Da una certa distanza

Come tutti quanti, sto cercando di far cantare il mio solista, quell’intero solito e interno, la coscienza, chi sono davvero. I fatti che mi riguardano non sono speciali, semmai fossero speciali, giusto una calligrafia umana lasciata sulla pergamena che vorrei fosse pregiata e che vorrei avere a disposizione sempre, come in una scena antica, rischiarato dall’aura che soffia dai candelabri delle mie migliori intuizioni. Sono giusto fatti che non rappresentano nulla e che imparo ora a scansare, ora a rendere un po’ più dignitosi se voglio camminarci sopra. In questo periodo sto impegnandomi di più ad essere e rassomigliarmi e sono molto più intransigente e severo di ogni altra epoca e livello. A quei fatti, antepongo il senso che sta a monte. Così non si tratta di fatti speciali od opportunità, solo ho acceso per me una fiamma in più per esserne responsabile, bene o male. Le false luci delle personalità articolate, o anche i bagliori più concreti da un profondo più elevato, cose che si alternano nella cartolina delle vite degli altri, non possono essere il ricovero sicuro a cui tornare quando si è al buio. E nemmeno la fiamma più vera di qualcun altro è un luogo ospitale. L’ho detto così tante volte: ho sistemato scogliere aguzze e nessuna rampa di accesso alla mia presenza. Per quanto uno possa desiderarlo per chiunque altro, la propria presenza, il proprio sonno o veglia, restano i propri. Ci vuole una certa distanza per fare una riflessione, reindirizzarsi, prima di bruciare e andare completamente in pezzi.

Ho fatto un sogno poco tempo fa dove mi guardavo arrivare lungo il bordo di una falesia. Man mano che avanzavo, l’aria plumbea dietro si asciugava e i paesaggi sparivano attorno e dietro ai miei contorni vibranti.  Il mio sguardo da lontano è poco rassicurante. Con la prossimità qualcosa cambia ma non diventa pacifico, soltanto inizia a somigliare un po’ di più al tuo. Ci avviciniamo dove siamo la stessa cosa. Sono pochi gli esseri ai quali ho permesso di avvicinarsi tanto a me, oltre a me, oltre ai miei aspetti che mi visitavano a più riprese, e una volta capito il senso e sfumati i dettagli del tempo nessuno si è incaponito a rimanere per nascondersi o velarmi. C’è chi mi è passato attraverso, fondendosi per sempre come una cometa che si tuffa nel sole, e chi è rimbalzato su una atmosfera impenetrabile, restituiti ai loro veri piani.

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I segni del tuo passaggio

Prima di addentrarmi in altro, che è sia il terzo impegnativo tavolato di suono di quest’anno movimentato  sia altre cose di normale esistenza che sono riconducibili in prevalenza ad affari miei, voglio dedicare una pagina per presentare i resti dell’impegno su Accadde così. Più o meno dovrebbe richiedermi una settimana per scegliere e mettere in posa. L’ho scritto in un altro articolo, immagino intuitivamente ciò che mi è frullato dentro come un’onda potente ricca di informazioni che mi ha permesso di rileggere la mia voce di oggi e applicare delle correzioni, anche contro i miei piccoli insignificanti voleri e desideri stesi sulle mensole di ogni giorno. Oltre all’esaustivo resoconto, c’è dell’altro, e verrà mostrato. Intricato, placido, dolente, senza senso, deforme, c’è e siccome è una presenza che non riesco ad ignorare tanto vale presentarla.

Ieri è stato speciale commentare il doppio da vari punti di vista e sono contento e grato per le opinioni equilibrate ed incoraggianti ricevute, che coincidono con quanto sentivo mentre stavo assemblandolo. Non è utile ripetermi: è tutto dentro all’opera. Se non viene capito, non ne farò dei drammi. Se non coincide con quanto scorre nella medietà, fatta di progettazioni e standard e attese, è un tema che non mi riguarda da così tanti anni.

Sto vivendo altro, da un’altra parte, come chiunque.

Avrò invece ancora voglia di fare titoli tanto lunghi ed articolati, cercando comunque di togliere quanto più possibile, come provato a questo giro dal quale ho via via lasciato fuori spigoli e angoli artificiali per presentarlo più chiaramente possibile nei suoi momenti più ispirati e anche nei frequenti raccapricci. Sto quindi seguendo le tracce avanzate e ci sono delle specie di brani abbastanza organici per poter essere fatti ascoltare. Una cover in stile preparata o per meglio dire diroccata ieri appena prima di cena ha accompagnato la coda della mia attenzione, sto parlando di Help me out di Alicks, già pubblicata sul mio canale YouTube. Appena un soffio dentro a una tempesta, che ha il suo carattere e direzione indipendenti.

