Respire

Due scatti che ho creato oggi e che finiranno in Surmont LP2017.

Respire.

 

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Cover: I lived on the moon

Ci tenevo a realizzare prima o dopo una cover di I lived on the moon, brano spettacolare della band francese post-rock dei Kwoon. Questa è una delle canzoni alle quali sono più affezionato e non mi so spiegare come mai non l’ho creata prima. Avevo comunque inciso la loro altrettanto bella Swan. 

Come ogni altra cover in cui mi sono rappresentato, ho fatto rientro alla memoria di quell’istante, cioè non ho ricalcato strutture o declinazioni precise del brano originale e non ho preparato nulla. Alcuni spezzoni sono più brevi, e nell’andamento generale non ho fatto fuochi d’artificio. Anche il testo non è fedelissimo. Ma al di là di tutto questo e di quanto intensa o dozzinale sia venuta, l’ho fatto perché lo faresti anche tu se ti venisse voglia di farlo. Ah, già, ho letto cinque volte il testo e non mi entra nella testa!…Beh, lascialo fuori. Ci sarà un motivo per il quale non ci vorrà entrare, ci sarà un motivo per il quale ci si sente meglio altrove. A me interessa, forse, che quel motivo abbia una voce, che col brano non c’entra nulla e potrebbe parlare da una vita sconosciuta. Forza, manifestare la tua virgola, il tuo punto a una frase rimasta per troppo tempo a metà, non ammazza nessuno; al massimo, una idea esausta di sé. E se avessi la fortuna di non avere una produzione alle calcagna, che sventola cedole e foglietti di glifi, verrebbe addirittura bella. La mia proposta, che siano i miei rovesci temporaleschi e nebbioline o che siano rimestamenti d’altri, è quella solita.

-I lived on the moon, by Kwoon.

Dear little lad/ Here’s the story of my life/ I lived on the moon/ I lived on the moon/ Grey flying snakes along/ Mountains of destiny while/ The three tailed moneys/ Were drawing the stars/ Light from the Sun and I/ Hide myself/ on the dark side,/ alone/ I’ve run so far/ To find my way/ Then I dream again…/ Alone/ Dear little boy, listen/ To voices of your soul/ It showed you the way/ of Silence and peace/ Follow your thought and fly/ Choosing all the things that you desire/ Giant waves,/ fireflies…/ Your dream will be your only shell/ Your secrets,/ your hiding place,/ my son/ Don’t let them try/ To crush your brain/ Let you go far…/My son.

 

 

 

Il suono che cambia

Come la musica, ho amato ascoltare la sua storia che cambia, questo mese, e pochi giorni fa ho incontrato un vecchio amico che era di ritorno da un bel concerto tenuto molto lontano. Mi ha detto che ha ritrovato il piacere reale di suonare da quando col suo gruppo di punk radicale hanno determinato di esibirsi soltanto dove sono desiderati, dove sono accolti, dove esiste la voglia di ascoltarli, dove c’è un posto che somiglia a quella famosa sensazione di casa.
Sentire queste impressioni, che vengono da performer navigati che hanno battuto i bar più allucinati, mi ha reso molto felice perché si è innestata una coscienza differente.
In tutte le circostanze, il cuore conduce dove si sa alla perfezione di poter creare e condividere la bellezza e liberare una energia progredita, scambiarla, invece di rincorrere l’incognita o subire il peso di una costante riserva e doversi accaparrare un anemico plauso, una briciola dimenticata di attenzione.

Anteprima: The blue building

Tragitto di tenui polaroid e secchiate di casino. Continuerò così fino alla fine di Surmont, questo è il titolo del mio nuovo pianerottolo in corso d’opera, direttamente dal quale presento oggi una soffice e breve diapositiva intitolata The blue building.

A riguardo, tiro dritto senza sparare nel mucchio. Metà Ottobre mi sembra un buon periodo per chiuderlo. Ci saranno anche stavolta tanti brani e vari punti di vista. Sto pensando, in parallelo, a qualche cover da mettere in giro.

