Uno strano percorso

Chiamate questo passaggio lenta partenza o lento approdo, come preferite, ma ci sono giorni, come questo in corso, durante i quali percepisco che il cambiamento molla con più decisione la via empirica di certe azioni o di altre sulle quali ci si continua spesso a dividere ferocemente. Sento che è un accorgersi di essere per propria natura e passo originario quell’essenza agente del cambiamento, indipendentemente dai passi fatti fuori e dagli stumenti a disposizione, nella manifestazione esterna, e di essere la corrente stessa che prevede o non prevede altri scali, su un bastimento che ha o non ha ancora zavorre, divisioni fra l’equipaggio o vele soavi e robuste. Queste distrazioni saranno prominenti? Si vorrà fondare una nazione sul primo scoglio affiorante o è più forte il richiamo ad andare e basta? Qualcuno invertirà la rotta per tornare indietro e fare vendetta o recuperare ombre qui e là consultando lo zodiaco sempre sospeso sulla testa?

Via via che ci si sposta, si scopre qualcosa di sé, compreso anche l’avere le mani e le ali legate, talvolta in modo troppo stretto. Compresa l’impotenza davanti a mille microscopici o grandi fattori, spesso incomprensibili e dall’energia tenace non risolvibile nonostante tutto l’impegno e lo sforzo in una vita sola, durante la quale si scopre che certi propri  accordi sono stati presi a monte. Se prevale quella, prevale quella, c’è poco da fare, e a quel giro è quello che va fatto. Non si può fare andare una utilitaria alla velocità di un bolide da pista, o succederebbe un casino in confronto al quale il relativo ritardo sul percorso (sempre che sia il medesimo), inclusi gli errori e le soste lungo il tragitto, raffigurano una salubre gita. Possono esistere ostacoli quali il giudizio del prossimo, il sentimento di attaccamento, la paura di lasciare andare qualcosa di antico e radicato, il coinvolgimento di affetti, le incombenze materiali, il gap che esiste fra ciò che si vorrebbe fare e quello che invece si è costretti ad assecondare dentro il macchinario, come ad esempio un ruolo, una posizione lavorativa ecc. Mollare di botto tutto ciò, quando ancora lo si crede troppo reale ed impetuoso, è suggestivo, ma sarebbe utile? Se non si fa male ad alcuno, può far partire una avventura, altrimenti è sciocco egoismo ed impazienza sterile.

Nessuno ha colpe, tutti sono in ogni istante al loro posto nel loro proprio viaggio.

Uno strano percorso

Presenze: il blog della bici, chiusura pagina e altro

Domani mattina estinguerò la mia pagina pubblica sul noto baracchino. Dopo neppure un anno cancello le tracce e non ne aprirò un’altra, almeno là dentro. Quel network è un minuscolo scoglio oceanico sul quale è in corso una perenne festa del cazzo; come si fa ad arenarcisi, con tanto mare che c’è attorno e con tanti motivi per andare, è un mistero.

Questo segno viene dopo un mese di assoluta velocità durante il quale mi serviva osservare e comporre, cioè salutare ancora un po’. Quel po’ che mancava per far diventare l’invisibile definitivo.

Ho deciso di avviare un blog in cui riportare il distillato dei miei giri in bicicletta. Tutti sanno che vado in bici: la mia prima tessera è del 1988 e ho smesso con le gare nel 1999 quando il ridicolo sistemino corporativo iniziava già allora a darmi più di una grana. Non si parlerà però di ciclismo né in forma appassionata, intineraristica, cicloturistica o esistenziale e sentimentale. Vado per altri motivi, vado bene, da solo, mi sento pieno e felice senza scopi temporanei, come non uso ragioni letterali per avviare o torcere e disintegrare cose che in apparenza mi riguardano. Sapete, la vecchia storia della presenza. Parlerò di quello.

Devo agire più concretamente e usare le energie in un certo modo e questo modo, che ho rinviato fino ad esserne più sicuro nonostante potessi permettermi di narrare e narrare per la gioia di tanti maneggioni e mentalisti, passa anche da solitari qui e là sulla mia Pinarello fluo del 1995. Spiegherò meglio su come procederò quando fra pochi giorni aprirò il documento e lo presenterò anche qui.

