Semaforo verde

Finiti i dolci, sulle strade si riversano i podisti, i camminatori, i posers e chi sta facendo qualche affare e cerca un travestimento. Mi salutano, qualcuno nemmeno lo conosco e mi supera agilmente mentre ancora siglo un accordo con le mie gambe per un passo sicuro. Sono quasi contento di questo, sotto il sole, poi sento quel cameratismo e la preghiera da casa circondariale, la stessa che gli autisti si clacsonano sulla superstrada, ed è tempo di dividerci e devo andare da qualche altra parte, forse per smettere del tutto. Sono invece contento delle nostre differenze che non siamo venuti a nascondere o per porvi rimedio. Sul falsopiano guardo il sole dritto in faccia per un minuto e avanzo come un equilibrista bendato, pestando l’aria. Dalla macchia nera in cui scompare il paesaggio, il mare, il vocabolario cartarifrangente, le scatole della pizza, i fitti oleandri degli amanti, sbuca per un attimo Cristina, che mi urla addosso come una bomba. L’orologio si ferma, ancora. Nella via in cui scopro sempre delle enormi evidenze, padrone, in questo caso sudato e in iperventilazione, dei gatti e delle case attorno, trovo una somma. Non molto, tanto che basta per trasformarla alla cartoleria più avanti, infatti entro, do delle indicazioni a casaccio ed esco con un pezzo, una foto turistica smontata in 1008 parti certificate, di Oslo. I semafori sono tutti verdi, mi dico. Sto attraversando.

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Messaggeri

Un tempo, il messaggero solitario era coinvolto in tante avventure mentre portava  a compimento la sua preziosa consegna in un contesto di mistero, rischio e segretezza in cui pochi si addentravano. Oggi i segnali e i messaggi fondamentali sono chiari, sono impastati in streaming shuffle random, vengono spinti senza filtri in sovrabbondanza tanto che nessuno si muove per coglierli. Perché tanto è lì, nel pastone, è nell’hard disk esterno, non c’è il nostro nome e non ci riguarda. L’apatia ha scavalcato la paura nella visione moderna.

In ‘The lone messenger’ la figura evanescente del messaggero ricorda un futuro di emozioni e come sarebbe facile realizzarlo e consegnarlo a chiunque. La mia visione è stata questa. Il brano è di Giugno di quest’anno ed è contenuto nel Lp fatto a mano, e con l’aiuto di qualche piede, ‘No empathy for loudness,’ che mi deciderò a ricaricare e far girare gratutitamente anche qua.

 

 

-The lone messenger

I’ve been there again

For what I meant

The place has cleared

My loneliness

Few of us will bring

The pictures to

the memories

We won’t have fear

(the messenger): Power of this emptiness

I leave my friends now

Close the eyes and find them

with their smiles

Look at me since now

Why don’t we go

Be as a river through our hands

Life is here and there

The flow could get

from every second or century

I feel my voice is flowing

to the sea where I will be

Open the arms and see me ‘till I fade

Solitudine e apparenza

Conosco questo tizio che si occupa di azioni civili assortite. Non sto qui a fare l’elenco. Appena succede qualcosa, lui scatta alla ricerca di un colpevole. “Lo sapevo!”  Comunque, è sempre disturbato dallo scarso audience che le sue affermazioni, manifestazioni e battaglie raccolgono. Da anni lo osservo giocare con il solito lego e l’umore non gli cambia. “Senti,” gli ho detto per tre volte di fila, “dovresti mollare e lasciare andare. Le persone ti apprezzerebbero ( e capirebbero) per quello che di inedito dimostri si può fare, non perché strazi il prossimo. Lo strazio inoltre è mondano ormai.” Ha detto che no, che altrimenti la sua vita non avrebbe senso, che qualcuno lo deve fare e chi non lo fa è una carogna.

Tutte le volte che si mette davanti il dramma, si toglie attenzione al flusso della creatività. Non credo a chi dice che questo e quello sono poco creativi o poco capaci: ce l’hanno il dono, solo che se le inventano tutte per non ricorrervi, così saltano l’appello. Meglio l’imprevisto, si indossa il casco, la tuta e via. Sembra quasi vero, ma il mondo non è mai andato male e ad andare male sono solo questi che si siedono accanto a qualsiasi idea ammalata che non esiste. Se lui scopre di essere vivo, la sua messinscena da morto chiude bottega. E’ il rischio che corre chi ha del business nell’immondizia.

Mangio una scatola di frutta mentre guardo la pioggia cadere. Ripenso al sogno di ieri, il temporale, una evasione a rotta di collo fra i cortili liberty di uno sciatto residence, la ragazza che sorrideva insaccata nel tubino verde. Un largo effetto stereo sembra rianimare la campagna. Immagino le ali della folla sulla salita e la moscia ed incerta pedalata di chi vuole tornare inidetro e di chi non è mai partito. La sofferenza dello sconfitto che comunque avanza è altra cosa. Fuori tempo massimo senza il conforto della solitudine. Quella che è in giro è soltanto svogliatezza.

In nessun modo

Per quanto possono impegnarsi e dedicare immensi sforzi, fortune, stratagemmi, fluttuazioni che in genere impiegano più e più vite per essere finemente accordate, le persone non riescono in nessun modo ad essere infelici. Sono condannate allo splendore. Certo, si lamentano, trovano una scusa, frignano, organizzano nel dettaglio dei casini. Appare un tizio che corre. Loro smettono di andare sulle ginocchia, per un attimo, tirano il piede sul parafango di un Daily e fanno finta di allacciarsi una scarpa. Sparita l’ombra dell’intruso, dell’impossibile, riprendono la processione. Ma non possono diventare infelici. E ciò diventa il motivo per credere di essere infelici. Si tratta della più grande, comune, banale, delusione, il solo fallimento in cui tutti incappano, ed è inevitabile, auspicabile, ci si potrebbe anche fare una bevuta attorno. Magari da lì si comincia a risalire.

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Non solo scatole di dischi. Il mood è quello buono, l’andazzo. Mi ci vedo, per qualche mese, affascinante, con la barba più lunga, un paio di occhiali neri, a fare le cose in un certo modo, sabotandomi gli emisferi, gli orologi (e gli orgogli), le belle figure, i guanciali comodi. Due dischi per ukulele lasciati a mollo nel telefono, tradotti in altro. Mi rubo le canzoni da solo e sono bravo a farlo. Il suo è viso lontanissimo e mi aspetta adagiato sul mio.

Stare qui, anche fra questi appunti, è come avere la compagnia di un altro essere, come con un animale domestico a cui dare lo stesso proprio amore. Mi importa poco se sporca ma molto se rallenta il gioco. Non avevo più parole dentro di me sotto le quali nascondere i miei pensieri, né pensieri nei quali segregare chi sono.

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Static

Paralisi è chiedere ogni volta le informazioni pretendendo un aggiornamento completo dall’inizio che evidentemente mai è assorbito e sul quale mai si è ragionato o fatta ricerca; poi, mostrare insoddisfazione, sudata sicurezza di qualcosa di ingombrante da sapere che è stato evitato. Nulla di nuovo (dentro di sé). Correre ora a rianimarsi su un altro tema. La somma della realtà usata come un defribillatore per provare a sentire di essersi rificcati al suo interno, senza mai farne parte, casomai si possa dire di essere completamente parte di questa realtà. Manca il collegamento almeno coi dati perpetui iniziali di base. Come un computer inchiodato su un reboot che non trattiene più neppure il calendario.

Eccoli. Li vedi. Sono in attesa, aspettano di essere buttati per terra e travolti spietatamente dal proprio divano.