Surmont: ultimi ritocchi

Mi ritrovo nella parte finale della trascrizione del doppio episodio Surmont, il mio nono viaggio lo fi di inediti del 2017. Poco più di 20 brani. Ma manca ancora un po’ e qualcosa arriverà solo se altro sparirà.

Ho un elegante e ampio quaderno verde, di quelli da riunione condominiale o testamento, e trascrivo i miei decreti giornalieri. Ci sono brevi cenni ad attività e persone che ho scelto di estromettere dal mio corso e brevi cenni ad attività ed essenze che ho reintegrato o che desidero tenere con me ed ampliare. Certe volte le decisioni sono repentine, insindacabili, terribili, e contraddicono una paesaggio appena precedente che era sereno, oppure burrascoso. Sono molto diretto e chiaro e non maschero alcuna informazione né mi faccio sconti. C’è la bellezza nel processo di riconoscimento fra dentro e fuori di ogni istante, non è una lista appesa all’esterno di un caseificio piena di enigmi.

Surmont per me vuol dire una onesta vista dall’alto su cose che mi piacciono e su cose che non mi piacciono, che riguardano me su tutto, e per avere quella vista occorre farsi una arrampicata ed inaugurare una buona giornata, una vera limpida giornata durante la quale la luce del sole scopre, pervade e delinea ogni creatura per quello che è. Durante le giornate di bel tempo, fra l’altro, ci si arrampica meglio e non è giusto starsene sul divano buttando via un’occasione. Se avrò fatto bene questo, il resto seguirà.

In questi giorni ho cercato di donarmi una immagine unitaria che mi aiutasse a differenziare questa nuova creazione dai precedenti due tomi doppi degli ultimi tempi, Cardigan Olcott e Le cause naturali, tuttavia è tardi per questa elemosina tecnica che mi faccio per sentirmi meglio durante la notte. Dovrò appuntare che bisogna smettere anche con questo. Il fatto che l’ho creato, che ho continuato imperterrito a creare, testimonia che sarà comunque differente e buono.

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Nuovo volume di cover: Nubi

Appena immesso on line, è scaricabile gratuitamente e liberamente da qua:

http://www.mediafire.com/file/d588yd38fyo32at/ALESSANDRO+MURESU-NUBI-COVER+2016-17.rar

Dalle note:

Nubi/Lp cover 2016-17

Dallo scorso anno alle mie trascrizioni ininterrotte ho affiancato delle frequenti realizzazioni non ragionate di cover. Il tiro è il medesimo di sempre, buona la prima, mezzi insufficienti ecc. Ho cantato e suonato quello che ricordavo, spesso senza ricorrere ai testi originali, perciò mancano spezzoni interi di liriche, alcune parole non coincidono, o le strutture sono alterate. Sul brano di Devendra Banhart ci ho letteralmente suonato sopra perché non avevo voglia di reimpararlo. Non sono scelte tecniche ma la mia volontà e coscienza del momento: se avessi rispettato quei metri esteriori, io so inoltre che nulla sarebbe cambiato. Andiamo oltre.

Artisti noti ma anche sconosciuti rientrano fra i miei interessi ed ascolti giornalieri. Così ho deciso, dopo il precedente Overs  del 2016, di radunare anche quest’anno alcune di quelle versioni riuscite.

NOTA: Le mie versioni dei brani non hanno alcuna finalità commerciale. Sono estemporanei tributi ai miei artisti preferiti che ho creato per divertirmi e portarli all’ascolto. Non possiedo alcun diritto sui brani. Tutti i diritti appartengono ai rispettivi autori e proprietari. These are free and not commercial versions of the songs, my tribute to great artists. I do not own any copyrights. All copyrights belong to their respective owners.

 

ALESSANDRO MURESU-NUBI LP COVER 2016-17 COPERTINA

Uno strano percorso

Chiamate questo passaggio lenta partenza o lento approdo, come preferite, ma ci sono giorni, come questo in corso, durante i quali percepisco che il cambiamento molla con più decisione la via empirica di certe azioni o di altre sulle quali ci si continua spesso a dividere ferocemente. Sento che è un accorgersi di essere per propria natura e passo originario quell’essenza agente del cambiamento, indipendentemente dai passi fatti fuori e dagli stumenti a disposizione, nella manifestazione esterna, e di essere la corrente stessa che prevede o non prevede altri scali, su un bastimento che ha o non ha ancora zavorre, divisioni fra l’equipaggio o vele soavi e robuste. Queste distrazioni saranno prominenti? Si vorrà fondare una nazione sul primo scoglio affiorante o è più forte il richiamo ad andare e basta? Qualcuno invertirà la rotta per tornare indietro e fare vendetta o recuperare ombre qui e là consultando lo zodiaco sempre sospeso sulla testa?

