Anteprima: The blue building

Tragitto di tenui polaroid e secchiate di casino. Continuerò così fino alla fine di Surmont, questo è il titolo del mio nuovo pianerottolo in corso d’opera, direttamente dal quale presento oggi una soffice e breve diapositiva intitolata The blue building.

A riguardo, tiro dritto senza sparare nel mucchio. Metà Ottobre mi sembra un buon periodo per chiuderlo. Ci saranno anche stavolta tanti brani e vari punti di vista. Sto pensando, in parallelo, a qualche cover da mettere in giro.

-The blue building. If this fall wants to stay on its feet/ everytime I like to go around/ and I feel high/ We were the One/ We are the sun/ which is high/ In vain the roads they swear again/ and close the eyes while memories of days/ are in the mud/ Touch my heart, dear amplification!/ I free my soul through the gentle wires/offshore/ na na na….

-Il palazzo blu. Se questo autunno vuole andare a piedi/ io ogni volta amo starmene a zonzo/ Mi sento gasato/ Eravamo una cosa sola/ Siamo il sole/ che si slancia/ In vano le strade giurano di nuovo/ mentre le memorie dei giorni/ sono nel fango/ Toccami il cuore, cara amplificazione!/ Libero la mia anima tramite i suoi cordiali cavi offshore..na na na..

 

 

 

 

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Musica sulle Bocche 2017: impressioni di ritorno a casa

Sono arrivato a “Musica sulle Bocche” l’ultimo giorno, in autobus. Da un certo punto in avanti della tratta, una signora sui sedili davanti mi offriva ogni tanto una ventata di cronaca, social network e altre informazioni in piena differita e di seconda mano dai vari magazines e apparecchi che estraeva dal vestito, così da far volare il tempo del mio e del suo viaggio non lunghissimo ma abbastanza articolato sulle rampe, sulle curve, accanto alle colonne  di bagnanti accaldati e borse frigo azzurrine.

Appena sceso dal mezzo, era palese che quelli che avevo avvisato da alcune settimane non sarebbero stati presenti quella sera. Belle ragazze francesi ciondolavano le gambe bianche dal trenino in sosta sotto ad un fresco lenzuolo di ombra, scambiando il bottino di immagini e canzoni tramite i loro telefonini; era un quadretto interessante, sembrava di assistere ad un cerchio di fate, ragazze spensierate del posto o quelle che hanno lasciato la scuola per mettersi in un viaggio preliminare e poi chi lo sa. Ripensando al mondo scomparso al quale avevo lanciato la mia reclame, in una fantasia di un attimo mi ero convinto che qualcosa fosse andato storto con la bilocazione, ma è durata un attimo, era plausibile che qualcosa era giunto al capolinea.

Eppure la magia è stata la costante consigliera fin da quando ero stato chiamato dagli organizzatori, che mi avevano incluso nella selezione del fringe al quale ho preso parte, tanto che mi pareva possibile tutto, cambiare, scambiare, slacciare, annacquarmi, inebriarmi, tornare al sodo. Mi succede, nei momenti più seri,  ma a questo giro era un test più ricorrente ed ingombrante. Questo mese l’ho vissuto con la plasticità fanciullesca che avevo evocato verso la fine della primavera, quando realmente acciuffai per il collo alcuni aspetti sottili che avevo evitato di limare e sistemare. “Musica sulle Bocche” era nell’ordine di queste idee dall’ulteriorità, non solo delle cose di ampio respiro e grandi, ma delle cose che contano quando hai staccato la presa del flipper di una realtà cieca ed indotta. Naturali, impetuose, e per questo chiedono attenzione e impegno per potere risalire al senso, scartando le categorie e le classifiche orizzontali di valori o altri numeri.

