Argille Lp2018 è on line

Giusto un rebus. Il titolo 5 della serie 2018, fra rumore, sprazzi di droni e casuali intercettazioni d’ambiente, è da oggi on line coi suoi 10 volti, strumentali, brevi, neppure li ho riascoltati per intero, e lo potete scaricare gratuitamente da qui in formato mp3:

http://www.mediafire.com/file/s8ku55l3yx0p11z/ALESSANDRO+MURESU-ARGILLE+LP2018+MP3.rar

Sono avanzati venti e più oggetti dalla mia trascrizione di Spire, che ho chiuso e lanciato nell’etere l’8 Maggio, e non mi volevo tenere niente addosso durante la mia fuga. Scappiamo leggeri. Perché pure questi sono relitti, avanzi non di un naufragio ma di un nave fantasma, come ho descritto Spire da cui discendono o da cui cadono in mare, e come descrivo la traccia che seguo e che sono. Non aspettatevi considerazione, ascoltandolo, che equivale a non sentirlo. Questa sarà una nuova buona esperienza. Se conoscete chi è in viaggio, mettetegli sotto agli occhi anche quest’altra mappa in bianco, perché da qualche parte lì dove stanno andando c’è un tesoro. Grazie dell’attenzione, alle prossime.

ALESSANDROMURESU-ARGILLE LP2018 COPERTINA

 

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Cover: I Will, by Radiohead

Qui passa tutto, anche le cover. In mezzo a quello che presumo mio e di cui mi sbarazzo, perché uno si può sbarazzare solo di quello che è suo dato che è impossibile avere qualcosa di altri, che non esistono, passano le cover. Ho sepolto così tante cose di ieri e di oggi che non mi è rimasto altro posto dove vivere se non questo istante, ma non ne sono molto sicuro. Abbandono anche questo molto spesso, fosse anche per distrazione. La musica è impersonale. Ieri ne ho avuto esempio, mentre mi trovavo ancora qua. Sono come uno che mette i dischi e fa il sottofondo all’uscita dove si accalca la gente a fumare. Fumano, quindi esalano, ma gli sembra un momento importante per parlare o prendersi a pugni.

Mi è tornata indietro da un mondo I Will dei Radiohead, che non avevo ancora affrontato e sgualcito, ed invece di riconoscermi in quella breve storia apocalittica ci sono passato attraverso. Sono buone cose che non trattengono, e non sono mie, sono di altri e posso dare la colpa, i meriti loro, agli altri, che a quanto ho detto non esistono. Ho inciso la base a braccio e quando stavo per cantare polemicamente il testo, ho realizzato di avere saltato dei passaggi. Neppure avevo sillabato, giusto un flash dalla regia profonda che mi ha permesso di scovare il punto preciso dove non sono stato. Dunque sono stato avvisato da più corpi a contatto invisibile ed invivibile che non ci sarebbe stato niente di romantico in cui sostare e trovare densità.

Poi, in meno di un’ora avevo finito anche questa. Probabilmente incido con scomodità e rancore, circondato dal fumo dell’incenso che vola anche lui in posizione eretta, cosicché non ho niente da dire sotto le coltri, o non mi spiego questa strafottente chiusura alla prima e la conseguente fuga, verso il mare, verso l’ultimo tampone di spazio.

La versione è fedele all’originale, cioè l’origine della quale ne posso sapere niente, e ci vedo un successo. Troppo preziosa, troppo scandalosa e ancora troppo palpabile lungo la via della sparizione, la posto dappertutto, anche qui, per evitare che qualcuno la ascolti.

-I Will, by Radiohead.

I will lay me down

In a bunker underground

I won’t let this happen to my children

Meet the real world coming out of your shell

With white elephants,

sitting ducks

I will rise up

Little baby’s eyes, eyes, eyes, eyes

Little baby’s eyes, eyes, eyes, eyes

Little baby’s eyes, eyes eyes

 

 

 

