Cover: Peaches from Spain

Il mio nuovo titolo avanza senza guardarmi in faccia, spazzando via anche il suo percorso ancora segreto. Non ne voglio sapere nulla di come apparirà; a me basta che distrugga quanto più possibile quello che conosco e ogni cosa abbia dei piani nei miei confronti. Questo è il piano. Il processo forza la situazione. Non ci si è accorti? Inevitabile che non solo io, ma anche tutti quelli che sono coinvolti come me, siano sottoposti allo stesso disvelamento.

In mezzo, c’è una serie di cover. Peaches from Spain, acquerello indimenticabile dei Serafin che avevo inciso tempo fa, è fra queste. La canzone originale, che dura un minuto, è la mia canzone preferita. L’avevo solo eseguita in un’altra versione, del brano e di me.

Ieri schivavo la pioggia per alcuni chilometri con una eleganza inaudita, quella di chi è uscito di casa già pronto al castigo delle nuvole e al loro miracolo. Peaches from Spain è un dialogo che tratta di visitazione, di osservazione, di permettere che le acque rovistino negli spazi rimasti al buio tramite la forza dell’ispirazione presente, ed è rinata lì, su un pezzo di strada ciclabile, lontano dalla possibilità. Una volta rincasato, dopo neppure un’ora avevo finito.

Ve la porto qui invitandovi ovviamente ad ascoltare l’originale. Che sia una o l’altra, spero faccia un buon lavoro. Suggerisco inoltre di indagare gli ultimi video pubblicati, che contengono i tratti inediti del mio avamposto di adesso. Grazie per l’attenzione.

-Peaches from Spain, by Serafin
As you’re a friend
please can I come and stay
In your house on a beach in San Tropez
If I bring some wine and peaches from Spain
Oh my god your house is so full of pain
You can ask me if you’re insane
You can ask me if you’re insane
You are insane
Walls of water gushing over me
When your star-like burns are touching me
In my coma you were a sound
Can you tell me how my feet touch the ground?
Cause there’s nothing like you around
And there’s nothing like you around
You were a sound

-Pesche dalla Spagna.
Dato che siamo amici,
posso venire a stare
nella tua casa sulla spiaggia
a Saint-Tropez?
Porto vino e pesche dalla Spagna
Oddio….quanto malumore in questa casa
Chiedimi se sei un po’ fuori
Chiedimi se sei un po’ fuori
Sei proprio fuori
Pareti d’acqua si sollevano su di me
quando il tuo fulgore mi tocca
Nel mio coma tu eri un suono
Sapresti dirmi quanto i miei piedi toccano terra?
Perché non c’è nessuno qui attorno come te
E non c’è nessuno come te
Tu eri un suono…

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Due parole su Nubi-Vol.2 Lp2018

Saranno più di due, o meno di quelle molto importanti che ho già detto e scritto o che non mi sono permesso ancora di esprimere. Questo è un momento sensuale, dove avverto e alcune volte vedo la densità trasparente ed impalpabile del dielettrico e questa si stabilisce sicuramente dentro e fra ogni spazio che esiste, ma molto di più nel punto che mi attrae. Aspettavo questo passaggio per riprendere a focalizzarmi su qualcosa che posso labilmente definire realtà, o svolgimento delle cose secondo una certa coerenza. Lasciando la sensualità libera di surclassare l’organizzazione esterna.

In Nubi-Vol.2, che come sempre diverrà patrimonio interrato delle orecchie dei cento disperati che alle sei del mattino stanno già mandando giù il boccone amaro degli EP più molesti crackati da una cassetta consumata, questo lasciar fare e lasciarsi andare in tutte le direzioni delle mie fiducie impossibili è più presente che altrove e penso che è quello che esigerei non solo dai miei dischi preferiti, ma dalle mie persone preferite, dalle mie essenze fondamentali. Adesso sono abbastanza tranquillo e trasparente e non sto considerando strani influssi e ispirazioni, occhi rovesciati, voci di morti, o brutti ceffi in ausilio, sto discutendo di me ora, coi gomiti appiattiti sulla scrivania, e la sedia che si allontana dal baricentro. Mi accorgo della irregolarità e della mancanza di giustizia del mondo a partire anche da questa scena ma è la forma della mia storia, dalla quale posso uscire ed entrare non solo a mio piacimento ma perché è l’unico movimento segreto in cui mi riconosco. Ho una vita, non è un carcerce da difendere e riempire di matti. Amo le mie follie che ho saputo far rimanere a piede libero. L’interno è sconfinato, il perimetro illusorio è sia formidabile che anche quasi una merda. Hai presente? Sì, Presente, cioè si sente e non si spiega, è visibile senza che debba aggiungere alcuna bellezza o bruttezza. C’è nella compostezza di un intaglio e anche nel mare inquinato di sound sovrapposto e sfasato, c’è nel fatto che non me frega già più niente oggi, dopo poche ore che l’ho spruzzato nella rete. Nebulizzarsi è tutto, diventare impalpabili, forse eterici, sicuramente leggeri per valicare ogni steccato. Andarci contro a tutta velocità, con una essenza imponente e una cornice da quattro soldi che si scopre non è mai esistita ma solo appena prima di arrivare allo schianto, rende superfluo ogni male e ogni paura. Fermarsi prima per preferire la sicurezza di una regolare e garantita occasione è l’inganno peggiore e ho rammarico per chi ci cade dentro pensando che sia invece un’avventura sconcertante. Quello che fanno gli altri non è mai sconcertante, a parte il fatto che gli è permesso, come ad ogni microbo.