Vorrei poter trascrivere le sensazioni che ho avuto sul palco e stando accanto agli originali e gagliardi artisti che si sono esibiti quella sera. Vorrei poter disegnare il tracciato ad alta frequenza che ha attraversato la mia figura quando per la prima volta ho incontrato i creatori di questa manifestazione e la attenta schiera di realizzatori. Non mi permetterò però questo, perché entrerei in un secchiello letterale da riempire di effetti. Ho parlato con queste essenze e sono coscienze reali, pronte, e ho anche avvertito nell’energia dei testimoni del valoroso pubblico la coscienza viva del susseguirsi degli eccezionali allestimenti di musica, riflessione e scenari senza tempo nei quattro giorni dell’evento. L’ho intuito, e basta questo per farmi sapere che è vero, che è buono, come quando mi sono lasciato trasportare e ho scelto che dovevo prendere parte alla selezione, o forse più a quell’onda che in quel momento è passata e non poteva suscitarmi che bellissime traiettorie e fondali amici.

Sono stato lì quest’anno per la prima volta e soltanto l’ultima sera, nel teatro, dove si rappresentano e si animano oggetti del profondo e dell’oltre passando dalle porte scorrevoli di reami che diventano adesso sempre più evidenti, come una immagine familiare incisa dal vento su una roccia.

Voglio portare a chi legge dei segni personali. Essermi abbandonato a questa visione e alle visioni che si sono moltiplicate e propagate in modo armonico l’altro ieri è stata la cosa più giusta e benefica per me. Il mio sentimento è che la musica e le iniziative proposte che ho potuto come dicevo leggere in ampia misura attraverso il calore di un messaggero appena conosciuto, di un racconto, dato che ero stato assente, e poi via via di uno sguardo, di un abbraccio, di un saluto da lontano a mezzanotte, hanno chiamato a raccolta spiriti che hanno avvistato nella propria storia personale qualcosa al di là dell’illusione limitata e tribolata dei tempi in corso e a questi spiriti “Musica sulle Bocche” ha proposto un linguaggio risonante e dei fatti risonanti, flessibili, belli, rievocabili, che io sento andranno espandendosi, o comunque sia nella linea di tempo che voglio, questa dolcezza coriacea di una natura madrina e saggia che riprende il suo posto la voglio e so che lì esisterà.

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Resta in ascolto

Avanza senza formidabile piglio la levigatura che non ho intenzione di ricoprire con nuova lacca che non sia aria leggera e respiro naturale. Un elemento così sottile che non va neppure spronato a stendersi, è immediatamente lì, pronto. Basta togliere gli strati inadeguati. Cosa metterò fuori domani?, è il primo sforzo da fare. Mettere all’esterno è anche lasciare fuori, manifestare, altro, è una azione doppia simultanea. Una cosa sparisce ed una appare. Un momento nuovo nasce, l’altro muore. Anche quando sembra non esserci niente  e non sembra esserci nessun segnale alla radio, nel viso di una passante, nella cassetta delle lettere, bisogna guardare oltre, da un’altra parte. Da una parte è vuoto, dall’altra pieno. Le regole sono più chiare che mai. Ieri, da un indirizzo che contattavo per fatti miei, mi mandano una seconda risposta a un messaggio già chiarito: “Grazie, ricevuto.” Qualcuno in ascolto del quale accorgersi. Ci pensavo giorni prima, integrando le mie richieste e costruendo la mia visione che ho mandato così, per immagine mentale. Da qualche parte sta succedendo, basta accorgersene.

Da quando in qua

Mi avevano chiesto di presentare in Maggio, il primo di Maggio, un testo importante in uscita ora, e ho accettato. Appena è arrivata la conferma, e parlerò nei prossimi giorni sia del libro che dell’evento, sono uscito a fare un giro a piedi davanti al mare. Non è una novità, ci vado spesso per stabilire i miei record non verificabili di corsa o per intrattenermi con le persone, dato che è letteralmente sotto casa e anche se non lo fosse ci andrei lo stesso. Il fatto che non frequento il mare come un bagnante è però un’altra storia. Cercavo risposte al fatto che il mio viaggio del giorno prima, lontano, con la bici, fosse fallito. Su una salita ben soleggiata, affianco al mare fermo e riflettente, potevo vedere i vari settori su cui sarei transitato mezz’ora dopo e la visione di nubi basse, pianure e monticelli allagati mi aveva scoraggiato, così, davanti ad una gioielleria carica di turisti, sotto al sole quasi normale, ho invertito la rotta. Quando hai fatto 50 chilometri e ne hai 150 davanti, prendere acqua e restare a mollo per non si sa quanto tempo è insano. Non sono un corridore agonista né amatore, sono ancora molto affezionato al momento in cui smettere con qualcosa e queste azioni di rinuncia sono un privilegio, alla mia età, 37 anni suonati. Pensavo che era giusto, che non dovevo più tornare là. Era passato e non ci facevo niente e la natura si è ritorta contro la mia presenza e la mia preparazione, che consisteva in una condizione piuttosto avanzata data la stagione, buoni panini, buona acqua, buoni biscotti, coperture affidabili. Naturalmente, più puntavo verso casa e più il meteo alle mie spalle si ristabiliva via via candido.

