Anteprima: The dawn on your shapes

Ricorderò questa estate come la più affascinante e come il momento nel quale ho radunato, immerso in quella antica continua linea di solitudine perfetta e silenzio di cui sono fatto, nuovi strumenti di comprensione in un tempo veramente rapido. Dobbiamo essere rapidi per sfuggire alla coscienza di massa, a questa camerata di zombies che ereditano domande e le impostano come distributori automatici di banalità e malesseri. Il filo della mia lama si è rinnovato e così ogni arte decisionale.

Sono passati pochi giorni da quando ho messo in giro una carretta di titoli e già mi sono messo all’opera per evocare il mio titolo numero 9 del 2018. Sta arrivando indisturbato ed insieme arrivano i magi del mio regno. C’è aria di ulteriori saluti. Non si può vivere e non si può avere a che fare con chi marcia ad un altro passo su un altro piano. E quando affermo che la scrittura, la trascrittura, la metascrittura, è un attrezzo che ho usato per cambiarmi dall’interno per l’interno, sto rimarcando anche le distanze col tema delle apparenze in cui un po’ tutti sono sigillati. Smontare, smontare, smontare, e qualcosa emerge, una sensazione illimitata senza bisogno di essere appurata con le parole o con interminabili opinioni e obiezioni di chi resta a riva; certamente comprensibile e reale per chi si è fatto il mazzo e ha messo i piedi in acqua, certamente invisibile per chi non ha occhi, né salvagente. Il problema di chi non crede a manifestazioni ulteriori è che non crede neppure a quello che ha e dal quale dice di ottenere appagamento, non crede a ciò che ama o detesta e nemmeno a chi crede di essere, benchè sbagliato. Sta in un ambiente provvisorio e finto così reale e tangibile, ed è questo che non vede.

Il brano di oggi è la contemplazione di un posto nuovo che sorge dal profilo precedente.

 

-The dawn on your shapes

I bring my extremes

where they touch their cold heads

I swear I’m too old

to swim and to die

Last days the roads

were insanely full of doors

which open on the sky

where we were and we are

What I want is here

Right here

I could be wrong

Stay on the spell

that I mad against myself

No one can give you

more than he receives

It’s raining on the water

even if is so dry

Fool me under this empire

in the visionary land

It’s a pleasure not unknown

Everyone can hear the silence

not for everyone, I know

Same intensity of nothing

-L’alba sulle tue forme

Io porto i miei estremi

dove le loro teste algide si toccano

Giuro che sono troppo vecchio

per nuotare e morire

Negli ultimi tempi le strade

erano follemente piene di porte

che si aprono sul cielo

dove eravamo e dove siamo

Quello che voglio è qui

Giusto qui

Potrei sbagliarmi

Rimango sull’incantesimo

che ho fatto contro con me stesso

Nessuno può darti

più di quello che riceve

Sta piovendo sull’acqua

anche se è così arido

Mi inganno sotto questo impero

nella terra visionaria

È un piacere per niente sconosciuto

Tutti possono sentire il silenzio

Non per tutti, lo so,

la stessa intensità del nulla

 

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L’amore

L’amore, questo senza morte che misura chi sei fuori da ogni tempo. Gli altri non c’entrano. Non c’entrano i magnetismi e le personalità seducenti e i progetti a lungo termine, le cadute e riscatti, gli incontri fragranti. Sono lo stesso patibolo quotidiano che le persone scambiano per palcoscenico e dove, volontariamente e sorrette dai cori dei sodali, mettono in scena la propria merda che si dissolve sotto al colpo secco un attimo dopo.

Amore come puro essere che nulla ha più a che fare con le traiettorie dei desideri, che prima ti porta a te esplodendoti in faccia e poi, risolti i gangli delle ombre del carnevale, ti riporterà a casa. Non penso ad una corrispondenza e ad un rifugio per accompagnare la specie di vita serrata addosso a cani e porci su questo piano. Sto pensando alla liberazione da questo piano.

E così, forse non ricordo dov’ero quando ho amato, quando e come è stato, a dispetto di che cosa, contro chi, quale maschera avevamo e come l’ho distrutta, ma so chi ero, come so chi sono, come so chi sei, alla fine di questa esperienza.

Forza di gravità

Le persone, gli esseri inanimati, sono così, come quei tizi che girano soltanto in auto e circa i quali mi sono sempre chiesto se abbiano non solo gli arti inferiori ma anche il busto e ogni cosa che discende dal collo. I busti sospesi sulle colonne nelle accademie; no, sbandati che battono l’aria col muso di una utilitaria. Voi tutti siete a conoscenza che io ad una certa ora esigo di andare a correre e stabilire, senza una apposita giuria nei pressi, records non agonistici, arbitrari e personali. Quando spunta il conoscente che ironicamente apostrofa il runner, compreso il sottoscritto, a suon di vecchissimi adagi, come se egli fosse il reduce di tutte le maratone e delle imprese agonistiche contemporanee, ora pago, ora a riposo forse, riesco a capire il fondamentale dell’uomo.

