia una azione in cui i veri liberi in azione ora sanno muoversi non appena si manifestano le avvisaglie di masticazione. Sono tanti coloro che arrivano imbarbariti e in preda agli stenti agli ultimi istanti del gioco, ormai quasi impazziti di normalità; hanno più fame che mai e sono contagiosi. Tuttavia siamo alla fine ed è lì che giocano i maestri.

Una montagna di fame

Non esiste un po’ e un po’: tornare all’opera.

Dove per opera intendo la mia manifestazione più sottile, precisa, dettagliata, istantanea ed istintiva. Le forme devono cambiare adesso e si devono muovere. L’avviso è stato dato.

Ecco un altro capitolo dalla voce che mi è più cara. Questa voce è un coro che dirigo sempre più con fermezza e ispirazione. Mi trovavo quasi alla fine della strada verso casa, un po’ prima di mezzanotte. In un quartiere adiacente tutte le luci sulla strada erano andate in tilt e una fetta di luna rimboccava il sibilo dell’erba sui quadretti di giardino frequentati a quell’ora da un popolo creativo e misterioso. Stavo al telefono con una persona molto intensa, una di quelle persone indimenticabili che non possono in nessun modo essere frutto dell’orizzontalità evanescente, una di quelle che formulano per sé il manifesto di un’epoca dall’eterno. Le raccontavo la bella giornata trascorsa e di alcuni doni che ho ricevuto, a cavallo della presentazione del libro di un amico e l’emersione di sincronicità che sono state grosse finestre e porte che non ho perso tempo a varcare. Così, immerso nella fragranza e sicurezza dell’oscurità temporanea che smaterializzava i pensieri, un po’ da set di cinema, di quel pezzetto di strada, questa persona mi ha ricordato, da discussioni passate da poco tempo,  il movimento che stavo attuando. Si tratta della ricerca di un contesto adeguato per mostrare la sostanza sottile alla quale ho dato apertamente e finalmente anche l’aspetto, l’abito. Questo suono della mia vita, questa confidenza avanzata con stati e procedimenti da un altro mondo che ricordo con sempre più immediatezza, felicità ed energia e che comprende essenze che arricchiscono i miei giorni senza tempo. Questa stazione radio che sono qui anche per impersonare, brevemente, da attore, in uno scenario senza competizione e al quale non sono vincolato. Aver vinto certi miei vincoli non è roba da poco. Si tratta di poter decidere all’istante e, senza dover rendere conto alla coscienza di massa o all’idea preconcetta di alcuno, intellettuale artistica o sentimentale che sia tanto è la stessa fetta di inquinata deriva, cominciare una nuova pagina e una nuova esplorazione.

Ho pensato che sarebbe molto bello organizzarmi, da solo, nel segno di una bellezza misteriosa e anche inquieta, un fantastico set di miei brani decisivi. Quando dico da solo intendo da solo come unità e anche nel lucido stato decisionale circa il quale nessuno può sindacare, dove nessuna mediazione e consulenza è richiesta ma solo la mia massima responsabilità creativa e operativa.  Quello che esterno è quello che sono, si dice. Vai tu e verifica quel che sei…Impresa complessa. Serve togliere e togliere e togliere e togliere.

 Voglio creare un momento di concentrazione e presentare una selezione, come era intento mesi fa, di miei brani eseguibili dal vivo, esclusivamente per ambienti e contesti dedicati, per un pubblico adeguato, nella veste concreta che mi riverbera in visione da un bel pezzo. Dunque sono esclusi i contesti comuni d’arte, cultura, intrattenimento, abbeveratoi, socializzazione da stadio, ecc ecc.

Sto parlando dritto al cuore a chi e per chi è in cammino e sta praticando, a suon di smazzamento febbrile e di esperienze anche non sempre agevoli, il processo di ricerca di sé e di traduzione di sé.

Qualcuno dirà: ma perché non l’hai fatto prima?Perché hai rinunciato alle occasioni?

In base ai potenziali e aspetti smossi, potrebbe non essere uno scherzo. Questo è il caso. Un processo di questo genere concerne anche divisioni e netti troncamenti. Attualmente, non sono disposto a nascondere ciò e sono disposto ad eseguire queste fratture se si tratta di far scorrere energie fondamentali. Non è affare mio entrare nella limitatezza delle visione di chi può aversene a male: io so cosa sto facendo e con quali energie sto operando e questo è sufficiente.