Sulle strade rinsecchite più sotto la pineta e fra un albero e l’altro, accompagnata da un cicaleccio rapido, si inseriva la macchia di qualche giacca a vento multicolore, catarifrangente e di nuova concezione. Forse andavano anche loro abbastanza lontano, in gruppo; quando si va in gruppo, si scongiurano svariati contrattempi, ma nel gruppo non c’è  mai tempo per un azzardo. Le mie attrezzature sono datate, ci sto comodamente. Anche quelle che indosso per correre a piedi consistono in giusto delle tute da palestra, una cuffia, e quando esco per affaticarmi incontro quasi sempre le stesse persone. Non farò un elenco e non offrirò descrizioni ma posso assicurare che sono le stesse, negli stessi punti del mio percorso. Pensavo proprio a quella ragazza che sbuca dallo stesso angolo e se vive lì, nella solita casa all’angolo, o se fa la stessa strada per immettersi da quel punto direttamente dentro al nostro incontro. Lei corre molto meno veloce di me, forse si illude del contrario per qualche secondo, forte del suo apparirmi straniera, ma il suo passo non può essere nascosto allo stesso modo della sua provenienza. Mi sono voltato con naturalezza per fissare un punto vuoto della strada dietro di me e in quel rettangolo si sono accese dopo poco diverse presenze tutte insieme, un’auto, una passante, un cane, una bottiglia che rotolava. Per qualche secondo ho continuato a seguire il vuoto ma anche tutto il resto aveva appeal, benchè venuto dopo. E perfino l’auto appena passata che non si era fissata da nessuna parte della mia attenzione ed era diventata poco più di un sogno. Non era importante fosse la sua, di questa che ormai ritenevo una antica ex podista dell’angolo, battuta anche stavolta. Tuttavia sapevo che lei o chi per lei porgevano un saluto nel mio cinema fra una pizza e l’altra. Lasciai trascorrere dei momenti, giusto per non farmi acciuffare dal magnetismo di prossimità, e, senza clamore, riconobbi il mezzo. Avevo avuto una sensazione di sicurezza ulteriore a tutte le manifestazioni nel momento in cui guardavo sul lato da cui non poteva arrivare, ormai, più nessuno, dal lato del mare, da dove non era arrivata neppure la tempesta o quella cosa simile che mi aveva scacciato da un altro posto, da un altro angolo e da un altro tempo.  Ma anche se non fosse stata un’auto, qualsiasi cosa avrebbe discusso di ciò che le stava davanti e l’avrebbe anticipata. Le comitive ciclistiche che sottostanno a leggi inestricabili, gli alberi non autoctoni ma perfettamente reali, la mia divisa superata.

Si ritorna all’opera: Shine

Per diversi giorni, forse tre o quattro, il tempo storico per concedere un sussulto alla salma, ho ritenuto impossibile avvicinarmi agli strumenti. Davo un’occhiata, mentre andavano avanti i tanti ascolti quotidiani di nuovi dischi e di nuova musica, ma non i miei processi a testa bassa, che reputo interminabili, niente e nessuno può interromperli. In realtà guardavo attraverso, nel paesaggio finto dietro alla finestra, e mi tenevo bene alla larga. La scalanatura fra me e il registratore rotto era però troppo evidente per non produrre una nuova serie di pensieri e rinfacciare qualcosa. Evidentemente devo aver colto che coi mezzi che ho assemblato e dimenticato potevo peggiorare la situazione e ho riaperto il quaderno di Scritto sull’acqua, il mio terzo disco della serie 2017 e nuovo di questo mese, dove giace abbandonato un tesoro di 10 brani rinnegati e altre schegge. Un intero, frammentario, dissotterrabile disco che non so bene come sarà, quando sarà, se sarà. Non tengo conto delle canzonacce che avevo già inciso e che ho brutalmente cancellato. Comunque, una trincea dove fare trattative. Per farmela pagare, di questa leggerezza prepotente che va avanti da quando mi conosco e che mi fa sacrificare qualche decina di unità all’anno, il registratore è allora entrato in sciopero.