-The blue building. If this fall wants to stay on its feet/ everytime I like to go around/ and I feel high/ We were the One/ We are the sun/ which is high/ In vain the roads they swear again/ and close the eyes while memories of days/ are in the mud/ Touch my heart, dear amplification!/ I free my soul through the gentle wires/offshore/ na na na….

-Il palazzo blu. Se questo autunno vuole andare a piedi/ io ogni volta amo starmene a zonzo/ Mi sento gasato/ Eravamo una cosa sola/ Siamo il sole/ che si slancia/ In vano le strade giurano di nuovo/ mentre le memorie dei giorni/ sono nel fango/ Toccami il cuore, cara amplificazione!/ Libero la mia anima tramite i suoi cordiali cavi offshore..na na na..

 

 

 

 

Lascia fare

Anche oggi abbiamo fatto il punto sulle energie. Sia ben chiaro, le energie funzionano da sole e di quello che vogliamo se ne fottono. Basta non mettersi davanti ad impedirle altrimenti si accorgono di noi e ci troncano in due. Meglio non farsi vedere, meglio non dire niente e lasciare fare. Ci sono e funzionano da sole. Inutile aspirare, scommettere, organizzare. Prenderanno il sopravvento al di là di qualsiasi previsione e certezza matematica, fuori dal cartellone e dalle liste di favoriti, o rovesceranno quello che c’è, se stesse, alla faccia di chi vuole il potere ed il controllo, spalando via la granulosa identità che si dispone lungo il percorso delle cose per paura di perdersi in esse. Guidano meglio al buio, bendate, o quando ci si è persi, almeno non trovano alcun esperto in tragitti turistici  il cui segno durante la tratta non sarà altro che un nugulo di ditate lasciate sul vetro e la carta di una pizzetta sul cruscotto.

Non ho più voglia di definire qualcosa o preoccuparmi di che fine andrà a fare, di che fine farò. Ci sarà una fine a tutto questo, o no? Se lascio fare alle energie, salterò la fermata, non vedrò il capolinea e, come è già successo, al momento del passaggio del controllore, mi ritroverò un biglietto in tasca. Molti diranno: L’ho visto scendere. L’ho visto fermo a fare pipì. L’ho visto discutere con una guardia. Ha attaccato una gomma sotto al sedile. Baciava una donna davanti alla biglietteria, le teneva una mano sul sedere. Tutto vero, nel ciclostilato che delibero dal mio ufficio. Così, in segreto, lascerò fare.

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Dentro e fuori le immagini

Da un grande e gradito regalo, ho combinato un breve mix audiovideo di alcuni spezzoni della mia esibizione del 3 Settembre a “Musica sulle Bocche-International Jazz Festival.” Aggiungo il link alla fine dell’articolo.

Una alleata che ha filmato il mio set non poteva agilmente spedirmi via internet il girato, così ha fatto un salto alle poste e come da un altro tempo e con modi sconosciuti ai contemporanei ha spedito al mio indirizzo una bella e scattante pen drive che contiene il tozzo file. Quando navighi fuori o attraverso le maglie del tempo, queste azioni diventano frequenti e hanno il loro vero senso. La ringrazio per averlo suscitato.

Mi sono applicato il pomeriggio e la sera per tagliare i vari pezzi e creare un rapido riassunto, con la promessa che mi sarei guardato senza pudore suonare. Non lo faccio così spesso e questa è la mia parte molle. Magari alzo il telefono quattro volte per costringere qualche amica ad uscire e fare foto, che amo, che pretendo, ma mi manca l’occhio sul continuum. Devo chiedere a Francesca se ha qualcosa di più, girato in tutta fretta e freddo durante un celebre inverno di qualche anno fa. Ho però rispettato questo patto stavolta ed è stato un momento divertente e mi ha fatto bene, come mi ha fatto bene partecipare alla incantevole giornata a Santa Teresa Gallura. Riverberi e bagliori di questa avventura ancora si propagano e si confondono con quanto veniva da prima.