Via via che ci si sposta, si scopre qualcosa di sé, compreso anche l’avere le mani e le ali legate, talvolta in modo troppo stretto. Compresa l’impotenza davanti a mille microscopici o grandi fattori, spesso incomprensibili e dall’energia tenace non risolvibile nonostante tutto l’impegno e lo sforzo in una vita sola, durante la quale si scopre che certi propri  accordi sono stati presi a monte. Se prevale quella, prevale quella, c’è poco da fare, e a quel giro è quello che va fatto. Non si può fare andare una utilitaria alla velocità di un bolide da pista, o succederebbe un casino in confronto al quale il relativo ritardo sul percorso (sempre che sia il medesimo), inclusi gli errori e le soste lungo il tragitto, raffigurano una salubre gita. Possono esistere ostacoli quali il giudizio del prossimo, il sentimento di attaccamento, la paura di lasciare andare qualcosa di antico e radicato, il coinvolgimento di affetti, le incombenze materiali, il gap che esiste fra ciò che si vorrebbe fare e quello che invece si è costretti ad assecondare dentro il macchinario, come ad esempio un ruolo, una posizione lavorativa ecc. Mollare di botto tutto ciò, quando ancora lo si crede troppo reale ed impetuoso, è suggestivo, ma sarebbe utile? Se non si fa male ad alcuno, può far partire una avventura, altrimenti è sciocco egoismo ed impazienza sterile.

Nessuno ha colpe, tutti sono in ogni istante al loro posto nel loro proprio viaggio.

Una montagna di fame

Vi sarete resi conto che viviamo sopra una bagnarola dove, mentre affonda nell’infinito, l’opera fondamentale dei passeggeri è verificare che ognuno si specializzi  a diventare lo sgherro di qualcun altro, il suo sorvegliante. Questo piano d’esperienza fornisce un efficiente  sgherrificio. L’incontro casuale col dormiente potrebbe attivare una conversazione che inevitabilmente verte su temi di assoluta concezione carceraria e/o funeraria: Ciao, (wow, sei ancora vivo) stai lavorando? stai ancora con quella là? quando finisci quell’impegno? quando realizzi quel contratto? quando ti sposi? quando fai un figlio? quando ci vediamo? Oppure vengono sottolineati gli aspetti visibili non conformi: quella barba fa schifo, quei capelli fanno schifo, sei vestito come mio nonno, la tua macchina è una carretta.

Intravista la differenza di passo, vengono scandagliate, in automatico, le varie possibilità di far dissonare il più possibile la situazione e ristorarsi dunque al nettare della musica psicotica generata. Infatti, in genere le risposte  dei malcapitati sono blande e mediocri, imbarazzate, di circostanza sì-no-guarda-mah-lascia stare. E anche se fossero serie, aderiscono al menu della casa. Aderenti alla mappa nota fornita dall’azienda sociale. Nessuna ostruzione, nessuno sforzo, nessuna infrazione dei regolamenti interni, nessuna novità, nessun turbamento, massima mangiata, e ciò avviene prima ancora e tutto sommato al posto di sincerarsi, o anche constatarne il fulgore, della preziosità dell’aura in quegli istanti, che uno potrebbe essere invece contento e soddisfatto di quello che in quel momento egli è,  piuttosto che delle finzioni e convenzioni alle quali aderisce, indipendentemente dal fatto che stia sotto a qualche scemenza corporativa, indipendentemente dalla condizione di abbondanza o meno in cui ci si possa trovare, compagnia, lusinga, plauso, successo. Naturalmente, non si rendono conto, i conduttori di questo carotaggio, di quanto stupidi e scimmieschi appaiano e siano. Io penso che essi soffrono di pancia e di appetito senza fine.

Sembra che in tanti siano felici di appurare che, dal piccolo molto piccolo ruolo mortale che interpretano in quel momento, si trovano in compagnia nella cella, o magari con comodità sconosciute a chi incontrano. Ma che privilegio è essere così stupidi e così timorati della coscienza di massa? Che privilegio offre non conoscere nulla di se stessi, al punto di tentare di rompere l’anima al prossimo pur di anestetizzare  questo, sì vero e sacro, dolore di fondo?

Tutto è livellato al basso. In molte occasioni è anche un tentativo di riuscire a rasserenarsi al sapere che per esempio quel qualcosa che avevano saputo avevi cominciato non è andato bene, che hai rinunciato ad un certo posto al mondo, che sei uscito dalla gara, che non stai trafficando in creazioni comuni, che non ti fili quella signorina che fa gola. Insomma, che ti sei levato dal porcile dove ora c’è una piazza e mezza in più di merda su cui rotolarsi. Non chiamerei queste tecniche espressione di invidia, ma uno degli aspetti più comuni che un vampiro deve coltivare se non vuole morire di fame e se vuole farsi un posto nell’azienda sanguisuga.