Si tratta di vedere bene, o chi si trova in mezzo ci rimette le penne. Ad un certo punto, dopo un dato travaglio, osservati i giusti segnali, le cose appaiono e si fanno largo in piena coscienza senza guardare in faccia nessuna maschera.  La coscienza che parla in questo momento e che per il semplice fatto di rivelarsi e discutersi sovranamente senza impiegare nessuno schermo o argomento di convenienza e paravento, beh, ripeto che non è una cosa da prendere alla leggera.

Rintracciare questa regalità, anche a costo di trafiggere la terra di mezzo di chi non è pronto. Chi non è pronto non è pronto e basta, inutile che ci sospendiamo o stiamo in attesa per la paure di ferire gli altri manifestando i nostri progressi, bellezze, sensualità, decisività che la coscienza bassa vive come una fiamma viva sulla sua carne mortale. Discuto di bellezza acuminata che non può non apportare anche divisioni mentre procede. Se non lo faccio io, lo farà l’ondata di cambiamenti che stanno imperversando. Altresì, se non ci sono queste verifiche, nulla può prendere vita. Se qualcosa non è pienamente viva, ho deciso di non occuparmene. Prima di questa verifica si possono creare illusioni e figure imperfette. Prima, non è mai il tempo. Altrimenti è ancora e solamente un’idea del mondo e viene fagocitata dai suoi agenti a piede libero che ne vampirizzano quanto possono.

Ho dichiarato più volte che la mia sovrapposizione all’arte è stata del tutto casuale e passeggera. Se non si comprende questo, io valgo come un fantasma. La cosa non mi disturba: non avete idea con quanti fantasmi, del di qua e qualcuno anche del di là, io discuto, pregevoli discussioni, ottimi colloqui. Per un po’ di tempo, quando ero giovincello, ho creduto fosse arte e che avrei dovuto dimostrare qualcosa nella giostra dei ciucchi, come ho creduto che quell’altra roba fosse solo vita, amore, ho creduto la mia fosse una identità certa, un ruolo destinato, un titolo utile. Poi ho scoperto che era stato tutto un sogno ma che potevo vivermelo se volevo senza più paura.

Da molti anni non mi occupo di musica e non ho a che fare coi suoi agenti e protuberanze, cioè di quella massa di frequenze rimbambente fatta di eccitazioni e di porte girevoli e tempo perso; penso che questa sia una notizia verificabile, allo stesso modo per il quale non sono specificizzato in alcun altro tratturo di forma fra i vari aspetti della vita di un uomo quasi normale. Sono qui per cambiare anche quelle energie e lo faccio di già traducendo le mie energie fondamentali e le affianco a un percorso personale, che vale per me e sperimento su di me, di ricerca e confronto nelle discipline sottili. Il suono è dunque quello che è. Io Sono Quello che Sono. Gli altri sono quello che essi sono e ciò che svolgono e manifestano è rispettabile. Non si può però essere un po’ di una cosa e un po’ dell’altra. Un po’ svegli e un po’ addormentati. No, non è più concesso.

La porta di casa si avvicinava, rischiarata dal mio orientamento fedele. Il mondo, nei suoi sogni agitati di morte e libertà mortificata, tramontava dietro la linea di un palazzo ed io ero sempre più contento, non vedevo l’ora di far tornare questo nuovo altro aspetto di me che avevo dimenticato nel futuro. In pochi minuti avevo dato uno sguardo ad un intero universo che ho creato e avevo verificato la sua voce ed era pronta.

Perciò da qui in avanti non avrò più il tempo e non riporrò più sforzi in tutto il resto di altra energia, come ho scritto in una bozza di pochi giorni fa e come ho spiegato in modo molto approfondito anche in questa serena lastra. Se non stiamo eseguendoci nelle medesime frequenze, temi, profonde esperienze e identiche competenze, io ritengo inadeguato e fastidioso ogni tipo di confidenza. Sarò assorto in splendide prove e test di me stesso, esperienze, per realizzare coi mezzi di cui dispongo quella che è un’altra mia assoluta volontà.