Shine è una manifestazione finalmente sulfurea, colta nel suono e timbriche che volevo combinare da diverso tempo evocando la grana incerta del nastro, anche se il nastro non è detto che ci sia. Andrà, spero a breve, all’interno del disco numero 4 di quest’anno. Parla di cose da lasciare ed è costituita da una sola strofa introduttiva, due ritornelli, due assoli, un intermezzo camuffato. L’ho reimmaginata in brevissimo tempo, mentre la trascrivevo, ed incisa facendo veramente poche ripetizioni. Una sorta di vendetta estetica nei confronti di quel traditore in valigia che ora non mi azzarderò a far riparare.

-Shine.
I speak slow now
‘cause time runs fast
Burnt my house
in the case of fire
The lake is in a meltdown
and the sun got freezed
I speak slow now
so you can understand
Stop with our war
it doesn’t fit for us
Stop with talking
It doesn’t fit for us
And I’d rather be confused
than impossible
And I’d rather be
confused than unreachable

-Splendi.– Parlo lentamente ora/ perché il tempo corre veloce/ Ho dato alle fiamme la mia casa/ in caso d’incendio/ Il lago si è sciolto/ e il sole ghiacciato/ Parlo lento ora/ in modo che tu mi capisca/ Smettiamola con la nostra guerra/ Non ci dona/ Smettiamola con le discussioni/ Non ci donano/ E preferirei essere confuso piuttosto che impossibile/ E preferirei essere confuso piuttosto che imprendibile

Perfezionamento

Alcuni dicono che bisogna guardare avanti, al massimo di lato, 

con la coda dell’occhio;

altri che bisogna comprendere il passato ritornandoci

a più riprese,

ma io penso che è una scusa per continuare a stare chini,

supini,

per continuare a brucare.

Lì si migliorano o peggiorano, in un campo relativo e piano,

orizzontale,

astratto.

Anche noi abbiamo camminato fra le esperienze

e dopo un po’  guardammo meglio in alto

e prendemmo a muoverci in alto.

Certe volte procedendo anche in avanti, e di lato,

sbandando, oppure indietro

ma sempre risalendo.

Per questo quelli in basso, quelli di prima, noi di prima,

sentono viva l’ansia di questa performance

a loro non ancora del tutto rivelata.

In alto si trovano le essenze fondamentali,

è una situazione ed una azione verticale, salire,

mentre sotto, sotto al comando di un avanti

o un indietro

è la mimica terrena, orizzontale.

Andando nell’alto non incontreremo di nuovo

l’altra unità con la quale ideare un gioco.

Ma se ci sarà o se non ci sarà,

noi adesso procediamo nell’alto.

E chi va fin lì, non ha la preoccupazione di farlo da solo o in compagnia,

è conscio che sta sperimentando

una comprensione di sé in un altro piano già nato.

Perfezionamento e risveglio.

alex

 

