OAMWTHIHS Lp2018 è on line

Sarò breve, ci tornerò domani o più avanti per dare delle informazioni, forse. Lascio oggi la parola alle note del libretto. Adesso ho solo voglia di fare una passeggiata, stasera tardi magari, e scaricare un po’ di energie. Il mio titolo numero 16 dell’anno 2018 trascorso fra sperimentazione in oscuro ambient, rumore e drone folk, è adesso on line. OAMWTHIHS: Observing a man with the head in his suitcase. Si tratta di un triplo capitolo. Oltre che qui, quasi in simultanea lo presento esaustivamente brano per brano anche sul mio spazio Bandcamp: https://alessandromuresu.bandcamp.com/

Lo potete scaricare liberamente in formato Mp3 da questo indirizzo Mediafire che segue, con i suoi 32 brani, completo di testi e un video. L’unico invito che faccio è quello di inoltrarlo a chi cerca anche questa musica, a chi sta in silenzio.

http://www.mediafire.com/file/dt6gossej4e8rwp/ALESSANDRO+MURESU-OAMWTHIHS+LP2018+MP3.rar

-Dedicato ai pochi.

Evocato nei mesi di Novembre e Dicembre, si tratta del mio secondo triplo della serie 2018, il disco numero 16 di questi avventurosi 12 mesi.

Ci sono stati numerosi doppi e la solita sequela di episodi unitari, ma tripli prima di quest’anno non ne avevo mai azzardati, nonostante ci fossero disavanzi netti per poterli affrontare in qualche occasione. Per farne uno servono due o tre anni, oppure due mesi. Un tempo in mezzo per farli non c’è l’ho. Siccome ero immerso in altri progetti, fra i quali la serie di incisioni con Mandie Shattuck, dei provini e dei live da preparare, mi sono detto che con tanto materiale in continua canalizzazione potevo rifare questa esperienza, dopo il riuscito Be patient, it will pay di Luglio. Per suonarlo, ho usato le stesse due o tre cose che mi porto dietro di solito.

Essendo un triplo è sicuramente dispersivo, ci sono brani che non dovrebbero esserci e momenti superficiali. Proprio per questo mi sono sentito di farlo, c’era tutto questo in più che generalmente va a contaminare altre circostanze.

Mi interessa il tempo che hai dedicato, amico mio. Il fatto che ogni giorno tu eri lì, dove ami essere, facendo quello che ami fare. Nessuna comparazione o valutazione di qualità e aspettative. La qualità adesso è l’amorevole elegante presenza.

C’è un video in questa scatola, l’ho realizzato io per il brano Two octaves.

Ringrazio calorosamente Mandie Shattuck, aka Madge Midgely, che interviene su Ode (to us) con un suo monologo spontaneo e ancora con lo space drum su Slaves chanting in the storm.

Tutti i brani di Alessandro Muresu. Parole di ispirazione su Ode (to us) di Madge Midgely. True love waits è un brano dei Radiohead. Non possiedo i diritti sul brano. Tutti i diritti appartengono ai rispettivi detentori. I do not own any right. All the rights belong to their respective owners.

Dono gratuitamente agli ascoltatori OAMWTHIHS. Nessun uso commerciale è consentito. Io Sono Alessandro.

Foto: Siralemu.

Video: Siralemu.

Contatti. L’unica forma valida ed onorevole di contatto e accordo per quanto concerne i miei affari è il contatto diretto con me, preferibilmente di persona. Nessun altro è incaricato o indicato per siglare accordi che riguardano la mia essenza.

