Due parole su Nubi-Vol.2 Lp2018

Saranno più di due, o meno di quelle molto importanti che ho già detto e scritto o che non mi sono permesso ancora di esprimere. Questo è un momento sensuale, dove avverto e alcune volte vedo la densità trasparente ed impalpabile del dielettrico e questa si stabilisce sicuramente dentro e fra ogni spazio che esiste, ma molto di più nel punto che mi attrae. Aspettavo questo passaggio per riprendere a focalizzarmi su qualcosa che posso labilmente definire realtà, o svolgimento delle cose secondo una certa coerenza. Lasciando la sensualità libera di surclassare l’organizzazione esterna.

In Nubi-Vol.2, che come sempre diverrà patrimonio interrato delle orecchie dei cento disperati che alle sei del mattino stanno già mandando giù il boccone amaro degli EP più molesti crackati da una cassetta consumata, questo lasciar fare e lasciarsi andare in tutte le direzioni delle mie fiducie impossibili è più presente che altrove e penso che è quello che esigerei non solo dai miei dischi preferiti, ma dalle mie persone preferite, dalle mie essenze fondamentali. Adesso sono abbastanza tranquillo e trasparente e non sto considerando strani influssi e ispirazioni, occhi rovesciati, voci di morti, o brutti ceffi in ausilio, sto discutendo di me ora, coi gomiti appiattiti sulla scrivania, e la sedia che si allontana dal baricentro. Mi accorgo della irregolarità e della mancanza di giustizia del mondo a partire anche da questa scena ma è la forma della mia storia, dalla quale posso uscire ed entrare non solo a mio piacimento ma perché è l’unico movimento segreto in cui mi riconosco. Ho una vita, non è un carcerce da difendere e riempire di matti. Amo le mie follie che ho saputo far rimanere a piede libero. L’interno è sconfinato, il perimetro illusorio è sia formidabile che anche quasi una merda. Hai presente? Sì, Presente, cioè si sente e non si spiega, è visibile senza che debba aggiungere alcuna bellezza o bruttezza. C’è nella compostezza di un intaglio e anche nel mare inquinato di sound sovrapposto e sfasato, c’è nel fatto che non me frega già più niente oggi, dopo poche ore che l’ho spruzzato nella rete. Nebulizzarsi è tutto, diventare impalpabili, forse eterici, sicuramente leggeri per valicare ogni steccato. Andarci contro a tutta velocità, con una essenza imponente e una cornice da quattro soldi che si scopre non è mai esistita ma solo appena prima di arrivare allo schianto, rende superfluo ogni male e ogni paura. Fermarsi prima per preferire la sicurezza di una regolare e garantita occasione è l’inganno peggiore e ho rammarico per chi ci cade dentro pensando che sia invece un’avventura sconcertante. Quello che fanno gli altri non è mai sconcertante, a parte il fatto che gli è permesso, come ad ogni microbo.

Nel capitolo “Nubi-Vol.2”, con la vista che mi ritrovo adesso, ho visto questo e non ho riletto neppure che cosa ho scritto fino ad ora. Dunque, grazie per l’attenzione e alle prossime.

ALESSANDRO MURESU-NUBI VOL2 LP2018 COPERTINA

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Cover: Watch me fall apart

Sono tante le cover incise quest’anno nella passeggiata in bassa fedeltà. Tanti brani originali e dunque anche più spazio ai rifacimenti. Ieri sera ho preso in mano Watch me fall apart, della intensa cantautrice Sarah Jaffe. Ho trascorso dei momenti tranquilli anche se credo che il brano in sé non abbia pertinenza con questa quiete sconosciuta; o è la polaroid che ho preso per sviluppare la mia indagine senza esito. Mi è piaciuto il risultato finale, sicuramente.

Mi è piaciuto il filo conduttore degli eventi di un tempo lunghissimo e breve insieme e la mia disponibilità a seguirli. L’idea di dove portano non mi sfiora. C’è di nuovo che ho aperto una nuova pagina e la mia sensazione è che questo evento è divenuto chiaro anche all’esterno senza equivoci, stringendo il dialogo con gli spiriti oppure salutandolo. Le congetture e i cataloghi della mente non sono ammessi. Quella dei piani articolati e dei calcoli è la maglia con il numero della sconfitta e deve perire. Presto gli equivoci si sguaineranno maestosamente e sono così affilati che si faranno largo violentemente fra la sostanza bassa da lasciare andare.