Il bisogno di una vetrina

Attualmente ho varcato il limite nel considerare interessante sia la mia esperienza sia quella dei fantasmi la cui testa ciondola sconsolata sulla spalla di questa era al termine. Non posso però fare altro che incitare a trasmettere qualche cosa. Emettere questa coscienza, anche in silenzio e senza parole e pensieri.  Io ad esempio nel pratico e sconclusionato tavolo di intrecci del suono posso farlo meno adesso che le mie attrezzature hanno preso stranamente a fumare. Ma, trasformandolo, posso farlo qua, anche se è ininfluente. Posso farlo nel pomeriggio, così denso di appuntamenti ed incontri. Posso farlo al mio rientro, quando qualche scema, vedendomi discutere confidenzialmente con una aggraziata e molto intensa signora, mi chiederà conto di ciò tramite una lettera veramente vergognosa. Cosa ci facevo lì, a quell’ora, le ho guardato attentamente il sedere, ho constatato la sua presenza e il suo volume, immaginando e tramando di esplorarne meglio i lineamenti in separata sede? Mi avrà fatto delle domande con tono accaldato, con poco tatto, tipo su di me e sulla mia vita? Posso farlo quando la prossima settimana avrò sistemato le mie cose in una sorta di sala, avrò dato altro volume ai miei strumenti, e anche quando risponderò per le rime alle altre insinuazioni che mi vogliono alla guida di qualche cosa, per fare non so cosa, per mostrare muscoli, scroti, tentare carte e via dicendo.

Tutto ciò non ha a che fare con le mie intenzioni e non è in linea con le attività che per me contano davvero e che si svolgono altrove. Questo altrove che ritorna così spesso, dov’è?

Sono  normali confusioni di una inattività coltivata in solitudine o meno.  Si dice che uno deve prima stare bene da solo per stare bene con gli altri. Ma come fa a stare bene da solo se non sa nemmeno chi c’è dentro a quella massa corporea?  La scorta di indicazioni e abbellimenti proposti dalla cultura e dal senso comune servono a trattenere ancora le galline nel pollaio, come quando ti dicono che camminare fa bene. Non correre, cammina, cammina. Fai le cose piano, mettiti sotto le regole.  Ma, diamine, forte del sentimento antichissimo e della conoscenza intima ed esplosiva che hai di te, della memoria di chi sei, tu vuoi correre, tu vuoi andare davvero lontano e fare ampi respiri, non vuoi andare a confonderti fra le pance, pance piene di tanti aspetti, di attese, di fermenti e alimenti, piene di futuri schiavi, non vorrai gareggiare coi passeggini e i guinzagli, fare lo slalom fra le cacche mimetizzate e i toccati che agitano i telefoni, o interrogarti su cose non tue dietro agli incolpevoli che affrontano con dignità un’età avanzata o una infermità in una delle prime mattine decenti di fine inverno. Certe volte nemmeno vuoi correre, perché hai quasi la sicurezza che uno di questi giorni volerai e basta, e lo farai da solo.

Il bello è che se stai bene da solo, di quel bene alato che sicuramente non è di queste lande e concezioni, l’idea di andarti a raccattare in giro chicchessia non ti sfiora. Perciò, uno si da risposte, da solo. Si valuta da sé, crea visioni per sé.

Mentre affonda un po’ tutto, gli ultimi giorni hanno dato un giro di vite alle energie sottili e osservo la intensificazione delle sortite. Mai vista così tanta attività spettrale. Sono irreali, sono irreali i loro temi e le recriminazioni e le soluzioni. Ancora una volta, quelli che stanno alle prese con le cazzate del piano di sotto, sono ora pressati davanti al muro invisibile dei vari piani che slittano. Sembra che abbiano accesso ad un momento di chiarezza ma è una illusione, non risalgono. Se prendi un limone e lo schiacci sul muro, la pressione lo fa scoppiare e gli schizzi vanno in alto, in basso, dappertutto. Hey, c’è del limone qua. La sua essenza, certo, uno schizzo sul muro alle prese con la gravità, il profumo che esala, nel caso. Ma il limone, giallo, ovale, intero, la sua idea originale, si era fermato anima e corpo dove stava prima e non ha passato lo stress test.

Scelgo, anzi, non ho vera e propria scelta, mi manifesto per me e tu per te, usando la stessa energia comune. Questa accensione silenziosa della luce avviene innanzitutto perché è vera, per sé, non per gli altri. Se non fosse così, andremmo a caccia di metodi, ci metteremmo in coda ai vari centri servizi. Ora mi accorgo che questo già succede da tanto. Per gli altri, l’energia di cui parlo al massimo può apparire come un aspetto fluttuante o qualcosa di glamour abbandonato sulla scrivania di un esperto,  probabilmente da curare, come una vita passata, ma di rado è un dettaglio che si sente come una interezza di proprietà e, ancora, come una cosa che conta.

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