Scrivere: alessandromuresu@hotmail.com

Leggere: https://alemuresu.wordpress.com/

Ascoltare: https://www.youtube.com/channel/UCPKH9dikBl6pRFnVcCh5v_A

Ascoltare: https://alessandromuresu.bandcamp.com/

 

ALESSANDRO MURESU-OBSERVING A MAN WITH THE HEAD INTO HIS SUITCASE LP2018 COPERTINA

 

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Madge Midgely-Alessandro Muresu: un nuovo episodio

Senza lungaggini, poco fa ho fatto una selezione di 9 delle avventurose tracce che Mandie ed io abbiamo creato negli ultimi 30-40 giorni e le ho caricate sulla mia pagina Bandcamp. Mancano i successivi 25 minuti della già esauriente (21 minuti e 30 sec) 173, perciò mi prendo la libertà di integrare la seconda parte verso la fine della settimana. Nel mentre sto cucendo gli ultimi dettagli del mio lunghissimo OAMWTHIHS, che a questo punto diventa il mio titolo numero 16 del 2018.

Il link per ascoltarci è questo qua:

https://alessandromuresu.bandcamp.com/album/madge-midgely-alessandro-muresu

Abbiamo creato senza consultarci, invadendoci, dichiarando guerra agli spazi e ai silenzi, cercando nuove maree da zittire. Nove tracce come quelle già apparse nel nostro capitolo precedente di Ottobre, all’insegna del lo-fi e della spontaneità giocosa, ma anche di profondità e aspetti inquieti. Ci sono brani lunghi, sostenuti, che deviano nella foresta poetica e spariscono, e  brani corti come fiammiferi che continuano a bruciare inaspettatamente. Lascio la descrizione interiore alle note che ho firmato per presentare l’episodio e colgo l’occasione per ringraziare Mandie Shattuck ancora una volta per la sua presenza radiosa e il suo grande supporto alle migliori energie di questa epoca decisiva.

Ho davvero piacere di presentare ancora una volta un episodio di questa intensa e bella collaborazione tessuta insieme a Mandie Shattuck, l’ispirata artista di Cheyenne, Wyoming, l’esploratrice della coscienza Madge Midgely. Due capitoli in due mesi, più tantissimi sketch in lavorazione e una voglia di fare e di essere assolutamente temperate. Tante lettere, tante riflessioni e chiarezza con sullo sfondo una tela lo-fi senza compromessi, accanita, ipnotica.
Siamo appassionati del frammento e dell’emozione lacerante della rivelazione che la coscienza offre a qualsiasi atomo e subatomo. Quella ci chiama e ci fa sentire vicini e coincidenti. I mezzi esterni sono una ricaduta e un riflesso. Bisogna premere l’interruttore e accendere quel potere e nella stanza si fa subito luce, tutto prende senso. Così noi non abbiamo mai suggerito di fare questa o quella cosa. Per noi è sempre il momento.
Mandie Shattuck: Voce, parole, space drum, reed organ, suoni, inspirazione, dipinti.
Alessandro Muresu: chitarre baritone, monotron, percussioni, suoni, barbe.
Foto/Arte: Madge Midgely
Link ai lavori di Mandie:
https://madgemidgely.com/
https://www.facebook.com/madgemidgelyoriginals/

Anteprima: Shopping bag

La mia lunga giornata scorre comunque molto rapidamente e vanno a balzi i lievi concetti che mi attraversano, i momenti di bellezza, che vanno ripetuti e affinati. La mente procede lenta come un mezzo pesante che spazza il ciglio della strada dalla carta da pacchi. Anche oggi sto decidendomi a vedere finalmente terminato il mio nuovo lunghissimo obliquo capitolo intitolato Observing a man with the head in his suitcase, per i conoscenti OAMWTHIHS. Forse la settimana prossima sarò molto più convinto. Sono qui per fare ascoltare una breve suite composta oggi che ho messo sottosopra a suon di quelle che riportano a vecchie orchestrazioni e alla mia passione, mai redenta, per gli esoterici  sintetizzatori ANS e la musica russa con essi prodotta. Mi piacerebbe continuare in modo approfondito questo approccio impetuoso del contropiede, devo solo trovare il bandolo, magari fare un paio di dischi solo di questo e divertirmi.