Non esiste un po’ e un po’: tornare all’opera.

Cover: Imaginary You

Fra una cosa e l’altra, in questa prima metà di 2017 ho portato a compimento 7 capitoli lunghi e due episodi minori, almeno, tenendo conto solo delle mie trascrizioni. Cardigan Olcott è appunto il numero 7, quello che  si direbbe un Lp, per giunta doppio. Mentre vado a concluderlo, la prossima settimana, radunerò alcune delle cover preparate quest’anno in un volume 2 di Overs da porre in download al più presto coi due EP appaiati. 

Ci tenevo a rifare questa Imaginary You, dell’elegante progetto di ambient e musica di ricerca No Clear Mind. Continuavo però a perdere l’appuntamento col brano, finché mi sono dimenticato. Ieri sera invece avevo voglia di riascoltare un paio di loro album, che non stancano mai e che reputo di bellezza ed evocatività superiori, e mi è tornata in mente. Ho dovuto rinviare l’ascolto a notte fonda per mettermi subito ad incidere la mia versione istintiva di Imaginary You, versione della quale sono contento, anche per via di alcune sfumature di suono che sono percolate così come le ho lasciate fin dai primi secondi che orientavo il pezzo.

-Imaginary You
To talk with the imaginary you
sunshine, we sit side by side
You hesitate
and move away
our eyes meeting frequently
are not free…
To talk with the imaginary you
sunshine, we sit side by side
You hesitate and move away
our eyes meeting frequently are not free…

Cover: Imaginary You

Fine dei lavori di Cardigan Olcott e non solo. Un decreto sul futuro.

La trascrizione formale di Cardigan Olcott è si può dire ultimata. Mi riserbo ancora qualche sessione per vedere che viene fuori ma già mercoledì sospenderò i tracciati per riascoltare con calma il materiale che ho accumulato, per scegliere quello più adeguato a questo episodio. Sono in bilico fra una estensione grande, oltre 20 brani, e il rispetto della mappa iniziale, 17 brani. Diverse suites di rumore sono suggestive ma spostano l’asse dell’intero verso un caleidoscopio del frammento che adesso non mi occorre illustrare. Lo farò fra breve.

Anche se il numero di trascrizioni è elevato, si è trattato di uno dei più immediati e credo semplici periodi di dedizione alla pratica. Ogni giorno mi sono svegliato con una vera e propria istigazione a muovermi  fra gli strumenti a mia disposizione, ad imparare a rimodularne l’uso, dato anche lo stato delle interfacce che non sono le mie preferite; e le parole e le immagini erano chiare, i respiri decisi, non soltanto in tutti quegli istanti in cui potevo sedermi a incidere. Ci sono state tante avventure e anche in esse ho riscontrato il potere rinnovato. Davanti ai registratori tutto era disposto al meglio per farsi tradurre nel suono della mia vita. Certe volte ho trascorso del tempo, a brano concluso, a far riverberare i colori che avevo evocato soltanto per il puro piacere di continuare ad ascoltarli e manipolarli, per curiosità, fino ad accorgermi che si era già fatta notte.

Assicurarmi la continuità di attimi del genere è la cosa più elevata e più nobile che potessi augurarmi. In confronto, azzeccare un pezzo o l’altro, stare in balia della bellezza canonica di un brano o della sua schifezza, o ricevere il riconoscimento di qualche azienda e della gente, sono tacche che tendono allo zero. Per come percepisco, e poi di seguito osservo, le cose, è invece vero il contrario. Più hai confidenza con i tuoi stati interiori, meno si avvicinano le manifestazioni esteriori che quella confidenza non l’hanno, quelle proiettate solo all’esterno e con l’incognita che senza un riscontro da fuori non possono scorrere. Quella incognita è l’assicurazione che, appunto, senza quella base esteriore, se è quella che si vuole, i processi non appaiono.  Ad ogni modo, nemmeno su di essa, illusoria o meno, possono reggersi, perché viene da fuori. E in effetti, pubblico (inteso come massa non interpellabile, cioè ancora volgo e gregge) e aziende di trasmissione di prodotti editoriali sono la materia fondante di un certo esterno ipnotico e viaggiano entrambi nella stessa coscienza collettiva, rassicurante, sterile e poco sviluppata. Trovo semplice e logico questo discorso.