Nel capitolo “Nubi-Vol.2”, con la vista che mi ritrovo adesso, ho visto questo e non ho riletto neppure che cosa ho scritto fino ad ora. Dunque, grazie per l’attenzione e alle prossime.

ALESSANDRO MURESU-NUBI VOL2 LP2018 COPERTINA

Cover: Watch me fall apart

Sono tante le cover incise quest’anno nella passeggiata in bassa fedeltà. Tanti brani originali e dunque anche più spazio ai rifacimenti. Ieri sera ho preso in mano Watch me fall apart, della intensa cantautrice Sarah Jaffe. Ho trascorso dei momenti tranquilli anche se credo che il brano in sé non abbia pertinenza con questa quiete sconosciuta; o è la polaroid che ho preso per sviluppare la mia indagine senza esito. Mi è piaciuto il risultato finale, sicuramente.

Mi è piaciuto il filo conduttore degli eventi di un tempo lunghissimo e breve insieme e la mia disponibilità a seguirli. L’idea di dove portano non mi sfiora. C’è di nuovo che ho aperto una nuova pagina e la mia sensazione è che questo evento è divenuto chiaro anche all’esterno senza equivoci, stringendo il dialogo con gli spiriti oppure salutandolo. Le congetture e i cataloghi della mente non sono ammessi. Quella dei piani articolati e dei calcoli è la maglia con il numero della sconfitta e deve perire. Presto gli equivoci si sguaineranno maestosamente e sono così affilati che si faranno largo violentemente fra la sostanza bassa da lasciare andare.

Nuovamente, non c’entro nulla, nulla con quasi tutto, ci sono e no, come la canzone non c’entra nulla con me più ora che l’ho messa fra i miei surrogati, come con la sua prodigiosa autrice. Fermarsi è impossibile; uscire dai vestiti del senso è invece una buona andatura.

Io, nessuno è dovuto cambiare e se fosse cambiato sarebbe stato lo stesso. Mi sono solo permesso, creativamente, coscientemente, ricorrendo ad un amore dell’altro mondo che non mi ha mai abbandonato, di lasciare essere tutto cio che è, sia nel quadretto dell’universo che abbellisce il sipario dei miei giorni e delle mie notti, sia nell’origine che si è fatta strada anche in me.

 

-Watch Me Fall Apart, by Sarah Jaffe.

You said once you were sad

But I don’t believe you

You’re too simple in the head

For pain to please you

There are days when you feel good

And days when you feel nothing at all

But there is no inbetween

And it’s that, that kills you

Cause you don’t know what to do

Which page to thumb through

On my failures I’ve leaned

But with God as my witness I fall

Oh one by one they watch me fall apart

Oh one by one they watch me fall apart

Forgive me I’m empty

And I want you to need me

Your assurance is a game

And I’m always bluffing

Like suburban nature

I’ve separated myself

But I’ll kindly grit my teeth

Swallow and bury it

Unsettled and anxious

And now I’m careless

And I’m swearing in my sleep

Cursing at a day, as it goes by

Oh one by one they watch me fall apart

Oh one by one they watch me fall apart

 

Verso l’inizio

Attorno alle ultime battute della trascrizione di Accadde così ho cominciato ad avere segnali di grande pressione a molti livelli. Un po’ perché ero stato appresso al doppio in modo accanito, strappandolo letteralmente ai suoi armadi invisibili: fra quelli che ho tenuto e le outtakes, sono stati 34 i brani evocati in un tempo di circa un mese, senza contare le cover e materiali per altri, prove in altri progetti. Richiedono concentrazione, e se ciascuno di essi è una informazione profonda sul mio conto, perché io uso la musica per questo motivo e secondo questa procedura verticale, le cose possono imbarcarsi impetuosamente, ed è ciò che voglio. Certo, ho avuto giorni bellissimi e rinnovato il paesaggio sia delle mie alleanze che delle mie soddisfazioni; ad un certo punto però ho avvertito smarrimento e tutto andava al rallentatore. La fisicità era deformata, il tempo, le pulsazioni, il cielo, la mia disponibilità ad altri eccessi di suono e di concetti. Erano quei giorni freddissimi. Ripeto spesso che non mi importa l’estetica di quello che sto conducendo né il suo valore d’arte. Sono andato oltre questa infanzia, sto parlando di me, di quello che sono, e quella sbandata era una nuova fornitura di aggiornamenti al mio stato che avevo richiesto e che faceva ingresso.