Nuovamente, non c’entro nulla, nulla con quasi tutto, ci sono e no, come la canzone non c’entra nulla con me più ora che l’ho messa fra i miei surrogati, come con la sua prodigiosa autrice. Fermarsi è impossibile; uscire dai vestiti del senso è invece una buona andatura.

Io, nessuno è dovuto cambiare e se fosse cambiato sarebbe stato lo stesso. Mi sono solo permesso, creativamente, coscientemente, ricorrendo ad un amore dell’altro mondo che non mi ha mai abbandonato, di lasciare essere tutto cio che è, sia nel quadretto dell’universo che abbellisce il sipario dei miei giorni e delle mie notti, sia nell’origine che si è fatta strada anche in me.

 

-Watch Me Fall Apart, by Sarah Jaffe.

You said once you were sad

But I don’t believe you

You’re too simple in the head

For pain to please you

There are days when you feel good

And days when you feel nothing at all

But there is no inbetween

And it’s that, that kills you

Cause you don’t know what to do

Which page to thumb through

On my failures I’ve leaned

But with God as my witness I fall

Oh one by one they watch me fall apart

Oh one by one they watch me fall apart

Forgive me I’m empty

And I want you to need me

Your assurance is a game

And I’m always bluffing

Like suburban nature

I’ve separated myself

But I’ll kindly grit my teeth

Swallow and bury it

Unsettled and anxious

And now I’m careless

And I’m swearing in my sleep

Cursing at a day, as it goes by

Oh one by one they watch me fall apart

Oh one by one they watch me fall apart

 

Da una certa distanza

Come tutti quanti, sto cercando di far cantare il mio solista, quell’intero solito e interno, la coscienza, chi sono davvero. I fatti che mi riguardano non sono speciali, semmai fossero speciali, giusto una calligrafia umana lasciata sulla pergamena che vorrei fosse pregiata e che vorrei avere a disposizione sempre, come in una scena antica, rischiarato dall’aura che soffia dai candelabri delle mie migliori intuizioni. Sono giusto fatti che non rappresentano nulla e che imparo ora a scansare, ora a rendere un po’ più dignitosi se voglio camminarci sopra. In questo periodo sto impegnandomi di più ad essere e rassomigliarmi e sono molto più intransigente e severo di ogni altra epoca e livello. A quei fatti, antepongo il senso che sta a monte. Così non si tratta di fatti speciali od opportunità, solo ho acceso per me una fiamma in più per esserne responsabile, bene o male. Le false luci delle personalità articolate, o anche i bagliori più concreti da un profondo più elevato, cose che si alternano nella cartolina delle vite degli altri, non possono essere il ricovero sicuro a cui tornare quando si è al buio. E nemmeno la fiamma più vera di qualcun altro è un luogo ospitale. L’ho detto così tante volte: ho sistemato scogliere aguzze e nessuna rampa di accesso alla mia presenza. Per quanto uno possa desiderarlo per chiunque altro, la propria presenza, il proprio sonno o veglia, restano i propri. Ci vuole una certa distanza per fare una riflessione, reindirizzarsi, prima di bruciare e andare completamente in pezzi.

Ho fatto un sogno poco tempo fa dove mi guardavo arrivare lungo il bordo di una falesia. Man mano che avanzavo, l’aria plumbea dietro si asciugava e i paesaggi sparivano attorno e dietro ai miei contorni vibranti.  Il mio sguardo da lontano è poco rassicurante. Con la prossimità qualcosa cambia ma non diventa pacifico, soltanto inizia a somigliare un po’ di più al tuo. Ci avviciniamo dove siamo la stessa cosa. Sono pochi gli esseri ai quali ho permesso di avvicinarsi tanto a me, oltre a me, oltre ai miei aspetti che mi visitavano a più riprese, e una volta capito il senso e sfumati i dettagli del tempo nessuno si è incaponito a rimanere per nascondersi o velarmi. C’è chi mi è passato attraverso, fondendosi per sempre come una cometa che si tuffa nel sole, e chi è rimbalzato su una atmosfera impenetrabile, restituiti ai loro veri piani.