Si era dunque già fatta notte, certe volte, nella mia semplice presenza sovrana a quello che incontrovertibilmente amo fare.

Proprio quegli stati interiori e la loro sincronizzazione ogni tanto vanno verificati. Essere sincero con me stesso quanto invece vorrei è non sempre facile. Ci sono residui di realtà che, vuoi perché non mi sono chiarito a mia volta approfonditamente e responsabilmente, vuoi per percorso completamente diverso, stazionano nei tratturi adiacenti e io ora decido che risolvo le ultime minime concomitanze.

Allora sto applicando, da questo momento, un sereno sigillo definitivo. Stabilisco grave ed inopportuna ogni violazione di questa che non è solo volontà ma azione pratica di mia energia nei confronti di intenzioni, espressioni, manifestazioni, connessioni, pratiche, in definitiva le energie che non sono adesso concentrate ed allineate nello sviluppo della propria gnosi e nella maestria di sé. Nella sostanza e nella forma nego il mio consenso a tutte quelle energie che non sono la pratica decisa e costante a camminare in direzione dello spirito e della sua manifestazione.

Senza eccepire dalla mia tradizione, devo prendere questa decisione senza tenere conto delle opinioni di alcuno: non le calpesto, soltanto gliele lascio in mano. Non ho bisogno di illustrare nulla a chi non è pronto per comprendere. Sentire rallentare processi prioritari provoca infelicità. Trascurare aspetti urgenti di me per rendere contenti gli altri che non dettagliano i loro è colpevole, è un abuso. Dunque, devo effettuare un altro giro di vite. Sono stato leggero a permettermi di divagare: è ora che ritorno al mio naturale scenario e che mi dedico soltanto alla mia compagine, da solo o con i miei più stretti.

Verifico l’adagio che fin dall’inizio dell’anno ho portato a conoscenza sia a voce che qui nei miei giornaletti on line: è arrivato il momento dal quale in avanti non desidero più essere coinvolto né cooperare ad alcuna attività di vecchia energia e do per estinti da questo momento i contratti impliciti o espliciti che la avvallano.

 

Fine dei lavori di Cardigan Olcott e non solo. Un decreto sul futuro.

Un pungolo sul nostro sentire (1)

Di solito non parlo di musica, perché è un argomento che, se non è parte del patto con la comunità poco vigile e dunque immersa in atti di forza e dimostrazioni varie che passano dai canali formali della mente, perde consistenza. Questa frequenza sta investendo in realtà anche molti altri ambiti di ciò che so. Ci deve allora essere qualcosa d’altro, visto che in modo apparente è ciò in cui mi muovo.
In effetti non parlo nemmeno di ciò che combino io coi suoni. Non ne ho voglia, è come parlare di quello che uno mangia o di come va in bagno.


Questo non significa che non so cosa sto facendo, non significa che non ho a cuore ciò che faccio. Come sarebbe possibile che non abbia a cuore una cosa che ogni giorno da molti anni richiede concentrazione, tempo, e come è possibile che rinunci alla comodità che una confidenza col metodo sufficientemente allenata è capace di offrire sfruttando questa connessione in termini materiali? Devo aver intravisto un’altra via che reputo più seria ed adeguata, non c’è altra spiegazione. Ci deve essere qualcosa d’altro.
Il fatto è che invece conosco bene le energie con le quali mi rapporto e che richiamo a mio piacimento; è che non ho nessun interesse a verificare se vengono percepite o apprezzate fuori, dato che non solo non è dimostrativo ma non ci può essere alcun altro fine che conoscere me stesso, anche, attraverso questa pratica; non mi interessa se quello che creo piace o meno, se è capito o meno, e se può conferirmi plauso o avvantaggio. Se uno solo di questi elementi prende il sopravvento, vuol dire che quanto ho creato ha scarso valore.
Io so cosa significa, da dove viene e a cosa serve e questa è la base da cui ogni secondo io riparto, non la vetta che suppongo e sulla quale recarmi stremato senza conforto per poi dalla quale non poter andare oltre.
Il mio compito è tradurmi all’infinito e da questa traduzione agire su parametri fondamentali che per essere intravisti servono eoni, vite su vite. In ambienti adeguati, ne discuto, creo anche con altri che toccano le stesse corde e questo prende assolutamente vita. Impossibile è barattare questa natura per assecondare i giochi temporanei. Quella è una mia responsabilità e non il mio solo compito. Perché tengo a veicolare un modo tanto diverso e perché vorrei intercettare solo questa stazione? Perché so, dato che l’ho provato su di me, che se non darà molte informazioni circa l’esterno X (i suoni convulsi che trascrivo e i miei involucri), e spero proprio non ne dia, può suscitare ciò di cui parlo da un pezzo, cioè l’avvistamento cruciale, individuale, della strana ingombrante presenza comune a tutti che si fa sempre più largo in ciascuno ora e che va soppiantando drasticamente il cesto di scorze elementali di pensieri ed identificazioni in cui i singoli, le comunità, piccole o estese, le organizzazioni, piccole o grandi, le tendenze, sono viralmente tumulate e del quale si glorificano come sopra o più dentro una tomba.