Vorrei parlare del tempo che ho dedicato, tanto tanto importante tempo, e dipingere chissà quali scenari e raccontare gli sprazzi salienti di quella o quell’altra canzone e le avventure circolate attorno a OAMWTHIHS, ma quello che so dire è che ho poco da dire. Più sono esaurienti, e relativamente faticosi, questi impianti, meno mi viene da intuire ed offrire qualche segreta chiave di lettura. C’è qualcosa che si rivela e annuisce. E il mondo si allontana. Il mondo è gossip, voglia di sapere il cazzo che succede e quello che hai, fra borseggiatori e gente che vuole rovinarsi. Sono sicuro di non aver mantenuto segreti anche a questo giro. Si allaccia a una via che mi vieta i segreti. Non c’è un’altra possibilità. Per tanti può essere strano e dispettoso, può essere irrispettoso che declino gli inviti e il sostegno, ma per me sono salamelecchi ipocriti e comunque parte di una stessa recita alla quale quasi nessuno abdicherà in questa vita. Me ne sono andato da un’altra parte. A me non piaceva la costruzione sociale e come persona, cioè come stronzo aggiunto, come attore ospite di quella play drammatica nella quale non c’è uno spillo di coscienza, non ho più nulla da dire da tantissimi anni. Mi sono aggirato fra i fantasmi che mi credevano vivo in quei termini.

Indipendentemente da chi è in ascolto, e gli spiriti sono il mio pubblico preferito, tramite le formule che mi evocano rispondo a quelle di chi viene dallo stesso codice. Non ho bisogno di rassicurarmi sul punto a cui tendo. Il suono, non la musica, è uno di questi incantesimi, e sento che mi esaudisce del tutto. Poi il rapporto profondissimo con le entità complici con le quali vivo e ricerco e ho i migliori scambi su certi avanzamenti e fatti; e l’amore ultraterreno ed indistruttibile che mi ispira e protegge e col quale nessuno può misurarsi.

Anche per questi 12 mesi ho aggiunto e tolto in quantità pari, trasformando le energie. Finito questo episodio impegnativo, e prima dello scadere dell’anno anche gli altri due che sto preparando, sparirò per un periodo, per fare un viaggio e per stare in silenzio e ricaricare le pile. Mi viene a cercare, da un messaggio appena ricevuto, una frase del caro Rumi: Io sono e non sono come un’ombra.

 

L’importanza di stare di fronte

Eseguirò un breve commento ad una settimana di preziose conversazioni tenute con vari alleati in giro, sia di persona che in lunghe telefonate, e ovviamente anche nella forma della lettera privata. Ho compartimentato questa cosa perché era poco gestibile dati i troppi momenti a cui sto dietro ma penso che ora ho trovato un equilibrio sul quale dare continuità. Per me questi scambi sono sacri, questo deve esserci  fino a quando siamo in questa forma, altrimenti diventa una apnea. Sì, buoni scambi, con esseri chiarificati o con perplessità genuine, come quelle di tutti, ma innestate nella visione che guida verso una vera comprensione, prima o dopo, non cazzeggio mentale che cerca quello che gli conviene per tenere le briglie della somarizzazione. Allora mi sembra che per quasi tutti la necessità e l’urgenza, adesso, sia quella di sgusciare fuori e mostrarsi. Bello, mostrarsi, mostrare un viso che non può essere che quello, una voce che è quella lì, una energia intagliata perfettamente. Questo accade perché si sente nel profondo e si vede anche nelle azioni e in certi risultati che questo ospite è un angelo molto efficiente. Le masse si nascondono dentro se stesse, al riparo dall’interno, ma gli esseri che vengono da un certo lignaggio non sono sorvegliati speciali dal difficile tracciamento, essi sono la macchia di ketchup sul vetro del radar, il caffè sulla ouija, sulla faccia da gonzi di tutti coloro che ancora sonnecchiano mentre interpretano la parte del pubblico.