 

Anteprima: The blue building

Tragitto di tenui polaroid e secchiate di casino. Continuerò così fino alla fine di Surmont, questo è il titolo del mio nuovo pianerottolo in corso d’opera, direttamente dal quale presento oggi una soffice e breve diapositiva intitolata The blue building.

A riguardo, tiro dritto senza sparare nel mucchio. Metà Ottobre mi sembra un buon periodo per chiuderlo. Ci saranno anche stavolta tanti brani e vari punti di vista. Sto pensando, in parallelo, a qualche cover da mettere in giro.

-The blue building. If this fall wants to stay on its feet/ everytime I like to go around/ and I feel high/ We were the One/ We are the sun/ which is high/ In vain the roads they swear again/ and close the eyes while memories of days/ are in the mud/ Touch my heart, dear amplification!/ I free my soul through the gentle wires/offshore/ na na na….

-Il palazzo blu. Se questo autunno vuole andare a piedi/ io ogni volta amo starmene a zonzo/ Mi sento gasato/ Eravamo una cosa sola/ Siamo il sole/ che si slancia/ In vano le strade giurano di nuovo/ mentre le memorie dei giorni/ sono nel fango/ Toccami il cuore, cara amplificazione!/ Libero la mia anima tramite i suoi cordiali cavi offshore..na na na..

 

 

 

 

Musica sulle Bocche 2017: impressioni di ritorno a casa

Sono arrivato a “Musica sulle Bocche” l’ultimo giorno, in autobus. Da un certo punto in avanti della tratta, una signora sui sedili davanti mi offriva ogni tanto una ventata di cronaca, social network e altre informazioni in piena differita e di seconda mano dai vari magazines e apparecchi che estraeva dal vestito, così da far volare il tempo del mio e del suo viaggio non lunghissimo ma abbastanza articolato sulle rampe, sulle curve, accanto alle colonne  di bagnanti accaldati e borse frigo azzurrine.

Appena sceso dal mezzo, era palese che quelli che avevo avvisato da alcune settimane non sarebbero stati presenti quella sera. Belle ragazze francesi ciondolavano le gambe bianche dal trenino in sosta sotto ad un fresco lenzuolo di ombra, scambiando il bottino di immagini e canzoni tramite i loro telefonini; era un quadretto interessante, sembrava di assistere ad un cerchio di fate, ragazze spensierate del posto o quelle che hanno lasciato la scuola per mettersi in un viaggio preliminare e poi chi lo sa. Ripensando al mondo scomparso al quale avevo lanciato la mia reclame, in una fantasia di un attimo mi ero convinto che qualcosa fosse andato storto con la bilocazione, ma è durata un attimo, era plausibile che qualcosa era giunto al capolinea.

Eppure la magia è stata la costante consigliera fin da quando ero stato chiamato dagli organizzatori, che mi avevano incluso nella selezione del fringe al quale ho preso parte, tanto che mi pareva possibile tutto, cambiare, scambiare, slacciare, annacquarmi, inebriarmi, tornare al sodo. Mi succede, nei momenti più seri,  ma a questo giro era un test più ricorrente ed ingombrante. Questo mese l’ho vissuto con la plasticità fanciullesca che avevo evocato verso la fine della primavera, quando realmente acciuffai per il collo alcuni aspetti sottili che avevo evitato di limare e sistemare. “Musica sulle Bocche” era nell’ordine di queste idee dall’ulteriorità, non solo delle cose di ampio respiro e grandi, ma delle cose che contano quando hai staccato la presa del flipper di una realtà cieca ed indotta. Naturali, impetuose, e per questo chiedono attenzione e impegno per potere risalire al senso, scartando le categorie e le classifiche orizzontali di valori o altri numeri.

Vorrei poter trascrivere le sensazioni che ho avuto sul palco e stando accanto agli originali e gagliardi artisti che si sono esibiti quella sera. Vorrei poter disegnare il tracciato ad alta frequenza che ha attraversato la mia figura quando per la prima volta ho incontrato i creatori di questa manifestazione e la attenta schiera di realizzatori. Non mi permetterò però questo, perché entrerei in un secchiello letterale da riempire di effetti. Ho parlato con queste essenze e sono coscienze reali, pronte, e ho anche avvertito nell’energia dei testimoni del valoroso pubblico la coscienza viva del susseguirsi degli eccezionali allestimenti di musica, riflessione e scenari senza tempo nei quattro giorni dell’evento. L’ho intuito, e basta questo per farmi sapere che è vero, che è buono, come quando mi sono lasciato trasportare e ho scelto che dovevo prendere parte alla selezione, o forse più a quell’onda che in quel momento è passata e non poteva suscitarmi che bellissime traiettorie e fondali amici.

Sono stato lì quest’anno per la prima volta e soltanto l’ultima sera, nel teatro, dove si rappresentano e si animano oggetti del profondo e dell’oltre passando dalle porte scorrevoli di reami che diventano adesso sempre più evidenti, come una immagine familiare incisa dal vento su una roccia.