Credo che non intendesse soltanto farmi ricevere un prezioso e pratico ricordo, ma è stato colto il messaggio della questione e rieditato in un invito a contemplare e considerare l’atto in generale che sono andato a creare, un atto di presenza confezionato in una manciata di brani; che poi parlino di passioni trasmutate e stati di osservazione e che ho intitolato appunto “La Compagnia Costante,” doveva andare da sé, importante ma non così fondamentale per guidare il momento. Potevo chiamarlo “Autunno, preparate i maglioni” e sarebbe stato lo stesso.  E attraverso quel cammino in equilibrio, ho fatto molte trasformazioni complesse sull’onda dell’estate.

Ogni aspetto in questa frase della mia pagina di vita attuale ha avuto secondo me un po’ più di coerenza e quindi di coscienza: era cominciata in un modo speciale, ripartita dalla fiducia in qualsiasi esito e le imprevedibili manifestazioni se ne sono contaminate; non ero interessato al fatto che andasse bene come ai migliori set o che accadessero intoppi, ma mi ero preparato ad esserci, restituendo una immagine più definita che potevo di quello stato a chi era lì per ispirarsi, secondo un allenamento che non finisce mai e che io credo è continuo suggerimento di una soluzione e di un varco.

 

Si riparte

Sorprendentemente, mi ha fatto compagnia un  mignon di tabasco questa settimana, passata in obbligata sordina al fresco delle poche e timide nuvole. Per un po’ le ho contate, poi ho perso il numero dato che erano le stesse, come appese. Ho cotto quanto avevo e più di quanto ho potuto per suscitarmi, con quel portento, alcuni portentosi ricordi.

Così, riaccendo lentamente i motori per avvicinarmi al nuovo episodio in bassa fedeltà che ho intenzione di assemblare da ora e fino ad ottobre inoltrato. Per adesso non lo decifro e sarà senz’altro una cosa diversa che voglio fare, e meglio di altre volte, ma la presenza di un intruso nel mio campo è inequivocabile e mi da i cenni della sua missione. Mi rasserena sapere che ci stiamo braccando, fino ad uno di questi giorni che vengono in cui comincerò ad avvicinarmi alle sue impronte.

Una pila di libri e di quaderni si è solidificata nella solito elemento d’arredo beige ai piedi del letto. Qualche giretto su due ruote non è mancato e anche molto confronto, per lo più telefonico e medianico, con gli spiriti speciali che hanno sospinto l’estate adesso sul suo scivolo. Sembra l’apparecchiatura di un motel questa sagra di impressioni che sono così forti che mi porta a credere di essere in discussione da anni con qualcuno due stanze dopo che non ho mai visto, mentre mi nascondo e tratto sull’affitto. Parliamo degli orrori della moquette, di una valigia dimenticata sotto al letto, di intrugli rimediati al bar interno. Nel mentre, cucino le mie cose piccanti per aguzzare i nervi e descrivo a voce alta gli aromi.

Nel mio libro dei decreti ho sancito che non voglio più avere a che fare con nessun solstizio di vecchia guardia: fino ad ora, tutto ciò che ho trascritto è stato rispettato perché è la dura legge dei cazzi miei, dei miei paraggi, ampiamente condivisa da chi sa stare in sella; qualche volta, retroattiva. Scarsamente individuo un passato del quale essere fiero, che non si può più riprendere nemmeno quando è sgargiante come la rubinetteria appena montata. La fierezza dovrebbe esserci sempre, adesso che so, eccome, che non sono obbligato a restare e neppure ad andarmene. Mi basta sostare e osservare in stato di trasparenza, tipo Noel Gallagher che suona dietro la tenda di plastica in Sunday Morning Call.

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