Anteprima: Etheric. Capitoli 5&6

Io sono, anche, questo; se suono così, la risposta passa da lì. Non vale solo per me. C’è ancora qualcosa che devo dire e liberare, a proposito dell’essenza, non dell’apparenza. Ed è ciò che distingue le nostre nature. Voglio farla semplice, voglio metterla sull’immediato e sul diretto, su quello che è; mi spengo, senza svalutarmi, quando il dialogo verte su precipitazioni di frammenti. Perché imputare una certa manifestazione al genere, allo stile, ad un pubblico anche, a qualcosa che sembra stare fuori e comandare? Quel genere, quella manifestazione, quello stile, quel pubblico, oh, non ci crederai ma l’ho creato io! E quelli che vi si praticano, lo hanno creato loro! Incredibile…Quando si tenta forzatamente di voler capire, fa male alla testa. Non è vero? Viene mal di testa e mal di corpo in generale. Perché…perché…perché…Facendo finta di non capire, si costruisce un negozio. Se si capisce, finisce un mercato. Finisce l’ego, finiscono le scuse, finiscono i consigli del cazzo non richiesti, finiscono i suggerimenti e le scuole di vita orizzontale.

La mia domanda alle persone, l’unica,  è stata nel tempo questa: che cosa vi è successo che vi ha ridotte così? Io lo so, perché…Ma non è mai successo niente. Niente che succede farà mai diventarci qualcosa di diverso da quello che siamo. Si continua a sperare e a pregare che mai qualcuno si manifesti per chi è. L’essenza che si scongiura. Questa cosa fa paura tanto che il piano d’esperienza è ricco di atrocità che maledicono questa apparizione, che avverrà, inutile remare contro. Abito in un luogo dove non è importante che è successo poco e anche se fosse accaduto molto, ancora, non sarebbe sufficiente a giustificare alcunché. Impilando necropoli su necropoli, siamo arrivati ad oggi e la storia non è cambiata.

Quello che si sente non è intenzionale, funzionale, finzionale, non esiste. Faccio quasi mai domande, non mi interessa, perché so che uno è così perché è così fin dal principio, se ce n’è uno, in fondo. Non devo ricorrere ad alcun manuale di psicologia per spiegarmi e spiegarmelo. Le relazioni sono diventate interrogatori. Non esiste una mossa che non venga analizzata, studiata, dibattuta sotto la lente della paura. Li hanno sguinzagliati per fiutare chi è da chi non è, scoprire chi è al posto di guida. Importante è essere una copia.

Fine del dispaccio. Niente di nuovo.

Sono i giorni della lontananza dell’immagine. Dieci giorni fa ho messo in giro il doppio Spire; in mano ho il titolo cinque del 2018 in dronefolk che contiene outtakes; ho cominciato il titolo sei e oggi ne mostro un pezzo con Etheric. Eppure queste cose fanno a gara a superarsi. Le linee di tempo si sbranano a contatto con la lucidità e spariscono, senza un perché.

-Etheric
Whatever I felt
it was going to be left
My gestures are heavy under water
Induction arrived
and I’m not my best
I’m an included insider
right now
Same day
is falling
Some day
I’ll come there
Addicted to you
to be without end
I found a bad friend
in my sleep
Who wasn’t bad
into his wounds?
Answer me, if you’re sane
Same day
is falling
Some day
I’ll come there

 

-Eterico
Qualunque cosa sentissi
sarebbe stata abbandonata
Sott’acqua i miei gesti sono pesanti
È arrivata l’induzione
e io non sono il mio migliore
Sono un insider ben integrato
proprio adesso
Lo stesso giorno
sta cadendo
Un giorno
verrò lì
Sono stato nella tua dipendenza
per essere infinito
Ho trovato un cattivo alleato
nel mio sonno
Chi non è stato cattivo
nelle sue ferite?
Rispondimi, se sei savio
Lo stesso giorno
sta cadendo
Un giorno
verrò lì

Cover: Peaches from Spain

Il mio nuovo titolo avanza senza guardarmi in faccia, spazzando via anche il suo percorso ancora segreto. Non ne voglio sapere nulla di come apparirà; a me basta che distrugga quanto più possibile quello che conosco e ogni cosa abbia dei piani nei miei confronti. Questo è il piano. Il processo forza la situazione. Non ci si è accorti? Inevitabile che non solo io, ma anche tutti quelli che sono coinvolti come me, siano sottoposti allo stesso disvelamento.

In mezzo, c’è una serie di cover. Peaches from Spain, acquerello indimenticabile dei Serafin che avevo inciso tempo fa, è fra queste. La canzone originale, che dura un minuto, è la mia canzone preferita. L’avevo solo eseguita in un’altra versione, del brano e di me.