Voglio portare a chi legge dei segni personali. Essermi abbandonato a questa visione e alle visioni che si sono moltiplicate e propagate in modo armonico l’altro ieri è stata la cosa più giusta e benefica per me. Il mio sentimento è che la musica e le iniziative proposte che ho potuto come dicevo leggere in ampia misura attraverso il calore di un messaggero appena conosciuto, di un racconto, dato che ero stato assente, e poi via via di uno sguardo, di un abbraccio, di un saluto da lontano a mezzanotte, hanno chiamato a raccolta spiriti che hanno avvistato nella propria storia personale qualcosa al di là dell’illusione limitata e tribolata dei tempi in corso e a questi spiriti “Musica sulle Bocche” ha proposto un linguaggio risonante e dei fatti risonanti, flessibili, belli, rievocabili, che io sento andranno espandendosi, o comunque sia nella linea di tempo che voglio, questa dolcezza coriacea di una natura madrina e saggia che riprende il suo posto la voglio e so che lì esisterà.

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Resta in ascolto

Avanza senza formidabile piglio la levigatura che non ho intenzione di ricoprire con nuova lacca che non sia aria leggera e respiro naturale. Un elemento così sottile che non va neppure spronato a stendersi, è immediatamente lì, pronto. Basta togliere gli strati inadeguati. Cosa metterò fuori domani?, è il primo sforzo da fare. Mettere all’esterno è anche lasciare fuori, manifestare, altro, è una azione doppia simultanea. Una cosa sparisce ed una appare. Un momento nuovo nasce, l’altro muore. Anche quando sembra non esserci niente  e non sembra esserci nessun segnale alla radio, nel viso di una passante, nella cassetta delle lettere, bisogna guardare oltre, da un’altra parte. Da una parte è vuoto, dall’altra pieno. Le regole sono più chiare che mai. Ieri, da un indirizzo che contattavo per fatti miei, mi mandano una seconda risposta a un messaggio già chiarito: “Grazie, ricevuto.” Qualcuno in ascolto del quale accorgersi. Ci pensavo giorni prima, integrando le mie richieste e costruendo la mia visione che ho mandato così, per immagine mentale. Da qualche parte sta succedendo, basta accorgersene.

Da quando in qua

Mi avevano chiesto di presentare in Maggio, il primo di Maggio, un testo importante in uscita ora, e ho accettato. Appena è arrivata la conferma, e parlerò nei prossimi giorni sia del libro che dell’evento, sono uscito a fare un giro a piedi davanti al mare. Non è una novità, ci vado spesso per stabilire i miei record non verificabili di corsa o per intrattenermi con le persone, dato che è letteralmente sotto casa e anche se non lo fosse ci andrei lo stesso. Il fatto che non frequento il mare come un bagnante è però un’altra storia. Cercavo risposte al fatto che il mio viaggio del giorno prima, lontano, con la bici, fosse fallito. Su una salita ben soleggiata, affianco al mare fermo e riflettente, potevo vedere i vari settori su cui sarei transitato mezz’ora dopo e la visione di nubi basse, pianure e monticelli allagati mi aveva scoraggiato, così, davanti ad una gioielleria carica di turisti, sotto al sole quasi normale, ho invertito la rotta. Quando hai fatto 50 chilometri e ne hai 150 davanti, prendere acqua e restare a mollo per non si sa quanto tempo è insano. Non sono un corridore agonista né amatore, sono ancora molto affezionato al momento in cui smettere con qualcosa e queste azioni di rinuncia sono un privilegio, alla mia età, 37 anni suonati. Pensavo che era giusto, che non dovevo più tornare là. Era passato e non ci facevo niente e la natura si è ritorta contro la mia presenza e la mia preparazione, che consisteva in una condizione piuttosto avanzata data la stagione, buoni panini, buona acqua, buoni biscotti, coperture affidabili. Naturalmente, più puntavo verso casa e più il meteo alle mie spalle si ristabiliva via via candido.