Accadde così

Comincia un sentiero intenso di fatti miei. Per quanto riguarda le altre precipitazioni, mi trovo ad un buon punto del mio secondo capitolo dronico della serie 2018 improntata alla bassa fedeltà. Sarà finito per metà Marzo, o poco più avanti. Come ho immaginato si è presentato in modo urgente come un doppio atto e mi sta piacendo venire chiamato a qualsiasi ora del giorno ad appuntarlo. Ascolto con piacere quanto ho già creato ed evoco gli spazi rimanenti. Mi muovo fra questi due mondi, dove sono e dove manco, dove do e prendo, ma in entrambi gli stadi sono presente. Questo è stato capito, o non è stato ancora vissuto. Sai, non ci posso fare niente, decidere, impuntarmi, niente per nessun altro e neppure per me.

Mi sono istruito a lasciare perdere più perfettamente di una persona normale, la quale è normale perché resta appesa al fiato collettivo di qualcosa. Si porta appresso quella funicella dall’inizio del tempo e ci si arrampica fino ad imbrigliarsi. Poi arriva il ragno. Non viene recepita l’energia, l’urgenza e la determinazione che ho impresso, l’entusiasmo? Ci sono così tante persone normali che non vedono e non sentono e si stanno cercando proprio ora sulla pista indiavolata di un autoscontro. Per quel che mi riguarda, passo e chiudo.

Dicevo…Senza indirizzi, senza consigli e chiavi di lettura: anche questo è quello che è. Ogni respiro è quello che è nei suoi due fotogrammi sovraesposti. Accogliere e lasciare andare sono quello che sono, un movimento intero. Potrei andare avanti e indietro come un fantasma con nessuna altra informazione.

Oggi è la volta di Accadde così. Mette in mostra un aspetto delicato e un angolo pacifico e ce ne sono degli altri, strumentali o cantati.

Invito

San Valentino mi va bene, ho anzi ammirato ieri i miei amici che avevano un programma ad un tavolo, candele, vino, bijoux, una conversazione un po’ più presente e decente, camere fuori città ecc, e anche i vostri messaggi per qualcuno o per voi stessi. Perché l’armonia dovrebbe affacciarsi allo spuntare di ogni istante, è questo che uno si augura alla fine, anche se quasi sempre non lo sa.
Anche se negli ultimi sulfurei anni sono diventato un mitologico o forse solo più preistorico, rincorrendo il primo mondo e anche a ritroso, preso da dialoghi invisibili e slanci autogeni, non posso escludere che ritornerò per qualche tempo a qualcosa di simile. Lo rifarò come un intero che non si può dividere, inattrattivo, antiattraente, senza magnetismo e volontà. Ogni tanto mi frugo quella espressione e mi dico che non è il momento perché ho troppi desideri e manie di mettere a posto le cose, o di farle bene. Non vado in giro col retino nel quale insacchettare comete e probabilmente, di base, non ci so neppure fare, ma succederà ancora una volta e sarà meglio di tutte le altre. Nessuna è stata spiacevole, non posso presentare alcuna fattucchiera. Il solo fatto che resto qui ad impilare giorni, al di là di tutti i risultati e aspirazioni e condizioni apparenti, inevitabilmente conferma che esiste qualcosa che amo e per la quale ho passione ed è un trionfo. Ciascuno può verificarlo da sé. Per non cadere dalla padella alla brace e in altre stoviglie ho soltanto smesso di essere quel piatto da mettere in tavola o di aspettarne uno.

 

Presenze: il blog della bici, chiusura pagina e altro

Domani mattina estinguerò la mia pagina pubblica sul noto baracchino. Dopo neppure un anno cancello le tracce e non ne aprirò un’altra, almeno là dentro. Quel network è un minuscolo scoglio oceanico sul quale è in corso una perenne festa del cazzo; come si fa ad arenarcisi, con tanto mare che c’è attorno e con tanti motivi per andare, è un mistero.

Questo segno viene dopo un mese di assoluta velocità durante il quale mi serviva osservare e comporre, cioè salutare ancora un po’. Quel po’ che mancava per far diventare l’invisibile definitivo.