Ieri schivavo la pioggia per alcuni chilometri con una eleganza inaudita, quella di chi è uscito di casa già pronto al castigo delle nuvole e al loro miracolo. Peaches from Spain è un dialogo che tratta di visitazione, di osservazione, di permettere che le acque rovistino negli spazi rimasti al buio tramite la forza dell’ispirazione presente, ed è rinata lì, su un pezzo di strada ciclabile, lontano dalla possibilità. Una volta rincasato, dopo neppure un’ora avevo finito.

Ve la porto qui invitandovi ovviamente ad ascoltare l’originale. Che sia una o l’altra, spero faccia un buon lavoro. Suggerisco inoltre di indagare gli ultimi video pubblicati, che contengono i tratti inediti del mio avamposto di adesso. Grazie per l’attenzione.

-Peaches from Spain, by Serafin
As you’re a friend
please can I come and stay
In your house on a beach in San Tropez
If I bring some wine and peaches from Spain
Oh my god your house is so full of pain
You can ask me if you’re insane
You can ask me if you’re insane
You are insane
Walls of water gushing over me
When your star-like burns are touching me
In my coma you were a sound
Can you tell me how my feet touch the ground?
Cause there’s nothing like you around
And there’s nothing like you around
You were a sound

-Pesche dalla Spagna.
Dato che siamo amici,
posso venire a stare
nella tua casa sulla spiaggia
a Saint-Tropez?
Porto vino e pesche dalla Spagna
Oddio….quanto malumore in questa casa
Chiedimi se sei un po’ fuori
Chiedimi se sei un po’ fuori
Sei proprio fuori
Pareti d’acqua si sollevano su di me
quando il tuo fulgore mi tocca
Nel mio coma tu eri un suono
Sapresti dirmi quanto i miei piedi toccano terra?
Perché non c’è nessuno qui attorno come te
E non c’è nessuno come te
Tu eri un suono…

Due parole su Nubi-Vol.2 Lp2018

Saranno più di due, o meno di quelle molto importanti che ho già detto e scritto o che non mi sono permesso ancora di esprimere. Questo è un momento sensuale, dove avverto e alcune volte vedo la densità trasparente ed impalpabile del dielettrico e questa si stabilisce sicuramente dentro e fra ogni spazio che esiste, ma molto di più nel punto che mi attrae. Aspettavo questo passaggio per riprendere a focalizzarmi su qualcosa che posso labilmente definire realtà, o svolgimento delle cose secondo una certa coerenza. Lasciando la sensualità libera di surclassare l’organizzazione esterna.

In Nubi-Vol.2, che come sempre diverrà patrimonio interrato delle orecchie dei cento disperati che alle sei del mattino stanno già mandando giù il boccone amaro degli EP più molesti crackati da una cassetta consumata, questo lasciar fare e lasciarsi andare in tutte le direzioni delle mie fiducie impossibili è più presente che altrove e penso che è quello che esigerei non solo dai miei dischi preferiti, ma dalle mie persone preferite, dalle mie essenze fondamentali. Adesso sono abbastanza tranquillo e trasparente e non sto considerando strani influssi e ispirazioni, occhi rovesciati, voci di morti, o brutti ceffi in ausilio, sto discutendo di me ora, coi gomiti appiattiti sulla scrivania, e la sedia che si allontana dal baricentro. Mi accorgo della irregolarità e della mancanza di giustizia del mondo a partire anche da questa scena ma è la forma della mia storia, dalla quale posso uscire ed entrare non solo a mio piacimento ma perché è l’unico movimento segreto in cui mi riconosco. Ho una vita, non è un carcerce da difendere e riempire di matti. Amo le mie follie che ho saputo far rimanere a piede libero. L’interno è sconfinato, il perimetro illusorio è sia formidabile che anche quasi una merda. Hai presente? Sì, Presente, cioè si sente e non si spiega, è visibile senza che debba aggiungere alcuna bellezza o bruttezza. C’è nella compostezza di un intaglio e anche nel mare inquinato di sound sovrapposto e sfasato, c’è nel fatto che non me frega già più niente oggi, dopo poche ore che l’ho spruzzato nella rete. Nebulizzarsi è tutto, diventare impalpabili, forse eterici, sicuramente leggeri per valicare ogni steccato. Andarci contro a tutta velocità, con una essenza imponente e una cornice da quattro soldi che si scopre non è mai esistita ma solo appena prima di arrivare allo schianto, rende superfluo ogni male e ogni paura. Fermarsi prima per preferire la sicurezza di una regolare e garantita occasione è l’inganno peggiore e ho rammarico per chi ci cade dentro pensando che sia invece un’avventura sconcertante. Quello che fanno gli altri non è mai sconcertante, a parte il fatto che gli è permesso, come ad ogni microbo.