Un ultimo appunto per questo momento. La voce presente non si è rivolta ad alcuno ricorrendo ai mugugni della mente che vivono di ricordo e di assenza. Come può mancare chi si ricorda dall’infinito? Accolgo con onore chi si presenta in modo adeguato. ‘Non mi sei mai mancato e nulla mi mancherà mai più, perché ho capito chi sono. Ti conoscevo prima di scoprire che esistevi.’ Come vorrei sapere i miei alleati, se non in questa coscienza incandescente e viva? Perché chi si cerca dentro con impegno da sé e si trova, cerca e trova e libera nel contempo tutti gli altri.
Quella frase la pronuncio, perché conosco il sottotraccia e che cosa intendo di preciso. Ciò ha rafforzato nobili complicità al di là di ogni distanza e silenzio.

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Presenze: il blog della bici, chiusura pagina e altro

Cardigan Olcott LP è on line

Sono 17 elementi di primitivismo, di rumore, di drone che mi manifesta meglio di tutti gli altri episodi tracciati in passato. Bene o male, lineare o deforme, approssimativo o centrato. Mi sono dedicato un mese di osservazione in bassa fedeltà cercando di trascrivere il più possibile, tanto che una buona fetta è avanzata e vedrò che farne più avanti, e lo porto qui, da scaricare liberamente e gratuitamente in mp3 al link in basso. Lascio che si spieghi da sé.

Grazie per il sostegno.

http://www.mediafire.com/file/b3ga5g799vao8v3/ALESSANDRO+MURESU-CARDIGAN+OLCOTT++LP2017.rar

ALESSANDRO MURESU-CARDIGAN OLCOTT LP2017 COPERTINA

 

Cardigan Olcott LP è on line

Una montagna di fame

Vi sarete resi conto che viviamo sopra una bagnarola dove, mentre affonda nell’infinito, l’opera fondamentale dei passeggeri è verificare che ognuno si specializzi  a diventare lo sgherro di qualcun altro, il suo sorvegliante. Questo piano d’esperienza fornisce un efficiente  sgherrificio. L’incontro casuale col dormiente potrebbe attivare una conversazione che inevitabilmente verte su temi di assoluta concezione carceraria e/o funeraria: Ciao, (wow, sei ancora vivo) stai lavorando? stai ancora con quella là? quando finisci quell’impegno? quando realizzi quel contratto? quando ti sposi? quando fai un figlio? quando ci vediamo? Oppure vengono sottolineati gli aspetti visibili non conformi: quella barba fa schifo, quei capelli fanno schifo, sei vestito come mio nonno, la tua macchina è una carretta.

Intravista la differenza di passo, vengono scandagliate, in automatico, le varie possibilità di far dissonare il più possibile la situazione e ristorarsi dunque al nettare della musica psicotica generata. Infatti, in genere le risposte  dei malcapitati sono blande e mediocri, imbarazzate, di circostanza sì-no-guarda-mah-lascia stare. E anche se fossero serie, aderiscono al menu della casa. Aderenti alla mappa nota fornita dall’azienda sociale. Nessuna ostruzione, nessuno sforzo, nessuna infrazione dei regolamenti interni, nessuna novità, nessun turbamento, massima mangiata, e ciò avviene prima ancora e tutto sommato al posto di sincerarsi, o anche constatarne il fulgore, della preziosità dell’aura in quegli istanti, che uno potrebbe essere invece contento e soddisfatto di quello che in quel momento egli è,  piuttosto che delle finzioni e convenzioni alle quali aderisce, indipendentemente dal fatto che stia sotto a qualche scemenza corporativa, indipendentemente dalla condizione di abbondanza o meno in cui ci si possa trovare, compagnia, lusinga, plauso, successo. Naturalmente, non si rendono conto, i conduttori di questo carotaggio, di quanto stupidi e scimmieschi appaiano e siano. Io penso che essi soffrono di pancia e di appetito senza fine.

Sembra che in tanti siano felici di appurare che, dal piccolo molto piccolo ruolo mortale che interpretano in quel momento, si trovano in compagnia nella cella, o magari con comodità sconosciute a chi incontrano. Ma che privilegio è essere così stupidi e così timorati della coscienza di massa? Che privilegio offre non conoscere nulla di se stessi, al punto di tentare di rompere l’anima al prossimo pur di anestetizzare  questo, sì vero e sacro, dolore di fondo?