Togliere il cibo ai vampiri non è sufficiente. Lo sterminatore ha il sole dentro di sé e sa maneggiare mazza e paletto all’occorrenza nel suo processo di evasione da questo manicomio. Io penso che ci troviamo nel periodo adeguato in cui quando, fra le altre e credo più urgenti faccende, anche queste circostanze si verificano, e vedo che vanno moltiplicandosi sia per esperienza diretta che da osservatore di altri,  focalizzarsi e rispondere scaltramente rischiarando su due piedi la scena di sovrana radiante presenza, stando sul pezzo, senza mostrare il fianco, sia una azione in cui i veri liberi in azione ora sanno muoversi non appena si manifestano le avvisaglie di masticazione. Sono tanti coloro che arrivano imbarbariti e in preda agli stenti agli ultimi istanti del gioco, ormai quasi impazziti di normalità; hanno più fame che mai e sono contagiosi. Tuttavia siamo alla fine ed è lì che giocano i maestri.

Cover: Good Riddance (Time of your life)

Una canzone che mi è sempre piaciuta e che ho inseguito per tanti anni fino ad oggi, dopo pranzo, quando ne ho fatta una mia versione da cantiere. Le cover sono molto importanti e appena posso ne incido qualcuna, per lo più di artisti ignoti, ma anche di qualche superstar. Dunque, Good Riddance (Time of your life) dei Green Day.

L’anno passato ne ho incise un buon numero e radunate 12 in Overs, e penso che ripeterò l’esperienza a breve. Vorrei mettere in giro, subito dopo Cardigan Olcott, i due recenti EP per un totale di 10 brani dal sottobosco, da integrare con altre visioni originali, insieme magari a una raccolta di una quindicina di cover che ho accumulato via via quest’anno.

-Good Riddance (Time of your life), by Green Day
Another turning point, a fork stuck in the road
Time grabs you by the wrist, directs you where to go
So make the best of this test, and don’t ask why
It’s not a question, but a lesson learned in time
It’s something unpredictable, but in the end it’s right
I hope you had the time of your life

So take the photographs, and still-frames in your mind
Hang them on a shelf in good health and good time
Tattoo’s of memories and dead skin on trial
For what it’s worth, it was worth all the while
It’s something unpredictable, but in the end it’s right
I hope you had the time of your life

It’s something unpredictable, but in the end is right
I hope you had the time of your life
It’s something unpredictable, but in the end is right
I hope you had the time of your life

Anteprima: Novità assoluta

Altro brano apripista riassemblato stamattina. Ricordo l”antefatto: siamo nella dimensione della bassa fedeltà, a seguito di un mese di incisioni, sono avanzati svariati pezzi, provati prima su carta. Un episodio raro. C’è un intero album di avanzi sparpagliato su carta, nessuna traccia è stata incisa, e bisogna ricostruirlo con mezzi d’emergenza. Sto immaginando com’era. Alla fine di questa settimana si scoprirà.

-Novità assoluta.
Ti ho vista dentro
una poesia
che filtra piano
dal pendolo
Immagino…immagino
quello che sei
Mi sembra strano
ma sono anch’io
intento a scegliere
Ricordo che
la notte è alta
ed invisibile
cosicché
noi qui
sognamo il suo
senso inverso
Penso che ho perso
il senso di questo
contatto

 

Rumore nuovo per il 2017: “Le forze in campo” LP e “L’espansione della tua immagine”LP.

Sarò più breve che in altri momenti. Il lavoro è lungo ed intricato, meno mi viene da dire. Meno penso, meno mi coinvolgo dove voglio sbattere, meno mi ricordo. Ne dico poco mentre lo faccio, e di cose strane in corso ne ho, e di parole ne ho meno. Non si tratta di segretezza né di carattere; questo periodo è cominciato tanto tempo fa ed ecco il suo passo.

In breve. La bassa fedeltà, ancora, ma non i dischi. Qui c’è un vuoto e non ci sono dischi, ne so nulla di quello. Ci sono due recipienti distinti, distanti, in cui ho raccolto pioggia e l’ho rigettata in alto e poi ripresa ancora.

Ho approfittato del mese scorso, della seconda metà più appassionatamente, per dare vita a questi due elementi di trascrizioni. Uno, quasi, con la forma. L’ho chiamato Le forze in campo, ricalcando il titolo del romanzo breve e bellissimo del 1979 di un autore forte, Franco Cordelli. L’altra entità è senza forme, senza nulla, si situa  nel rumore.

Ve li porto, gratuitamente, in rudi Mp3, nel segno dell’amicizia. Prendete liberamente e inoltrate a chi sentite potrebbe essere interessato a sentire qualcosa, se non nuovo, almeno appena creato. A presto.

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