 Il tempo successivo, come per magia o oramai ordinario svolgersi degli eventi, ha visto presentarsi una serie di ritorni centrali nella mia storia, una sequenza che inaspettatamente attendeva soluzione o assoluzione, non so da cosa, per che cosa, o da chi. Ho assolto tutti da questa esigenza pazza e poi li ho rimandati affanculo, una segnaletica che non manco di esibire. Stavolta, con uno spirito e una professionalità accresciuti e svelti. Un po’ provato, un po’ sicuro di aver passato il valico, magari neppure più nella carne, ho comunque finito quello che dovevo finire e in breve ho ripreso a riconoscermi. Pesantezza e leggerezza, rivelazione e mistero, ritorno e dissoluzione. Non ho dubbi su dove mi trovo, mi stupisce ancora però la brezza in faccia e il sangue alla testa che certe giravolte sanno provocare.

Alcune cose si somigliano quando siamo determinati ed entusiasti. Non ci troviamo però tutti allo stesso capo del filo, non ci troviamo nello stesso punto del libro, anzi. L’inizio e la fine di un sogno si somigliano, comportano per i protagonisti la stessa eccitazione per l’avventura che comincia. Eppure uno si addormenta, mentre l’altro si risveglia dal sonno.

Anteprima: Nubi Vol.2

A metà della settimana prossima metterò in giro una raccolta di avanzi della scarpinata di Marzo in bassa fedeltà. Si intitola Nubi Vol.2. Il primo episodio di Nubi fu dell’anno passato e consisteva in una ampia raccolta di cover.

Verso la fine di un mese e passa di trascrizioni, il carico sbanda, e poi esonda. Non potevo però  fare un triplo di Accadde così o sarebbe stato faticoso ascoltare. Ma a distanza di poco si possono mostrare un po’ di ritagli, come gli sketches e i brani interi, sia cantati che strumentali, alcuni intensi, come una selezione delle numerose cover di sconosciuti e blasonati titoli che ho elaborato in Marzo.

Fra i brani miei che ho apprezzato, ma non così tanto da farli finire nella scatola principale, Favourite mind è sicuramente il momento che mi ha lasciato più incollato all’ascolto. Ho scoperto delle impostazioni per ottenere un cantato meno distorto rispetto ai confusi tappeti che restano comunque i miei preferiti,  e questo ha dato al pezzo un alone di differenza che indagherò meglio.

Lo fermo qui, con il segnalibro di questo prossimo nuovo punto di vista.

-Favourite mind
I’m just thinking
things are breaking
My soul’s sharp
Your line is fading
We see it sinking
I fell on my feet
So we’re ready
It’s above our names
Come to see
how we’ve been there
I’m just thinking
to wheels without brakes
I’ve got two
of these lines with no end
It’s our awakening
Did you ever sleep?
I feel the one unseen
I stay in my line
until the end

-Mente preferita
Stavo giusto pensando
che le cose vanno a sfasciarsi
La mia anima è affilata
La tua scia sta affondando
La vediamo svanire
Io casco sui miei piedi
E dunque siamo pronti
Sta sopra ai nostri nomi
Vieni a vedere
come ci siamo arrivati
Stavo giusto pensando
alle ruote senza freni
Ho due
di queste linee senza fine
Si tratta del nostro risveglio
Hai mai dormito?
Mi sento come quel tizio invisibile
Starò nel mio solco
fino alle fine

 

 

La nostra canzone

 

-Our song

It’s our song

I waited to write it but now

I feel I separated it from me

and never want to come back

How many places have I been

missing this sound?

No one can sing it but us

I miss my voice

Analogic waves in the sky

Ego-logic spaces on the breeze

It’s not the song that makes us to stay

here now

I want to direct my own feet

and never want to come back

-La nostra canzone
È la nostra canzone che ho atteso di scrivere
ma adesso sento di separarmene
e di non farci ritorno
Quanti posti ho visto
sentendo la mancanza di questo suono?
Nessuno la potrà mai cantare tranne noi
Mi manca la mia voce
Onde analogiche nel cielo
Ego-logici spazi fra la brezza
Non è la canzone che ci fa restare
qui adesso
Voglio solo reindirizzare il mio percorso
e non tornare più

Cover: Street Spirit (Fade Out)

Ogni tanto una cover. Oggi è stata la volta di un brano che conosco da sempre ma che non ho mai fermato nella memoria esterna delle cose, Street Spirit (Fade Out) dei Radiohead. Ne ho ricavato una cartolina decadente non lontana dall’originale, ricca di rumori, impastata con i miei semplici attrezzi e poca amorevole cura. Ve la piazzo anche qua.