Due parole su This Inexistent World

Scrivo poche righe dal minicomputer che ho appoggiato su una biografia di Aivanhov. A differenza delle ultime sere, non spira alcun vento nei campi qui di fronte. Mi era giunto propizio da tutti i punti cardinali per cesellare i rumori assortiti su varie tracce di This Inexistent World e stasera, con il capitolo liberato sulla rete, si prende una pausa. Me ne prendo una anche io, anche se so che non la rispetterò. Chissà se brother Mikhael avrebbe apprezzato le intrusioni del maestrale. Forse non esattamente l’atteggiamento e la mia musica, ma l’invito del vento e dell’acqua a prendere parte alle incisioni, quelli sì.

Senza entrare nel particolare della scatola odierna, ho quasi dimenticato di avere scritto tutta questa roba negli ultimi sei mesi. Ho condotto il mio tempo così. Otto dischi, 5 normali, due doppi e un triplo, più le musiche per un documentario e i video balordi per diversi brani. Non sono andato ad intervistare il polso al gradimento. Ho chiesto invece di buttare via dalle orecchie quanto più in fretta possibile i miei cenni, in attesa di altro da vivere e sentire.

Un giorno, nel cuore dell’inverno,  sono rientrato a casa tardi e mi sono trovato una cartella di brani che avevo tracciato in quel periodo, che poi ho fatto diventare in parte il capitolo Wang Fo. Non potevo saperne nulla e come Wang Fo ho dovuto fronteggiare questa increspatura surreale e trarmi in salvo. Restai scandalizzato non dalla memoria apparentemente corta (Quando ho scritto queste canzoni?) ma dal fatto che me ne stavo curando un po’ troppo. Ne ritrovassi un’altra oggi, la cancellerei. Tutto sommato, sulla scorta di questa epifania, molti provvedimenti sono stati presi.

Ormai ogni cosa che mi riguarda la lascio guardare. Che sia decisiva o un fiasco totale, è patrimonio della giostra dalla quale sono sceso da così tanti anni sulla quale ho lasciato compagini.  A tanti può sembrare offensivo ma solo perché essi non sono ancora in grado di offendersi grandemente tanto da smettere col luna park. Deambulano nel vorticoso trend dell’umiliazione e ne ridono. Siamo nel week end, d’altronde, mortifichiamoci.

Anche questo titolo coi suoi dieci minestroni annuncia la mia maleducazione, fatta di defezioni all’ultimo, quando intuisco la commedia, di autostroncature. I brani si interrompono sottosviluppati, a differenza ad esempio di respiri grandi presi nel predecessore. Finiscono sbriciolati. Lascio tutti a se stessi, come nemmeno loro sanno fare. Lascio i brani a se stessi, me a me stesso. Sono attento a ricordarmi che non posso tenermi nulla. Proprio in questo momento, durante il quale si percepisce che , la cosa più cretina che riesco a pensare è mettermi con le mani parate alla fronte del mare, davanti alla riva, e combattere l’onda supersonica.

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Autore: Alessandro Muresu

Sono un autore di musica della bassa tecnologia e un signore dell'Ottocento di questi giorni.