Ma ad un certo momento tutta la benzina finirà, anzi è già finita e ora corrono in discesa per inerzia, sempre più insaccati fra le spalle (sono spalle? che cosa sono? sono rigonfiamenti, gonadi rialzate? No, troppo grandi), tuttavia più splendidi e smaglianti per abbindolare il supino che non arriva allo sportello, forse anela anche lui al cocchio. Però il mezzo andrà rallentando, si fermerà in fondo alla strada, dove non c’è più nessuno,  e si dovrà andare per forza di cose a piedi. Il nostro investimento sul presente, su noi stessi o su nessuno, nei nostri impenetrabili sentieri, non avrà bisogno di ghermire. Dopo pochi metri, stramazzeranno al suolo, distrutti dalla gravità, dove nessuno li può vedere.

Due parole su This Inexistent World

Scrivo poche righe dal minicomputer che ho appoggiato su una biografia di Aivanhov. A differenza delle ultime sere, non spira alcun vento nei campi qui di fronte. Mi era giunto propizio da tutti i punti cardinali per cesellare i rumori assortiti su varie tracce di This Inexistent World e stasera, con il capitolo liberato sulla rete, si prende una pausa. Me ne prendo una anche io, anche se so che non la rispetterò. Chissà se brother Mikhael avrebbe apprezzato le intrusioni del maestrale. Forse non esattamente l’atteggiamento e la mia musica, ma l’invito del vento e dell’acqua a prendere parte alle incisioni, quelli sì.

Senza entrare nel particolare della scatola odierna, ho quasi dimenticato di avere scritto tutta questa roba negli ultimi sei mesi. Ho condotto il mio tempo così. Otto dischi, 5 normali, due doppi e un triplo, più le musiche per un documentario e i video balordi per diversi brani. Non sono andato ad intervistare il polso al gradimento. Ho chiesto invece di buttare via dalle orecchie quanto più in fretta possibile i miei cenni, in attesa di altro da vivere e sentire.

Un giorno, nel cuore dell’inverno,  sono rientrato a casa tardi e mi sono trovato una cartella di brani che avevo tracciato in quel periodo, che poi ho fatto diventare in parte il capitolo Wang Fo. Non potevo saperne nulla e come Wang Fo ho dovuto fronteggiare questa increspatura surreale e trarmi in salvo. Restai scandalizzato non dalla memoria apparentemente corta (Quando ho scritto queste canzoni?) ma dal fatto che me ne stavo curando un po’ troppo. Ne ritrovassi un’altra oggi, la cancellerei. Tutto sommato, sulla scorta di questa epifania, molti provvedimenti sono stati presi.

Ormai ogni cosa che mi riguarda la lascio guardare. Che sia decisiva o un fiasco totale, è patrimonio della giostra dalla quale sono sceso da così tanti anni sulla quale ho lasciato compagini.  A tanti può sembrare offensivo ma solo perché essi non sono ancora in grado di offendersi grandemente tanto da smettere col luna park. Deambulano nel vorticoso trend dell’umiliazione e ne ridono. Siamo nel week end, d’altronde, mortifichiamoci.

Anche questo titolo coi suoi dieci minestroni annuncia la mia maleducazione, fatta di defezioni all’ultimo, quando intuisco la commedia, di autostroncature. I brani si interrompono sottosviluppati, a differenza ad esempio di respiri grandi presi nel predecessore. Finiscono sbriciolati. Lascio tutti a se stessi, come nemmeno loro sanno fare. Lascio i brani a se stessi, me a me stesso. Sono attento a ricordarmi che non posso tenermi nulla. Proprio in questo momento, durante il quale si percepisce che , la cosa più cretina che riesco a pensare è mettermi con le mani parate alla fronte del mare, davanti alla riva, e combattere l’onda supersonica.

This Inexistent World Lp2018 è on line

Tre sono i titoli che ho rilasciato in un mese, uno di questi è un triplo. Non c’è male, continuiamo a sgretolare. Non so se fermarmi e sparire dal mondo inesistente o andare avanti a fargliela pagare facendolo schiattare col suo stesso peso. Oggi aggiungo una forchettata in più a questa losca merenda ed è This Inexistent World, paragrafo di ambient ombreggiato e rumore che ho racchiuso in 10 brani praticamente durante gli ultimi 10 giorni, incidendo coi miei esigui macchinari prevalentemente al mattino e di notte quando potevo captare i suoni più distinti che dalla lontananza rotolano in spazi aperti isolati.