Ho deciso di avviare un blog in cui riportare il distillato dei miei giri in bicicletta. Tutti sanno che vado in bici: la mia prima tessera è del 1988 e ho smesso con le gare nel 1999 quando il ridicolo sistemino corporativo iniziava già allora a darmi più di una grana. Non si parlerà però di ciclismo né in forma appassionata, intineraristica, cicloturistica o esistenziale e sentimentale. Vado per altri motivi, vado bene, da solo, mi sento pieno e felice senza scopi temporanei, come non uso ragioni letterali per avviare o torcere e disintegrare cose che in apparenza mi riguardano. Sapete, la vecchia storia della presenza. Parlerò di quello.

Devo agire più concretamente e usare le energie in un certo modo e questo modo, che ho rinviato fino ad esserne più sicuro nonostante potessi permettermi di narrare e narrare per la gioia di tanti maneggioni e mentalisti, passa anche da solitari qui e là sulla mia Pinarello fluo del 1995. Spiegherò meglio su come procederò quando fra pochi giorni aprirò il documento e lo presenterò anche qui.

Un ultimo appunto per questo momento. La voce presente non si è rivolta ad alcuno ricorrendo ai mugugni della mente che vivono di ricordo e di assenza. Come può mancare chi si ricorda dall’infinito? Accolgo con onore chi si presenta in modo adeguato. ‘Non mi sei mai mancato e nulla mi mancherà mai più, perché ho capito chi sono. Ti conoscevo prima di scoprire che esistevi.’ Come vorrei sapere i miei alleati, se non in questa coscienza incandescente e viva? Perché chi si cerca dentro con impegno da sé e si trova, cerca e trova e libera nel contempo tutti gli altri.
Quella frase la pronuncio, perché conosco il sottotraccia e che cosa intendo di preciso. Ciò ha rafforzato nobili complicità al di là di ogni distanza e silenzio.

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La barba e gli altri.

Molto brevemente, parlerò finalmente della barba. Darò delle idee su come tenersene una. Se si riesce a scansare la maggior parte del mondo innaturale che abbiamo attorno, da quello solido a quello  più rarefatto, si possono ottenere risultati, e la barba è un riflesso, che piaccia o meno alle ombre morenti attorno, di questo progresso. Resterà una bella barba, o comunque ci sarà una sensazione di miglioramento. Come altre espressioni, come la poesia, il disegno, la musica, l’amore, l’ascolto, il piacere, la solidarietà, tutti aspetti traslati in una comprensione e concezione inequivocabilmente avanzata in cui stiamo transitando Ora. Dove è tornata la coscienza, c’è senso, il senso in più, e tutti gli elementi connessi si adeguano a liberare il proprio, a liberarsi dal proprio. Non imitano quello di elementi che hanno funzioni diverse. Scaturiscono dal loro.

Bisogna eliminare le scorie degli strani dubbi. La moglie che butta fuori di casa, la ragazza che butta fuori di casa, il capo che licenzia, la gente che guarda…Le decisioni, vissute da vicino, spaventano. Ma queste entità, sono fatte di quello, così guadano la palude del comfort e in quel modo, per lo più, sono al mondo; di proprietà del mondo. L’apparizione di una semplice barba non può far scaturire tanta infermità di spirito, oppure sì. Non volevo più avere questa marmaglia  nei miei anni futuri, neppure quando non mi era cresciuto un pelo di baffo alle medie. Più ero deciso, più saltavano fuori. Parlo di questi  eminenti esperti dei cazzi degli altri. Tutta questa cerchia di opinionisti esteriori, rimasti chiusi fuori di sé, è in definitiva una consorteria di merda. Se uno da retta a questi, che non sanno nulla, e non sanno di se stessi e quindi delle cose che riecheggiano, alla fine avrà molte cose che somigliano a quella mollezza e anche la barba sarà proprio una protesi esteriore di quella sostanza. E non sarà una creazione personale, carica di senso, che si fa largo regalmente fra efebici glabri sentimenti. Non dimentichiamo che il grosso della associazione a defungere umana è in piedi per fermare o rubacchiare lo speciale modo di produrre senso, perché essi non possono accedere a questa magia.

Smettere di ascoltare le voci, smettere di calarsi di notte in queste trincee ad uso di discarica abusiva dei  macelli interiori dei famigerati Altri. Gli altri vogliono vedere corpi penzolare sul filo spinato, si sentono meglio se le cose vanno così. Vengono da posti in cui quelle storie non sono mai cessate e sono considerate romantiche, insieme ad altre manie e realtà raccapriccianti della mente e dello spirito.