Sulle strade rinsecchite più sotto la pineta e fra un albero e l’altro, accompagnata da un cicaleccio rapido, si inseriva la macchia di qualche giacca a vento multicolore, catarifrangente e di nuova concezione. Forse andavano anche loro abbastanza lontano, in gruppo; quando si va in gruppo, si scongiurano svariati contrattempi, ma nel gruppo non c’è  mai tempo per un azzardo. Le mie attrezzature sono datate, ci sto comodamente. Anche quelle che indosso per correre a piedi consistono in giusto delle tute da palestra, una cuffia, e quando esco per affaticarmi incontro quasi sempre le stesse persone. Non farò un elenco e non offrirò descrizioni ma posso assicurare che sono le stesse, negli stessi punti del mio percorso. Pensavo proprio a quella ragazza che sbuca dallo stesso angolo e se vive lì, nella solita casa all’angolo, o se fa la stessa strada per immettersi da quel punto direttamente dentro al nostro incontro. Lei corre molto meno veloce di me, forse si illude del contrario per qualche secondo, forte del suo apparirmi straniera, ma il suo passo non può essere nascosto allo stesso modo della sua provenienza. Mi sono voltato con naturalezza per fissare un punto vuoto della strada dietro di me e in quel rettangolo si sono accese dopo poco diverse presenze tutte insieme, un’auto, una passante, un cane, una bottiglia che rotolava. Per qualche secondo ho continuato a seguire il vuoto ma anche tutto il resto aveva appeal, benchè venuto dopo. E perfino l’auto appena passata che non si era fissata da nessuna parte della mia attenzione ed era diventata poco più di un sogno. Non era importante fosse la sua, di questa che ormai ritenevo una antica ex podista dell’angolo, battuta anche stavolta. Tuttavia sapevo che lei o chi per lei porgevano un saluto nel mio cinema fra una pizza e l’altra. Lasciai trascorrere dei momenti, giusto per non farmi acciuffare dal magnetismo di prossimità, e, senza clamore, riconobbi il mezzo. Avevo avuto una sensazione di sicurezza ulteriore a tutte le manifestazioni nel momento in cui guardavo sul lato da cui non poteva arrivare, ormai, più nessuno, dal lato del mare, da dove non era arrivata neppure la tempesta o quella cosa simile che mi aveva scacciato da un altro posto, da un altro angolo e da un altro tempo.  Ma anche se non fosse stata un’auto, qualsiasi cosa avrebbe discusso di ciò che le stava davanti e l’avrebbe anticipata. Le comitive ciclistiche che sottostanno a leggi inestricabili, gli alberi non autoctoni ma perfettamente reali, la mia divisa superata.

Si ritorna all’opera: Shine

Per diversi giorni, forse tre o quattro, il tempo storico per concedere un sussulto alla salma, ho ritenuto impossibile avvicinarmi agli strumenti. Davo un’occhiata, mentre andavano avanti i tanti ascolti quotidiani di nuovi dischi e di nuova musica, ma non i miei processi a testa bassa, che reputo interminabili, niente e nessuno può interromperli. In realtà guardavo attraverso, nel paesaggio finto dietro alla finestra, e mi tenevo bene alla larga. La scalanatura fra me e il registratore rotto era però troppo evidente per non produrre una nuova serie di pensieri e rinfacciare qualcosa. Evidentemente devo aver colto che coi mezzi che ho assemblato e dimenticato potevo peggiorare la situazione e ho riaperto il quaderno di Scritto sull’acqua, il mio terzo disco della serie 2017 e nuovo di questo mese, dove giace abbandonato un tesoro di 10 brani rinnegati e altre schegge. Un intero, frammentario, dissotterrabile disco che non so bene come sarà, quando sarà, se sarà. Non tengo conto delle canzonacce che avevo già inciso e che ho brutalmente cancellato. Comunque, una trincea dove fare trattative. Per farmela pagare, di questa leggerezza prepotente che va avanti da quando mi conosco e che mi fa sacrificare qualche decina di unità all’anno, il registratore è allora entrato in sciopero.

Shine è una manifestazione finalmente sulfurea, colta nel suono e timbriche che volevo combinare da diverso tempo evocando la grana incerta del nastro, anche se il nastro non è detto che ci sia. Andrà, spero a breve, all’interno del disco numero 4 di quest’anno. Parla di cose da lasciare ed è costituita da una sola strofa introduttiva, due ritornelli, due assoli, un intermezzo camuffato. L’ho reimmaginata in brevissimo tempo, mentre la trascrivevo, ed incisa facendo veramente poche ripetizioni. Una sorta di vendetta estetica nei confronti di quel traditore in valigia che ora non mi azzarderò a far riparare.

-Shine.
I speak slow now
‘cause time runs fast
Burnt my house
in the case of fire
The lake is in a meltdown
and the sun got freezed
I speak slow now
so you can understand
Stop with our war
it doesn’t fit for us
Stop with talking
It doesn’t fit for us
And I’d rather be confused
than impossible
And I’d rather be
confused than unreachable

-Splendi.– Parlo lentamente ora/ perché il tempo corre veloce/ Ho dato alle fiamme la mia casa/ in caso d’incendio/ Il lago si è sciolto/ e il sole ghiacciato/ Parlo lento ora/ in modo che tu mi capisca/ Smettiamola con la nostra guerra/ Non ci dona/ Smettiamola con le discussioni/ Non ci donano/ E preferirei essere confuso piuttosto che impossibile/ E preferirei essere confuso piuttosto che imprendibile