Tutto è livellato al basso. In molte occasioni è anche un tentativo di riuscire a rasserenarsi al sapere che per esempio quel qualcosa che avevano saputo avevi cominciato non è andato bene, che hai rinunciato ad un certo posto al mondo, che sei uscito dalla gara, che non stai trafficando in creazioni comuni, che non ti fili quella signorina che fa gola. Insomma, che ti sei levato dal porcile dove ora c’è una piazza e mezza in più di merda su cui rotolarsi. Non chiamerei queste tecniche espressione di invidia, ma uno degli aspetti più comuni che un vampiro deve coltivare se non vuole morire di fame e se vuole farsi un posto nell’azienda sanguisuga.

Togliere il cibo ai vampiri non è sufficiente. Lo sterminatore ha il sole dentro di sé e sa maneggiare mazza e paletto all’occorrenza nel suo processo di evasione da questo manicomio. Io penso che ci troviamo nel periodo adeguato in cui quando, fra le altre e credo più urgenti faccende, anche queste circostanze si verificano, e vedo che vanno moltiplicandosi sia per esperienza diretta che da osservatore di altri,  focalizzarsi e rispondere scaltramente rischiarando su due piedi la scena di sovrana radiante presenza, stando sul pezzo, senza mostrare il fianco, sia una azione in cui i veri liberi in azione ora sanno muoversi non appena si manifestano le avvisaglie di masticazione. Sono tanti coloro che arrivano imbarbariti e in preda agli stenti agli ultimi istanti del gioco, ormai quasi impazziti di normalità; hanno più fame che mai e sono contagiosi. Tuttavia siamo alla fine ed è lì che giocano i maestri.

Una montagna di fame

Cover: Imaginary You

Fra una cosa e l’altra, in questa prima metà di 2017 ho portato a compimento 7 capitoli lunghi e due episodi minori, almeno, tenendo conto solo delle mie trascrizioni. Cardigan Olcott è appunto il numero 7, quello che  si direbbe un Lp, per giunta doppio. Mentre vado a concluderlo, la prossima settimana, radunerò alcune delle cover preparate quest’anno in un volume 2 di Overs da porre in download al più presto coi due EP appaiati. 

Ci tenevo a rifare questa Imaginary You, dell’elegante progetto di ambient e musica di ricerca No Clear Mind. Continuavo però a perdere l’appuntamento col brano, finché mi sono dimenticato. Ieri sera invece avevo voglia di riascoltare un paio di loro album, che non stancano mai e che reputo di bellezza ed evocatività superiori, e mi è tornata in mente. Ho dovuto rinviare l’ascolto a notte fonda per mettermi subito ad incidere la mia versione istintiva di Imaginary You, versione della quale sono contento, anche per via di alcune sfumature di suono che sono percolate così come le ho lasciate fin dai primi secondi che orientavo il pezzo.

-Imaginary You
To talk with the imaginary you
sunshine, we sit side by side
You hesitate
and move away
our eyes meeting frequently
are not free…
To talk with the imaginary you
sunshine, we sit side by side
You hesitate and move away
our eyes meeting frequently are not free…

Cover: Imaginary You

Anteprima: Volevamo esserci (Rakoczy)

Un esempio di che razza di cose girano da queste parti è sicuramente Volevamo esserci (Rakoczy). Tratta da un mazzetto di brani in bilico sulle mensole noise, la presento in anteprima oggi. Per via del testo e della sua scaltra immediatezza, considero l’episodio fra i più visuali e in qualche modo ambient, anche se di ambient non ce n’è, dell’intero palinsesto di Cardigan Olcott. Almeno, del corpo che è giunto fino ad ora sospinto dall’invisibile e che sta moltiplicandosi. Lo intendo come un cantato paesaggistico.

Chiamo il brano un’ode alla presenza e all’essenza e nel titolo ho inserito uno dei tanti riferimenti sparsi nella storia del grande peso massimo dell’Io Sono, il mio Amico Conte di Saint-Germain.

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-Volevamo esserci (Rakoczy)
È sempre più difficile
leggersi con un accento affascinante
Importa che l’innato sia
ostruirsi fra le tante catene
Posso mettere via l’orgoglio
e sai cos’è impossibile per me
se c’è?
Davanti avrò un’estrema
voglia di cadere
sul vento che
mi aiuterà
ad essere qualunque aria
Voglio mettere via gli esempi
per poter calzare il mio
e continuare a perdere e vincere
per sempre io
A perdere e vincere
per sempre

Anteprima: Volevamo esserci (Rakoczy)