Per quanto si nascondano, sono sempre davanti agli occhi di tutti, gli occhi dell’immaginario profondo, nei reami ulteriori. Ecco, accorgersi di questa cosa e di quanto protettiva sia, di quanto efficace e potente sia, senza muovere un dito, è stato quanto abbiamo ricordato e pensato che non è poi così male, malgrado la gestione di tutti gli effetti collaterali. La distruzione dei vecchi paradigmi non è una novità, bisogna attendersi che sodalizi e abitudini e sentimenti e progetti vadano a cagare dall’oggi al domani quando si viaggia a questa velocità della coscienza. Perciò, né in attacco, né in difesa: presenti. Io trovo che questa è la ricetta per sbaragliare il metro più in là dove si è accumulata la neve. E quella presenza è l’ingresso trionfale di chi comanda nel proprio regno. Non si tratta di ammorbare i palcoscenici e vendere ottima merda ulteriore ai selvaggi che preriscaldano la teglia, abbiamo palinsesti nutriti per fare questo, specie adesso sotto le feste. Non si tratta di farsi leccare il culo più di quanto accade vergognosamente di default ora. Se qualcuno pensa di leccare più o di meno del prossimo si sbaglia, tutti i vostri rapporti più stretti sono un continuo bidet integrato al breakfast. Dunque, scendete dal piedistallo e constatate che si tratta di sanitari, pezzi di durevole costosa ceramica.

Penso che la mia risposta è aumentare la presenza, il silenzio, la focalizzazione, per trovarsi a sfrecciare a razzo fra i momenti che si faranno sempre più cruciali man mano che la gente che ci circonda andrà fuori di testa. Ah, e più questo regalo si farà scintillante, più si andrà davanti a irradiare, più andranno fuori di testa, ovvio.

Non ho soluzioni. Sono uno che scrive 15 dischi di esperimenti all’anno e li regala tutti, nessuno mi chiama alla sera della pubblicazione per commentarli o dirmi che gli fanno venire un mal di testa, e sono un privilegiato perché è esattamente quello che mi aspetto, il vuoto davanti a me nel quale proseguire invece che edificare torri di guardia; questo è il mio incantesimo più riuscito. E questa cosa, questa precisa pratica, è insieme ad altre espressioni che coltivo un cenno, il messaggio segreto che la mia, personale, presenza è nei dintorni. La volontà non c’entra, al massimo è la maschera di emergenza da impiegare quando suona l’allerta stronzi, che non possono sostenere un dialogo senza andare in decomposizione. Mi ha fatto tanti regali, ha messo a tacere i presuntuosi e gli opachi, portato via esseri interessati, avvicinato quelli adeguati e fatto volare la mia compagnia eonica.

E quando mi dicono: “Ma dove ti porta tutto questo?”, non hanno la facoltà di accorgersi di quella curiosità neppure ipocrita, ma automatica. Per accorgersi di quanto trasformativa sia una esperienza del genere, che in questo caso è accennata dalla forma, poco rilevante, di una sperimentazione sonora ininterrotta, bisogna viverla, venire da lì. Ancora una volta: chi non vive questi switch, continua a stare a fare festa in una stanza buia. Ci sono così tante tante altre forme fragranti che possono mitigare qualsiasi spigolo, nell’apprezzamento, nella sensazione di avere un rapporto senza fine con un altro essere non necessariamente vicino, nel creare piccole cose, nel moltiplicare attimi di lucidità superiore dei quali essere prediletti.  Chi vuole sapere, si incammina a sua volta, va davanti a se stesso e dunque anche davanti agli altri, vis à vis, e si libera nell’esercizio della propria essenza.

Anteprima: No way to go

Fino a quando non ho aggiunto e sfumato gli ultimi riverberi, No way to go, brano evocato ed inciso questa mattina, era una ascolto faticoso e leccato, una canzone enumerativa. Ma quella fettuccia di metallo opaco incontrollabile, striata fuori dalla fucina della baritona,  è impazzita attorno alla canzone bucherellandola qua e la e legandola con il suo fiocco. Sono qui oggi per presentarla e per parlare del punto sul disco.