Non procedo da nessuna altra parte che in quel paesaggio, fra quegli spiriti, senza nome. Le essenze che incontro e con le quali ho a che fare in modo stretto e in termini potentissimi le incontro lì, ricreo la loro gagliarda presenza istantaneamente lì.

Un pungolo sul nostro sentire (1)

Cover: Good Riddance (Time of your life)

Una canzone che mi è sempre piaciuta e che ho inseguito per tanti anni fino ad oggi, dopo pranzo, quando ne ho fatta una mia versione da cantiere. Le cover sono molto importanti e appena posso ne incido qualcuna, per lo più di artisti ignoti, ma anche di qualche superstar. Dunque, Good Riddance (Time of your life) dei Green Day.

L’anno passato ne ho incise un buon numero e radunate 12 in Overs, e penso che ripeterò l’esperienza a breve. Vorrei mettere in giro, subito dopo Cardigan Olcott, i due recenti EP per un totale di 10 brani dal sottobosco, da integrare con altre visioni originali, insieme magari a una raccolta di una quindicina di cover che ho accumulato via via quest’anno.

-Good Riddance (Time of your life), by Green Day
Another turning point, a fork stuck in the road
Time grabs you by the wrist, directs you where to go
So make the best of this test, and don’t ask why
It’s not a question, but a lesson learned in time
It’s something unpredictable, but in the end it’s right
I hope you had the time of your life

So take the photographs, and still-frames in your mind
Hang them on a shelf in good health and good time
Tattoo’s of memories and dead skin on trial
For what it’s worth, it was worth all the while
It’s something unpredictable, but in the end it’s right
I hope you had the time of your life

It’s something unpredictable, but in the end is right
I hope you had the time of your life
It’s something unpredictable, but in the end is right
I hope you had the time of your life

Cover: Good Riddance (Time of your life)

Anteprima: Volevamo esserci (Rakoczy)

Un esempio di che razza di cose girano da queste parti è sicuramente Volevamo esserci (Rakoczy). Tratta da un mazzetto di brani in bilico sulle mensole noise, la presento in anteprima oggi. Per via del testo e della sua scaltra immediatezza, considero l’episodio fra i più visuali e in qualche modo ambient, anche se di ambient non ce n’è, dell’intero palinsesto di Cardigan Olcott. Almeno, del corpo che è giunto fino ad ora sospinto dall’invisibile e che sta moltiplicandosi. Lo intendo come un cantato paesaggistico.

Chiamo il brano un’ode alla presenza e all’essenza e nel titolo ho inserito uno dei tanti riferimenti sparsi nella storia del grande peso massimo dell’Io Sono, il mio Amico Conte di Saint-Germain.

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-Volevamo esserci (Rakoczy)
È sempre più difficile
leggersi con un accento affascinante
Importa che l’innato sia
ostruirsi fra le tante catene
Posso mettere via l’orgoglio
e sai cos’è impossibile per me
se c’è?
Davanti avrò un’estrema
voglia di cadere
sul vento che
mi aiuterà
ad essere qualunque aria
Voglio mettere via gli esempi
per poter calzare il mio
e continuare a perdere e vincere
per sempre io
A perdere e vincere
per sempre

Anteprima: Volevamo esserci (Rakoczy)