Non ho molto da dire a riguardo, forse ne avrò più tardi in un pezzo separato o domani, se non di invitare l’ascoltatore a indirizzare il link per il download a chi sostiene la mia musica e a chi è in cammino sui sentieri d’oltreconfine. Il download dei dieci Mp3 è gratuito, come tutta la mia (la mia) verità. Grazie per l’attenzione, a presto.

http://www.mediafire.com/file/bzyoxr8t5t9i5ac/ALESSANDRO+MURESU-THIS+INEXISTENT+WORLD+LP2018+MP3.rar

ALESSANDRO MURESU-THIS INEXISTENT WORLD-LP2018-COPERTINA

In tanti anni

In tanti anni, non ho incontrato quella persona che ha detto, “Wow, ma questo è ciò che io ho sviluppato da me, senza sapere che tu esistevi da qualche parte e che eri pervenuto agli stessi risultati!” Sì, sono in contatto con spiriti che hanno questa coincidenza con me e con essi mi adopero a certe faccende, ma sono lontani e nei miei giorni una essenza che posso incontrare e vivere a questo livello approfondito non c’è. Sono schietto a tal riguardo; solo una constatazione meccanicistica e non una lagna. Il ritornello in relazione a ciò che bene o male mi riesce in passato è stato: interessamento peloso, manipolazione, vampirismo, vittimismo, rifugio, mancanze, sbandamento. Però una lineare e paritaria cooperazione e convivenza mi è stata impossibile. Di base, la coscienza non coincide e se coincide non c’è alcuna brama. L’essenza che abbia mai detto, “Noi possiamo fare qualcosa insieme e viverla perché questo è quello che sono e che mi piace,” non si è manifestata, fuori.

Invece di rifletterla, l’azione cosciente resta un buco nero che corrode e disintegra la realtà fittizia fuori. Sono diventato quell’essere che cercavo, non lo incontrerò mai più e non ne sento il bisogno.

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Due parole su ‘Be patient, it will pay’ e introduzione al nuovo capitolo ‘This Inexistent World.’

Ne ho in effetti spese già tante. Sono anche quelle degli articoli precedenti che non parlano di strani e villani suoni, sperse in note di circostanza. Per chi segue il filo invisibile del blog è chiaro. Oggi lo sguardo si è svuotato di un altra stagione ed è come aver perso qualcosa che comunque non mi serviva più. Ragionamenti inutili su cose inutili, slanci puerili, vite consumate. Il disco, il giorno del disco ogni mese o poco più, è giorno di bucato e porto in processione la bacinella degli stracci, neppure le mutande. Ma sono contento di come è venuto fuori, so cosa ho pulito con quelle nappine, e anche chi ha con impegno ascoltato i tre tomi ha comunicato la propria soddisfazione. Una sensazione di completamento e di lasciapassare interiore sta dilagando. Disfattomi del bottino, perché se ancora non lo sai è tutto a rendere qui dove noi come simulacri siamo il maltolto, io posso proseguire.

E sono qui oggi anche per dare un indizio su un nuovo capitolo che sto evocando e che non vedrà molte anteprime fino a quando non sarà finito, attorno alla metà di Agosto (diciamo le cose come stanno, mi premio, ad ogni mio recente compleanno, con un disco nuovo). C’è già un titolo eterno e terribile, This Inexistent World, ed una copertina estratta da un mio bozzetto. Sarà la continuazione ed ampliamento, il peggioramento e la lacerazione, delle plumbee personalità ambient rintracciabili in alcuni brani riusciti di Be patient, it will pay. Lontane macchie di pseudopianoforti e archi spettrali, nessuna intrusione vocale, registrazioni d’ambiente, un ambiente disabitato e disabilitato, incolto ed ignorante. Saranno dieci brani di un inverno per tutte le stagioni ma non sarà inverno tutto l’anno. Tuttavia, è presto adesso per immaginare. Comincio a tirarlo giù dai tetti  lunedì.

In coda assieme a questa bozza c’erano numerosi articoli che avevano tutta l’aria di essere dei sermoni artificiali intrappolati qui e là. Non ho più voglia di dettagliare cose che ho già chiarito, dunque cancello le eccedenze. Esse fanno in fretta a costituirsi in una personalità, come la monnezza che vive nei mari e fa fauna a sé, si offendono quando non lecco loro le terga, ci restano male lì sulla liana, allora mi limito a dire che io disprezzo soltanto la mia di personalità (e quindi, taglio corto, perché dovrei amare la tua o qualsiasi altra? e ciò per tanti altri accessori in comune) e quando mi si parano davanti gliele suono di santa ragione. Chiunque era imbragato in questa sbobba ha dei racconti allucinanti riguardo le mie reazioni inumane. Non verrà mai riconosciuta da me ma allontanata e rigettata perché è da gonzi imbellettarsi, specie in questo momento delicato, con altra materia organica. Già la natura matrigna non ha fatto un lavoro buono buono, ma il grosso del make up prima di andare in scena lo fanno gli ovini.