OAMWTHIHS posso dire si trova alle sue battute finali. Non ho contato i pezzi, così sto speculando a riguardo. So che sono oltre la quantità di decenza che avevo immaginato all’inizio, ben oltre i 32. In conclusione saranno due mesi stracolmi di incisioni, le più facili e vibranti mai realizzate da me. Sul bordo di questo cocchio, i dischi con altri che mi hanno regalato una visione ed una espansione pregevoli, i begli episodi dal vivo, e le storie personali.

Rispetto all’altro triplo del 2018, il benedetto predittivo autocompiacente ruffiano Be patient, it will pay , mi sono chiesto vivamente di tenere dentro più brani e partiture moleste che in altre occasioni avrei depennato. Perché volevo che fosse più vero possibile. Mi trovo a questo punto con me stesso e i miei dischi obbediscono alla mia severa legge e se non mi garbano, li cancello. Mettermi un altro mese e crearne un altro per me non è una seccatura ma è puro piacere ed una esperienza trasformativa. Anzi, ce ne fossero di contrattempi, tutto materiale sul quale operare alchimie e rivoluzioni. Per questo creo, per creare il calzascarpe di volta in volta geniale che mi scaraventi fuori dalle tele del normale.

Volevo fosse vero, come me adesso. E insieme che fosse più tonante e sgargiante, come una mina che brilla in fondo a una grotta, dove nessuno, a parte chi scava in profondità, può intuirne il barrito e qualche volta una subitanea distruttiva melodia. Burrascoso, poco a fuoco, eccentrico, enigmatico, dozzinale. So che dentro ha tanti aspetti miei ed una pace, nei testi, che non avevo considerato nella mia continua agitazione apparente. Non è venuto brutto e non saranno brutti gli apporti che infiltrerò nelle prossime sessioni di completamento e sostituzione, che mi auguro più selvaggi ed incontrollati.

 Mi sento veramente felice di questo nuovo tassello, come se l’avessi fatto nel mio posto preferito, con la mia persona di fiducia preferita, e, cazzo, mi guardo attorno ed è proprio così Sir, sarà così per sempre.

 

-No way to go

Out of here

I see there is so much

Space and life

to bring a little in

No where I go

No way to go

All these ways

will find me

Many years

They are those shortest days

I suppose no one

knows the date

No where I go

No way to go

All they say is in vain

-Nessun modo di andare

Fuori di qui

vedo che c’è così tanto

spazio e vita

da portarmi dentro

Nessun posto a cui vado

Nessun modo di andarci

Tutte queste vie mi troveranno

Molti anni

Essi sono i giorni più brevi

Suppongo

nessuno conosca la data

Nessun posto a cui vado

Nessun modo di andarci

Tutto ciò che dicono è detto invano

 

 

Cover: True love waits

True love waits è un brano dei Radiohead che, come il rimando del titolo fa intuire, è un viaggio particolare. Infatti la canzone, sebbene molto nota e sicuramente fra gi acquerelli più intensi del gruppo, non ha trovato nessuna realizzazione ufficiale nei dischi in studio. Appare qui e là dal vivo, suonata  in acustico con chitarra o piano come si può apprezzare dalle belle e numerose versioni immortalate dal pubblico, ma non è stata fermata in una forma univoca suonata in band. Tutte versioni uniche quindi, a foderare questa attesa di qualcosa di vero.

Stamattina mi sono liberato per un attimo dagli impegni e ne ho tratto una mia visione primitiva e lacustre, usando quel poco del quale dispongo. Motivo ricorrente nel mio rumore di fondo, dove albergano i brani di tutti i miei tempi, come per altri episodi mi ero però dimenticato di inciderla.