Lo dico anche qua: cari Altri, il vostro tempo è finito e preparatevi ad andare al diavolo. Lì avrete il tempo per sbizzarrirvi con la vostra smania di addobbare di schifezze qualsiasi cosa vi si avvicini.

Quando farla crescere? Non si può decidere. Non si decide di innamorarsi, di lasciarsi, di smettere di fumare, di mentire, di svegliarsi ad una coscienza avanzata ed elegante, di mangiare cose vomitevoli, di obbligarsi a cose e persone disgustose, di sapere, di capire, di sentire, di morire anche. Perché c’è un senso diverso anche per queste cose. Prenderà la parola su chiunque, la barba, sulle resistenze e lontane incertezze, e comincerà da sola.

Quanto farla crescere? Ogni barba è differente! Seguire l’estetica che si sente adeguata. Questo è più terreno. Quando la trovi bella, per te, significa che è la tua! Che devo dire d’altro? Appena diventa brutta, va fermata, come ogni brutta manifestazione. Poi riprende. Se ridiventa brutta presto, altri sono i segni, è mal tollerata. Si fa un lieve passo indietro e la si tiene a quella lunghezza e le cose migliorano.

Due o tre cose che faccio ed uso io. Quello che sta sotto la barba non si può dimenticare. E quello che sta dietro alla faccia e alle ossa e al cervello e ai suoi impulsi e ai pensieri più o meno coerenti e ai sogni incomprensibili e alle intenzioni quasi vere va Ricordato.

Allora, un sapone gagliardo che fa poca schiuma, dal buon vero profumo, da  usare anche  ogni giorno. Qualche volta  anche solo l’acqua fresca va più che bene, senza stropicciare. Basta lasciare scorrere questa buona acqua sulla testa e spingerla coi palmi verso le guance, inondando di acqua la barba. Più la faccenda è tenuta nel semplice, più è personale, più è bella. Si può scoprire la propria interiorità, apprezzarla, diventarla? Si può. In poche righe ho parlato di sensazioni, ma volevo indicare qualcosa che si sta avvicinando e che le supera di gran lunga. Come quando uno smette di abbuffarsi di cose strane, carne, formaggi puzzolenti, di fumare e bere e  la pianta con tante altre cose che ballano in testa, dice: “Ah, che bella cosa, risentire i sapori e i profumi! Che bella cosa fare questo perché…”  Ciò non è vero, non c’è un motivo. Non c’è una coscienza che è di settore. C’è un cielo interminabile e sotto ci galleggiano alcuni aspetti, ma se sai che esiste il cielo e tutto il tuo amore e potere ti dice che è lì che vuoi e puoi andare, perché dovresti desiderare di fermarti in questi orinatoi spaziali, pieni di guardoni oltretutto? Sì, magari è per quel motivo! Se è quello che uno vuole, deve farlo.

Perché quei sensi che sembrano ritornare, stavano fuori, erano offerti dalla stessa struttura penitenziaria e anche se avessero funzionato alla perfezione, la marca sarebbe comunque stata quella.  Tornare all’essenza: il resto si adegua.

Stessa cosa nell’asciugatura. Un buon asciugamano, morbido e fresco, per tamponare il viso, senza strizzare. Poi, pochi affondi superficiali e via via più profondi di una spazzola con pochi denti, dal basso verso l’alto, per ripristinare il volume.

Dare una forma generale con le dita, modellando, è decisivo. Non si dovrà spazzolare ulteriormente. L’aria asciuga il resto e una volta che il viso è asciutto, qualche goccia di un olio secco aiuta pelle e barba ad una ad avere lucentezza senza ungere.

L’intervento del periodico taglio, secondo me, deve restare nascosto. Tutte le operazioni suddette, devono restare indietro, come se non avvenissero. Questa barba, alla fine, deve essere ascoltata e non può che parlare un linguaggio semplice e naturale. Apparirà sempre rinnovata, come mai toccata.

Non c’è altro. Se viene tagliata, non è un dramma. Basta non fissarsi.

Lunga vita alle barbe dalla coscienza infinita che le ispira.