Nel capitolo “Nubi-Vol.2”, con la vista che mi ritrovo adesso, ho visto questo e non ho riletto neppure che cosa ho scritto fino ad ora. Dunque, grazie per l’attenzione e alle prossime.

ALESSANDRO MURESU-NUBI VOL2 LP2018 COPERTINA

Nubi Vol.2 Lp2018 è on line

Avanzi. Undici avanzi di zozzo dronefolk, rumore, cover, inediti che tramontano a passi sbilenchi sotto la discesa. Titolo numero 3 della serie 2018 in bassa fedeltà.

Download gratuito a questo link, con la preghiera di inoltrarlo a chi è sul pezzo: http://www.mediafire.com/file/5otn7u88apg8b8u/ALESSANDRO+MURESU-NUBI+VOL.2+LP2018+MP3.rar

Forte abbraccio. Alle prossime.

ALESSANDRO MURESU-NUBI VOL2 LP2018 COPERTINA

Cover: Watch me fall apart

Sono tante le cover incise quest’anno nella passeggiata in bassa fedeltà. Tanti brani originali e dunque anche più spazio ai rifacimenti. Ieri sera ho preso in mano Watch me fall apart, della intensa cantautrice Sarah Jaffe. Ho trascorso dei momenti tranquilli anche se credo che il brano in sé non abbia pertinenza con questa quiete sconosciuta; o è la polaroid che ho preso per sviluppare la mia indagine senza esito. Mi è piaciuto il risultato finale, sicuramente.

Mi è piaciuto il filo conduttore degli eventi di un tempo lunghissimo e breve insieme e la mia disponibilità a seguirli. L’idea di dove portano non mi sfiora. C’è di nuovo che ho aperto una nuova pagina e la mia sensazione è che questo evento è divenuto chiaro anche all’esterno senza equivoci, stringendo il dialogo con gli spiriti oppure salutandolo. Le congetture e i cataloghi della mente non sono ammessi. Quella dei piani articolati e dei calcoli è la maglia con il numero della sconfitta e deve perire. Presto gli equivoci si sguaineranno maestosamente e sono così affilati che si faranno largo violentemente fra la sostanza bassa da lasciare andare.

Nuovamente, non c’entro nulla, nulla con quasi tutto, ci sono e no, come la canzone non c’entra nulla con me più ora che l’ho messa fra i miei surrogati, come con la sua prodigiosa autrice. Fermarsi è impossibile; uscire dai vestiti del senso è invece una buona andatura.

Io, nessuno è dovuto cambiare e se fosse cambiato sarebbe stato lo stesso. Mi sono solo permesso, creativamente, coscientemente, ricorrendo ad un amore dell’altro mondo che non mi ha mai abbandonato, di lasciare essere tutto cio che è, sia nel quadretto dell’universo che abbellisce il sipario dei miei giorni e delle mie notti, sia nell’origine che si è fatta strada anche in me.

 

-Watch Me Fall Apart, by Sarah Jaffe.

You said once you were sad

But I don’t believe you

You’re too simple in the head

For pain to please you

There are days when you feel good

And days when you feel nothing at all

But there is no inbetween

And it’s that, that kills you

Cause you don’t know what to do

Which page to thumb through

On my failures I’ve leaned

But with God as my witness I fall

Oh one by one they watch me fall apart

Oh one by one they watch me fall apart

Forgive me I’m empty

And I want you to need me

Your assurance is a game

And I’m always bluffing

Like suburban nature

I’ve separated myself

But I’ll kindly grit my teeth

Swallow and bury it

Unsettled and anxious

And now I’m careless

And I’m swearing in my sleep

Cursing at a day, as it goes by

Oh one by one they watch me fall apart

Oh one by one they watch me fall apart