Tanta musica ascoltata, tanta musica composta e scomposta sia per me che per i nuovi appuntamenti fissati che si stanno evocando dalla energia speciale, in questo finale di anno anche True love waits è il cappello a quanto è avvenuto durante i dodici mesi trascorsi dove fare, creare, cambiare, è stata una piacevole forma di attesa. Mesi appena trascorsi, direi, perché sono stati velocissimi, come tutta l’eternità presente.

True love waits, by Radiohead.

I’ll drown my beliefs

To have your babies

I’ll dress like your niece

And wash your swollen feet

Just don’t leave

Don’t leave

I’m not living

I’m just killing time

Your tiny hands

Your crazy kitten smile

Just don’t leave

Don’t leave

And true love waits

In haunted attics

And true love lives

On lollipops and crisps

Just don’t leave

Don’t leave

Save: Madge Midgely ft Alessandro Muresu

Dischi di musica varia fanno avanti e indietro in una specie di impianto stereo che ho assemblato all’occorrenza per liberarmi dalla prigionia delle cuffie. Ho fatto un giro di chiamate, poi, e a chi più e a chi meno ho chiesto la cortesia, e l’impegno, sociale e un po’ carbonaro, di non rompermi mai più i coglioni. Non c’è soluzione e nemmeno dissoluzione sul pianeta a questo contorno nomade di approssimazione, di domande, allusioni, lividi, battibecchi solitari, speranze luttuose e altre sonanti demenze. Non esumano, restano sotto.

Ieri Mandie mi ha spedito un documento audio prezioso ed è il motivo per il quale mi trovo qui oggi, in uno dei miei tanti spazi vuoti, per illustrarne un minimo la grafia. Ringrazio Mandie per istigarmi a questa ennesima avventura. lo descriverò così. Si tratta di un file unico di 8 minuti e mezzo, una prova che lei ha registrato in diretta senza compromessi, usando una tecnologia antica e difficile, la spontaneità. Introduzione: uno space drum laconico e fluttuante batte una melodia sulla parete d’ascolto. Appena finito l’intro, nel silenzio della stanza entra la narrazione di Mandie che ci porta nella sua visione. Le parole sono semplici, dunque si spostano su di un equilibrio formidabile, fatto di tensione calibrata e presenza. Qualche decina di secondi di parlato e la musica dello space drum ritorna al principio. Così, fino alla fine. Sembra di trovarsi in un giardino esotico, da qualche parte in Giappone lontano nel tempo, dove riconoscere il codice interiore è prioritario. Come già sperimentato in FTC1&2, in questa esplorazione si può assaporare la calma e la comprensione. Da par mio, ho tessuto i fondali preistorici, aggiunto delle ossa, qualche muscolo, arrampicandomi sulle mie chitarre baritone e un set  minimo di effetti d’ambiente. Il risultato è interessante e buono, a entrambi è piaciuto e sicuramente abbiamo pensato al piacere dei rispettivi momenti nei quali nascevano le varie parti. O forse a nulla, forse oggi è tutto cancellato e siamo da un’altra parte, dove stavamo prima.

Comunque sia, è bello per me e accrescente poter creare insieme ad una essenza così, senza doverci  comunicare il menu del giorno. Noi appariamo senza preavviso e buttiamo le cose, gli strumenti, gli usi, sul tavolo, come si fa con una scatola di sigarette senza marca e vino locale, ognuno accende le sue, ognuno beve senza pensare a niente. Ancora qualche brano e penso alla fine della settimana pubblicherò sul mio spazio Bandcamp anche questo nuovo intenso capitolo di collaborazione, il mio sedicesimo piano nel palazzo del fortunato, misterioso 2018.

Mi è al momento impossibile capire come funziona Louder.me, che è congelato. Invece vanno avanti i lavori per il mio titolo numero 15, il triplo OAMWTHIHS, mi assorbono quasi del tutto. Prima di Natale sarà a disposizione on line per intero.