Perplessità, che perplessità non sono, in un periodo di cambiamento

Le perplessità, che perplessità non sono, che nascono in un periodo di cambiamento drastico e generale, io le constato anche quando ogni tanto mi domandano le cose solite, perché non allestisco un gruppo, perché non faccio un disco commerciale o commerciabile, perché non scrivo brani formali, perché incido in un certo modo e non nell’altro, perché non sfrutto ‘sta cosa o l’altra…perché perché perché…
Per quanto possa sembrare assurdo, inconcepibile o anche violento, quello che riguarda me sono affari miei e quel che riguarda gli altri sono affari loro. Si è smarrita questa clausola e nessuno ha idea di quanti ne manderà a gambe all’aria entro breve il non riuscire a riconiugarsi con questo semplice uso del buon senso.
Partendo dal presupposto che è abbastanza facile ottenere quelle cose di cui alcuni ogni tanto parlano, così facile che me ne bado molto accuratamente di venirci a contatto, in poche righe saprò fornire altri dettagli e potrebbe essere utile a chi si trova sempre più spesso nei momenti topici di deserto comunicativo.
Non faccio quelle cose perché è evidente che le sto già mettendo in pratica con esseri adeguati in contesti adeguati. Tutti quelli che non sono coinvolti direttamente nella creazione di questi materiali, e nelle avventure più grandi che ci stanno attorno che per me sono la vera esperienza e non il fatto che posso creare tonnellate di stranezze all’anno e magari venire apprezzato, è evidente che non possono avere una vista del reale stato delle cose, perciò quelle domande sono poco opportune. Se non ti ho mai visto in giro con una racchetta da tennis, ciò non vuol dire che tu non giochi a tennis dove vuoi e con chi vuoi e soprattutto quando io non sono nei paraggi. Se ti vedo camminare alla fine del tuo allenamento, non vuol dire che nei 30 km precedenti tu non abbia corso, proprio mentre io non c’ero, quando ero sul divano. In assenza di progressione autonoma, di sviluppo individuale di senso,  la videocrazia di default impone invece di dare per simil-vera la testimonianza solo di quell’ultimo frammento di quella memoria volatile nella mente computerizzata in cui ancora si permane.
In quegli istanti non do una risposta soddisfacente e nessuno la darebbe mai, perché non cambierebbe nulla. Sono due strati già distinti, siamo esseri a differente energia e sostanza in linee di tempo e paradigmi diversi. Penso che chi è davvero coinvolto in quanto pratico o in quanto svolge chi va da questo paesaggio in avanti, si risponde da sé facendo le stesse identiche cose, come spirito di base, che come ricaduta nel mondo visibile concernono anche in una estetica e procedure inusuali o contraddittorie, nella elevata frequenza di materializzazione, in un atteggiamento specifico che non può prevedere dubbi sui propri metodi e sulle proprie decisioni, nella scelta dei propri attrezzi rappresentativi, indipendentemente da quello che scorre fuori. Il fuori, quello che fanno questi famigerati splendidissimi altri da quali sembra si debba apprendere a spacciare lo stesso status apparente di vivacità, non serve ad un accidente.
Come al solito, si arriva dalla coscienza più precisa di elementi a monte attraverso una ricerca della propria essenza, la propria presenza allenata, visioni e regole sottili che a confronto la musica e le sue passioni anche più elevate sono solo intrattenimento da sala d’aspetto. Perché chi si risponde ha in qualche modo compreso a sua volta da dove viene questa energia, cosa significa, come è impiegata, come opera, quale servizio offre e quali sono i reali doni che conferisce, e soprattutto è abituato a sapere che scompare se viene a contatto coi compromessi e le idiozie dello standard. Avere un talento, una sensibilità, una passione, una esposizione o un botto di ammirazione o un riscontro di vendita non ha significato. Sono cose che può artificialmente ricreare, gestire e soprattutto vendere qualsiasi ufficio e oggi chi vive sotto ipnosi è proprio di questo che si nutre ed è questo che chiede e alimenta a sua volta. Ha senso quando quel gioco è ancora in corso.
Gli scambi fondamentali non li tengo con nessuno che si occupa di musica, o almeno la musica del mondo comune come il 99.99% delle persone intende. Ma, diamine, la musica c’entra poco, è il piano dimensionale terricolo il punto. Sono questioni di cui parlo e scrivo e metto in azione più letteralemente quando mi trovo in ambiti differenti con essenze precise, che sono la parte grande della mia giornata. Ma alla fine, non è questo che ognuno fa con le manifestazioni del proprio livello di avanzamento e comprensione di sé?
Perplessità, che perplessità non sono, in un periodo di cambiamento